Cuore di madre

«Su, ragazzi! Sveglia! Non vorrete mica perdervi il primo giorno di scuola, no?»

Rumore di tapparelle alzate, luce che entra di colpo nella stanza buia.

Un letto a castello con entrambi i posti occupati e due trapunte tirate fin sopra il cuscino a coprire due testoline di bambino.

«Dai, mamma. Ancora cinque minuti.»

«Daniel, tu che sei il più grande dovresti dare il buon esempio. Esci da sotto quelle coperte e aiutami a svegliare tuo fratello.»

«Ma non ho voglia!»

«Non hai voglia? Se è tutta l'estate che non vedi l'ora di tornare in classe dalla signorina Brooks...»

Un paio di grandi occhi castani fecero capolino da sotto il lenzuolo, insieme a una cascata di riccioli mori.

«Michael mi ha detto che l'hanno mandata via.»

«Ma non è vero, tesoro. Ho sentito la preside proprio ieri: la signorina Brooks è ancora al suo posto, pronta per iniziare un altro anno insieme a voi.»

Un sorriso si aprì da parte a parte sul viso del bimbo, che si scrollò di dosso la coperta e iniziò a scendere gli scalini che collegavano il letto superiore al pavimento.

«Bravo, amore. Adesso dammi una mano con questo nanerottolo... scommetto che è spaventato dal suo primo giorno alla scuola dei grandi...»

Da sotto le coperte provenne una risatina infantile.

«Non ho paura... ma voglio anche io la signorina Books.»

«Brooks, David. La mia maestra si chiama Tamara Brooks.»

 


Tamara Jade Brooks, 36 anni compiuti da un paio di mesi, si guardò allo specchio annuendo. Era felice di essere riuscita a convincere la preside Bassett a rivedere la sua decisione riguardo l'allontanamento dal posto di lavoro. In fin dei conti non c'erano ragioni serie per farlo, solo un paio di segnalazioni da parte di mamme paranoiche, di quelle che passavano la propria giornata a sparlare sui social e nelle piazze reali.

I due ragazzini figli di quelle mentecatte, Malcom e Robert, non sarebbero più stati suoi alunni per quell'anno e per tutti gli anni a venire, ma almeno era riuscita a tenersi il lavoro. Era così importante per lei, quella scuola, da potersi permettere anche un paio di alunni in meno.

Vi lavorava da ormai tre anni; quello che stava per iniziare sarebbe stato il quarto.

Tre anni in quella piccola cittadina sconosciuta, tra i boschi del Maine, lo stato che tutti ricordavano per Stephen King e le aragoste. Lei ci era arrivata per caso, seguendo il suo istinto, ed era completamente soddisfatta di quella scelta: amava la natura che circondava quella piccola città di legno e polvere, amava le poche migliaia di abitanti che percorrevano ogni giorno le stesse strade senza accorgersi di farlo, amava i bambini che, a differenza degli adulti, cercavano sempre nuovi percorsi e diverse angolazioni.

Si sistemò la spilla a forma di farfalla sul bavero della giacca grigio topo, raccolse i lunghi capelli biondi in una crocchia vecchio stile sopra la testa e, dopo aver recuperato da terra la sua borsa di pelle marrone, si chiuse la porta alle spalle avviandosi verso un nuovo giorno, un nuovo anno di lavoro.

 


Bradley Gillam era perennemente e costantemente in ritardo. Quella mattina sua moglie era uscita presto per il turno di lavoro e sarebbe toccato a lui portare a scuola la figlia Maribel. La sua indole ritardataria, però, aveva preso il sopravvento.

«Mary, dobbiamo sbrigarci o ti lasceranno fuori!»

«Papà, non è colpa mia se non mi hai preparato la merenda. Sai che devo mangiare almeno cinque volte al giorno, per il... il mio... com'è quella cosa che dice la dottoressa Oliver?»

«Il metabolismo, tesoro. Su, sbrighiamoci», disse mentre le sistemava la cartella sulle spalle, «Oggi è il tuo primo giorno nella nuova classe e non possiamo fare brutta figura con la nuova maestra.»

«Ma secondo te troverò qualche amico? Sono tutti così diversi qui, magari non mi prenderanno in giro come a Boston.»

«Di certo ti vorranno tutti bene, amore mio. Come si fa a non adorarti?», le rispose il padre guardandola con gli occhi di chi comprende la sofferenza altrui.

 


La bimba scese dall'auto davanti al cancello della scuola e mandò un bacio al padre che era rimasto in macchina; lui ricambiò con un sorriso che gli rimase impresso per qualche secondo, prima di scomparire tra i ricordi e i pensieri di una vita che sembrava ormai lontana.

