Don't you forget about me

1

 

La Porsche si fermò: Emilio scese dalla portiera, mentre suo padre lo guardava scocciato per quella seccatura. Emilio era un bel ragazzo, dal viso pulito e con un fisico sportivo, vestiva con il bomber della scuola sopra un paio di jeans e delle Nike. Suo padre rimise in moto senza rivolgergli parola ed Emilio salutò senza entusiasmo l’altro studente che lo stava aspettando vicino al cancello della scuola: Judd, un figlio di operai che l’avevano iscritto a quel collegio sopra le loro possibilità, nella vana speranza che quell’educazione più severa avesse potuto mettere un freno al carattere ribelle del ragazzo. Judd vestiva sempre con un chiodo sopra a un giubbino di jeans che nascondeva l’immancabile camicia a scacchi da boscaiolo; lui, infatti, non s’interessava tanto al suo aspetto estetico perché era svogliato in tutto quello che faceva.

Judd chiese una sigaretta a Emilio che lo guardò scocciato dal fatto di dover trascorrere tutta la giornata rinchiuso a scuola con quello scarto della società e quell’altra studentessa pazza. Non fece in tempo a pensarci, che un vecchio Maggiolone frenò vicino al marciapiede e quella strana ragazza, anche oggi vestita di scuro come la notte, scese dalla portiera e camminò verso di loro. Al contrario di Emilio, Judd, invece, si sentiva molto attratto da quella studentessa introversa e misteriosa e la salutò ma Ally non ricambiò il suo saluto, nemmeno con un cenno del capo.

I tre studenti entrarono nell’atrio della scuola e la professoressa li accolse rimproverandoli perché erano in ritardo di qualche minuto. «Non iniziamo bene», esordì, accompagnandoli nella loro classe. Emilio e Ally si sedettero ai soliti banchi ma Judd si sdraiò sopra due sedie facendo rumore. «Non fare il buffone come tuo solito», lo rimproverò la professoressa, «o preferisci trascorrere anche Sabato prossimo qui dentro?».

Di fronte a quella minaccia, Judd si sedette dritto: già gli pesava aver ricevuto questa punizione che li aveva obbligati, tutti e tre, a trascorrere un Sabato consegnati nella loro classe; non aveva nessuna voglia di perdersi un’altra giornata di sole per rimanere a fare la muffa tra questi banchi che vedeva già ogni santo giorno della settimana.

«Smettetela di fare quelle facce», li sgridò la professoressa. Aveva i capelli poco curati, con una permanente economica che glieli faceva cadere a improbabili grappoli di ricci qua e la sulla fronte, due grossi occhiali che le coprivano il volto ed era vestita con un tailleur a stampe astratte piuttosto sciatto. «Che cosa credete, che forse io non preferirei essere a casa mia a leggere un buon libro piuttosto che sprecare un’altra giornata in compagnia vostra?», la professoressa li provocò, facendo una smorfia, «sapete però perché siete qui, vero?», poi prese da una cartelletta dei fogli bianchi con delle biro e li distribuì agli studenti, «parlo con voi, lo sapete, vero, perché siete qui?».


2

 
Emilio sorrise pensando a quel secchione che continuava a tormentare, mattina dopo mattina, prendendolo in giro appena ne aveva occasione e spintonandolo negli spogliatoi quando andavano a fare ginnastica. Si era anche permesso di lamentarsi con l’insegnante di latino perché gli copiava le versioni! Qualche giorno fa, all’uscita di scuola, lo aveva aspettato per dargliele di santa ragione ma non sapeva che sua madre era passata a prenderlo, assistendo alla scena in cui gli era saltato addosso riempiendolo di calci. Aveva subito denunciato l’accaduto alla preside, ovvio; che famiglia di infami.

Judd sentì gli occhi della professoressa che lo fissavano, carichi di disprezzo. E sì che gliel’aveva detto a quegli stronzi dei suo amici, che dovevano smetterla di far girare quei video! Judd era il terrore dei primini del collegio, che abbordava quando erano soli nei bagni per spremergli un po’ di soldi, tanto i loro genitori erano ricchi sfondati e sembravano dargliene sempre in abbondanza! Chi faceva storie o cercava di opporsi, peggio per lui: finiva a testa in giù nella tazza del cesso, e guai se fiatava con qualche professore perchè all’uscita della scuola gli sarebbe successo anche di peggio! Solo che quegli stupidi dei suoi amici avevano iniziato a riprendere i pestaggi con gli smartphone e a far girare i filmati su Instagram, fino a che una stronza di una madre non li aveva visti sul cellulare di suo figlio e aveva denunciato il fatto.

«Siete qui perché siete dei bulli», disse la professoressa, disgustata, «fosse per me, vi avrei buttati fuori da questa scuola a calci ma il nostro sistema vi offre questa possibilità per riabilitarvi perché crediamo che più che punire sia utile rieducare».

Ally guardò la professoressa con odio. Raccontalo e quello psicopatico di mio padre, questo discorso, pensò. Lei, cosa aveva combinato, in fondo, per meritarsi quella punizione? Non aveva fatto nemmeno apposta: non pensava che quel taglierino fosse così affilato; certo, però, che risate si era fatta, quando quella stronzetta tutta perfettina si era alzata urlando dal banco con il braccio che le grondava di sangue e la camicetta di lino chiazzata di rosso. Comunque, lei voleva solo scherzare, davvero, non immaginava che quegli affari tagliassero tanto!

La professoressa scrisse la data di oggi alla lavagna. «Per rieducare, però, è necessario prima comprendere», disse, girandosi verso di loro, «ecco perché oggi sarà un giorno così importante per voi: vi sarete chiesti, vero, come trascorrerete la giornata di oggi?».

«Dormendo?», ironizzò Judd; Ally scoppiò a ridere.

«Bel tentativo ma no», rispose la professoressa, «dedicherete la giornata di oggi a riempire quei fogli che avete sotto il vostro naso con un bel tema», spiegò mentre gli studenti facevano facce stralunate, «un tema in cui spiegherete le ragioni del vostro comportamento, del perché avete dentro di voi tutta questa aggressività».

«Perché facciamo poco sesso?», disse scherzoso Judd.

«Parla per te», rispose Emilio.

«Non mi farei toccare da voi», commentò Ally disgustata, «nemmeno se foste gli ultimi uomini rimasti sulla terra».

«Basta, fatela finita», esclamò la professoressa, «adesso vado nel mio ufficio ma, per quando sarò tornata in quest’aula, voglio vedere almeno cinquemila caratteri di riflessioni con un senso compiuto su quei fogli che avete davanti»; la professoressa raccolse le sue cose dalla cattedra, «credete di potercela fare, o è troppo per le vostre testoline?» e, senza neppure salutarli, uscì dalla porta.

 

3

 

«Stronza», commentò Emilio.

«Puttana», rincarò Judd.

Ally scoppiò a ridere poi, all’improvviso si zittì, terrorizzata.

«Che succede?», chiese Judd, squietato dall’espressione della ragazza, «sembra che tu abbia visto un fantasma».

Ally indicò tremante la lavagna.

Emilio la guardò preoccupato.

«Oggi, in questo giorno ...», esordì Ally, divenuta improvvisamente pallida in viso. Sembrava che avesse quasi paura a parlare.

«Ebbene», chiese Judd, spazientito, «che cosa succede in questo giorno?».

«Dicono che, esattamente dieci anni fa, in questo giorno», spiegò Ally con aria terrorizzata, «sia morto uno studente, proprio qui, in questa scuola».

«Ma vaffanculo!», esclamò Emilio, «e io che per un momento ti ero stato anche ad ascoltare!».

Judd si alzò, sgranchendosi le gambe e guardò Ally che, presa una delle penne lasciate dalla professoressa sul banco, si era messa a scrivere sul foglio bianco: «tu sei pazza», commentò.

«Bè, io mi sto pisciando addosso», disse Emilio alzandosi, «me ne vado al cesso».

Judd gli si piantò davanti.

«Che vuoi?», eslcamò Emilio, per nulla intimorito dall’altro bullo, «fammi passare se non vuoi avere rogne».