Si erano trasferiti da Boston appena tre mesi prima dopo un brutto incidente avvenuto sul lavoro, un bimbo che avrebbe potuto salvare ma che, per una minima distrazione, gli era spirato tra le mani. Così lo stimatissimo dottor Bradley Gillam aveva perso il lavoro, la casa e per poco non aveva dovuto dire addio anche alla famiglia. Odette, la sua stupenda moglie di origini franco-canadesi, aveva già le valigie pronte per tornare dai suoi genitori nel Québec quando lui le fece il discorso che la portò a rivedere la sua posizione. Era sempre stato bravo a parlare il dottor Gillam, fin dai tempi della High School. In tanti pensavano che avrebbe optato per la carriera politica, invece sorprese tutti decidendo di studiare medicina, mostrando un lato di sé diverso da quelli che gli altri conoscevano. Era stato quello il primo errore della sua vita.

La scelta del Maine era ovviamente legata anche alla vicinanza dello stato con la tanto amata terra natia di sua moglie, la quale era rimasta al suo fianco anche grazie alla promessa di potersi finalmente riavvicinare alla famiglia d'origine. Ne avrebbe avuto bisogno, diceva, per superare la delusione che gli ultimi avvenimenti avevano creato in lei.

Delusione, così aveva detto. Era delusa dal fatto che suo marito, uno stimato chirurgo neonatale, avesse fatto morire un bimbo di appena dieci giorni di vita perché la notte precedente non era riuscito a dormire ed era arrivato in ospedale talmente imbottito di caffeina da non avere la mano abbastanza ferma per lavorare su quel corpicino. Avrebbe dovuto dirlo, avrebbe dovuto chiedere di essere sostituito. Invece si era convinto di essere l'unico a poterlo fare, l'unico in grado di salvare quella creatura che gli era sfuggita dalle mani, come una foglia sospinta dal vento. Inutile dire che aveva sbagliato.

Poi c'erano stati il processo, l'allontanamento dall'ospedale. Non era stato radiato dall'albo, certo, ma aveva perso la stima di tutti i colleghi e delle persone a lui care. Anche i genitori dei piccoli pazienti che aveva salvato durante la sua carriera, e che gli erano stati enormemente grati per ciò che aveva fatto, ora lo additavano come se fosse un terribile mostro, un assassino senza scrupoli.

Il fiume dei ricordi si bloccò d'improvviso, come se avesse incontrato una diga di tronchi. Di fronte a lui, che era ancora fermo in auto davanti alla scuola, camminava la donna più bella che avesse mai visto.

 


La signorina Brooks camminava a passo lento sul marciapiede, senza curarsi del mondo attorno a lei. Alzò gli occhi solo quando si trovò davanti a un paio di gambe maschili in jeans.

«Salve, ci conosciamo?» esordì osservando con curiosità l'uomo che stava in piedi di fronte a lei.

«No, non credo. Mi piacerebbe, però. Mi chiamo Bradley, ho appena accompagnato mia figlia a scuola. È il suo primo giorno in una nuova classe, entra al secondo anno.»

«Allora sono sicura che avremo occasione di conoscerci nel corso dell'anno. Tamara Brooks, insegno qui, proprio in seconda. Vado, non posso fare tardi.» gli disse sorridendo e stringendogli la mano appena prima di ripartire per la sua strada.

«Però...» continuò fermandosi e voltandosi ancora verso di lui, «Finisco alle undici, oggi. Poi i bambini hanno due ore di educazione fisica. Se le va potremmo vederci per pranzo: so quanto può essere difficile ambientarsi in una nuova città.»

«Allora credo che potremo anche darci del tu» le rispose lui, ma la splendida Tamara Brooks era già oltre i cancelli della scuola.

 


Odette da qualche settimana aveva trovato lavoro come addetta alle pulizie nello stesso ospedale dove lavorava suo marito. Odiava quel lavoro, quell'orribile grembiule blu che era costretta a indossare ogni giorno e odiava quella dannata città. Lei, laureata cum laude in Letteratura Inglese e Francese, era stata costretta a lasciare il suo lavoro in una nota casa editrice, la sua casa e tutta la sua vita per seguire quell'idiota patentato del marito in una cittadina sperduta tra i boschi del Maine. L'unica nota positiva di quel trasferimento obbligato erano le poche ore di auto che la separavano dai suoi genitori e da sua sorella che vivevano ancora nella città di Québec.

Avrebbe voluto scappare da quella vita che non era più la sua, prendere Maribel e passare il confine, arrivare in Canada e rimanerci, senza dover più pensare a Bradley, a quello che aveva fatto e a quel paesino di polvere e vento in cui l'aveva portata a morire. Già, perché lei stava morendo, lentamente e inesorabilmente. Sarebbe spirata lì, in quel posto dimenticato da dio, lontana dai suoi sogni, da quello che era e sarebbe stata, lontana dalla vera Odette, ormai rinchiusa nella scatola dei ricordi.

«Oh, guarda guarda. La francesina.»

La voce che la raggiunse alle spalle la fece rabbrividire.

«Mike...» disse con tono seccato.

«Lo bevi un caffè con me, piccola stella di Québec City?»

Mike aveva un'officina in città ed era l'uomo più viscido e schifoso che avesse mai avuto occasione di conoscere e, doveva ammetterlo, nella sua vita ne aveva incontrati davvero molti.