Judd gonfiò il petto e i loro sguardi si incrociarono ma il rumore di un violento pugno contro il banco li fece girare verso Ally: «insomma!», urlò spazientita la ragazzina EMO, «volete ascoltarmi?».

I due ragazzi la fissarono con un’espressione divertita.

«Non sto scherzando», insistette Ally, seria, «dieci anni fa, così raccontano, qualcuno sentì delle grida e il cadavere di un ragazzo della nostra età fu ritrovato in una pozza di sangue in un bagno: si era tagliato le vene».

Judd si sedette sul suo banco: «e anche se fosse», le chiese, «a noi che ce ne frega?».

Ally lo guardò risentita: «dicono che il suo fantasma vaghi ancora per i corridoi della scuola», concluse la ragazza dark, «e appaia nell’anniversario del giorno del suo suicidio».

Emilio scoppiò in una fragorosa risata: «adesso basta, davvero», disse sprezzante, aprendo la porta della classe, «mi avete stancato con queste stupidate; vi saluto, perché me la sto facendo addosso».

«Che diciamo alla prof, se torna in classe e non ti trova?», chiese preoccupata Ally, «non ha detto che avevamo il permesso di uscire dall’aula».

«Ditele», rispose Emilio ridendo, «che sono caduto vittima del vostro fantasma!» e lo sentirono che si allontanava sghignazzando nel corridoio.

Judd si girò verso Ally: «allora», le chiese, «hai visto qualche bel film, di recente?».

 

4

 

Emilio accelerò il passo lungo il corridoio perché la vescica gli faceva male da quanto a lungo l’aveva tenuta, dopo aver sprecato tutto quel tempo ad ascoltare le stupidaggini di quella sciocca.

Uno strano rumore alle sue spalle lo fece voltare. «Sei tu, Judd?», chiese ma nel corridoio non c’era nessuno. Camminando tra le aule deserte con le luci spente, proseguì verso la toilette, cercando di pensare ad altro, rifiutando di credere di essersi fatto suggestionare da quelle sciocche dicerie di fantasmi.

Arrivò davanti alla porta dei bagni e strinse la maniglia nella mano. Prima di abbassarla si voltò ancora a guardare indietro. Aveva sentito un rumore, questa volta, ne era certo: qualcuno lo stava seguendo! Fuori dal bagno, però, c’era solo il vecchio fotocopiatore che faceva un ronzio appena percettibile: possibile che fosse stato quello il rumore che l’aveva messo in allarme?

Si sentì sfiorare i capelli. Non poteva essere solo immaginazione! Si girò verso i bagni e la porta adesso era aperta. Emilio si sentì come uno strano rimescolamento allo stomaco, poi pensò che doveva smetterla di farsi suggestionare così.

Un’ombra si mosse tra i lavandini! Emilio aguzzò la vista, era sicuro di avere visto qualcosa correre sulle piastrelle della toilette. Basta! Si impose che doveva smetterla. Entrò di corsa nel bagno, cercando di ignorare le ombre che potevano incutergli paure infondate, si mise davanti all’orinatoio e si abbassò la zip dei jeans. Finalmente, che sensazione liberatoria!

Sentì un rumore di passi alle sue spalle ma lo ignorò, imponendosi di non lasciarsi più vincere dalla suggestione.

 

5

 

Judd si chinò verso di lei, sfiorandole una guancia con le labbra.

«Ma cosa fai, deficiente?», disse Ally schifata, scostandolo con una mano, «perché invece non ti metti a scrivere il tuo tema?».

Judd si mise a ridere: «non ne ho nessuna voglia», rispose, «piuttosto, che fine ha fatto Emilio?».

Ally alzò gli occhi, con uno sguardo carico di apprensione.

Judd scoppiò a ridere: «ma lo sai che sei proprio un tipo, tu?», esclamò e Ally sorrise furbescamente. Poco ci mancava che gli facesse anche la linguaccia. «Non vorrai ancora insistere con questa storia dei fantasmi?», esclamò Judd, sorridendo felice perché aveva appena ritrovato l’accendino.

«Perché non volete credermi?», protestò Ally, imbronciata, «non me la sto inventando, la leggenda esiste davvero».