«Non sapevo che lavorassi qui, dolce Odette.»

Il suo sorriso marcio le fece venire la nausea e il suo avvicinarsi la costrinse ad arretrare di qualche passo. Non sarebbe riuscita a sopportare ancora per molto la vicinanza di quell'uomo, il suo odore di benzina e olio motore misto ad alcol e fumo di sigaretta.

«Già, non da molto. E ho anche finito il turno, quindi vado.»

Voltò la testa cercando una via di fuga e riuscì a scostarsi strisciando lungo il muro proprio mentre l'uomo faceva un altro passo verso di lei.

«Potrei darti un passaggio fino a casa, sai che sono di strada», stava dicendo, ma la giovane donna aveva già girato l'angolo, pronta a tornare a casa sulle sue gambe.

«Francesina!» si sentì gridare lungo il corridoio deserto, «Lo sai che prima o poi ti acchiappo, vero?»

Odette recuperò le sue cose e uscì dall'ospedale di corsa, senza guardarsi alle spalle, trattenendo il respiro. Quell'uomo le aveva sempre messo una certa inquietudine addosso, fin dal loro primo incontro; dopo quell'episodio, però, era veramente spaventata.

 


Aveva osservato da lontano quella famiglia da quando si erano trasferiti in città. Lei era bella, di una bellezza particolare e intensa. Lui aveva un gran fascino ma era un assoluto idiota. La bambina, invece, era triste e sola.

Li aveva scelti per un motivo abbastanza semplice e scontato: vedere quei due era come trovarsi davanti ai suoi genitori.

Li aveva inquadrati fin da subito. Qualcosa li aveva fatti allontanare: una relazione, gli eventi, un errore, una bugia. Perché alla fine sono sempre le stesse cose a cancellare l'amore, a far scordare le motivazioni che tengono unite le persone.

C'era sempre una soluzione, però. Proprio come aveva fatto con la sua famiglia, sapeva di avere in mano la carta vincente per ristabilire l'ordine nel caos di quelle vite, per far tornare il sorriso a quella dolce bambina.

 


«Detective Michaels» si presentò l'uomo mostrando il distintivo.

L'uomo davanti a lui alzò per un attimo la testa, con l'espressione di chi non sa dove si trova e perché sia lì. Fu un momento, poi tornò a immergersi nella sua oscurità silenziosa.

L'ispettore si voltò verso la collega al suo fianco.

«Il signore è il marito della vittima. Dottor Bradley Gillam, chirurgo neonatale; fino a un paio d'anni fa esercitava al Children's Hospital a Boston.»

«E per cosa ci dovrebbe essere utile il mestiere che faceva? La moglie? Lei cosa faceva, agente Roberts?»

«La moglie era impiegata da tre settimane in una ditta di pulizie che ha in appalto l'ospedale. Originaria di Québec City, laureata in Letteratura Inglese e Francese, a Boston lavorava in una casa editrice.»

«Situazione non proprio rosea per una donna in carriera: perché si sono trasferiti?»

«Lui aveva avuto un problema sul lavoro. Un bimbo morto durante un'operazione a causa di una non provata negligenza...»

«D'accordo, d'accordo. Qualche testimone? Chi l'ha trovata?»

«Il marito e l'insegnante della figlia.»

«Amanti?»

«Appena conosciuti, detective. Avevano pranzato insieme, forse sarebbe finita diversamente se non fossero passati da queste parti.»

«E lei cosa ci faceva qui?»

«Probabilmente tornava a casa a piedi dopo il turno in ospedale. Abbiamo chiamato la ditta e ci hanno detto che la signora oggi finiva a mezzogiorno.»

«Bene. Andiamo a vederla.»

«Detective, è esattamente come le altre.»

 


L'agente Helen Roberts si tolse la divisa e, indossati degli abiti comodi, salutò con un bacio i figli e la sua giovane ospite.

«Piccola, vuoi una fetta di torta?»

La bimba dagli occhi verdi scosse leggermente la testa.

«Daniel, David! Venite qui e datemi una mano, per cortesia. Siate gentili con la nostra ospite: rimarrà con noi finché non verrà a prenderla il suo papà.»

«Maribel, mi dispiace per la tua mamma», disse il più grande dei due.

«La mia mamma è morta. Non tornerà più», gli rispose la bimba.

«Anche le nostre mamme sono morte, sai? E poco dopo anche i nostri papà. Per fortuna che c'era mamma Helen con noi. Lei è buona, lo sarà anche con te.»

Il piccolo David le sorrideva e cercava di metterla a suo agio mentre Daniel le accarezzava delicatamente la testa.

«Vedrai, saremo dei bravi fratelli.»

Odette Gillam era stata la terza e aveva semplicemente compiuto il suo destino: una donna bella e infelice morta per donare nuovamente gioia alla sua dolce Maribel; una gioia che, l'agente Roberts ne era certa, solo lei avrebbe potuto portare.

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Genere

thriller

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