Judd si alzò e si accese una sigaretta. Finalmente: a casa non poteva fumare perché i suoi genitori lo rimproveravano se lo scoprivano, anche se lui non capiva perché, visto che entrambi erano fumatori accaniti e la loro villetta puzzava di tabacco peggio di un bar malfamato.

Tirò una lunga boccata e, soddisfatto, si rivolse a quella ragazzina così strana: «e va bene!», esclamò, «andiamo a cercare questi fantasmi!».

Ally alzò la biro dal foglio: «e il tema?», chiese preoccupata, «come facciamo?».

Judd strappò il foglio dalle mani di Ally, dicendo: «vediamo cosa hai scritto, visto che ci tieni così tanto!».

Ally si alzò in piedi gridando: «ridammelo, stupido!» e cercò di riprendere il foglio ma Judd si scostò e corse fuori dall’aula.

Ally uscì di corsa dalla classe e lo vide appoggiato al muro che leggeva: «qualche anno fa, mio padre, mentre ero da sola in camera ...». Immerso in quel racconto che sembrava farsi sempre più interessante, Judd non si accorse che, come un pantera, Ally gli era balzata accanto; gli strappò il foglio dalle mani e Judd protestò: «no, dai, aspetta, stava iniziando a piacermi».

Ally lo guardò arrabbiata e nascose il tema dentro la sua giacca.

«Dico davvero», disse Judd, cercando di fare una faccia seria, «non pensavo che tu avessi una simile interiorità ...» ma, poi, fu più forte di lui e non riuscì a contenersi: le scoppiò a ridere fragorosamente in faccia.

«Vaffanculo!», esclamò Ally e camminò lungo il corridoio.

«Dove vai?», le chiese Judd.

«Non sono affari tuoi», rispose Ally sgarbata, scendendo le scale.

Judd si guardò intorno: le aule erano deserte e il neon delle luci in corridoio illuminava le mura tappezzate di poster e avvisi con una luce strana, quasi finta. Si avvicinò camminando alla macchinetta del caffè e cercò in tasca se avesse degli spiccioli. Trovò delle monetine e le infilò nella fessura. Attese pazientemente che il liquido viscoso colasse nel bicchierino di carta, poi lo prelevò e se lo portò alla bocca.

Un urlo echeggiò dalle scale; il caffè bollente gli scottò il palato e, per la sorpresa, se lo rovesciò addosso. Il grido sembrava la voce di Ally! Cercando di pulirsi il giubbotto sporco di caffè, Judd corse giù dalle scale in soccorso di quella strana ragazza: lei e le sue storie di fantasmi, chissà che cos’aveva combinato!

 

6

 

Sceso al piano sotterraneo, Judd si mise a chiamare gli altri studenti: «Emilio!», urlò, «Ally, dove siete?» e si diresse verso le toilette, «non fate gli stupidi, uscite fuori!».

Il piano sotterraneo aveva un’aria spettrale, con le luci spente e le aule laboratorio vuote con i banchi allineati e le attrezzature riposte in modo ordinato. Iniziò a non sopportare più il silenzio di quei corridoi, di solito pieni di ragazzi che andavano e venivano, chiacchierando e scherzando. «Allora!», gridò, «venite fuori!», poi cercò nelle tasche lo smartphone per chiamare Emilio ma si ricordò che la professoressa glieli aveva requisiti. Quella nazista!

Una mano gli strinse il braccio. Judd sobbalzò, poi si accorse che era solo Ally.

«Cazzo», esclamò, con il cuore che gli batteva forte, «volevi farmi venire un infarto?».

La ragazzina con la maglietta degli Slayer rimase a fissarlo in silenzio. Judd si sentì infastidito da quei due grandi laghi scuri che quell’angioletto vestito di tenebre gli stava puntando addosso.

«Allora», la istigò, «hai perso il dono della parola, che cosa c’è?».

Ally lo trascinò per la manica senza rispondere. Seccato, Judd la seguì lungo il corridoio fino ad arrivare davanti alla porta dei bagni, dove la ragazza gli lasciò il braccio.

Judd la guardò, perplesso: «perché mi hai portato qui?», le chiese, «non che io sia mai stato un maestro negli approcci romantici, però ...».

«Smettila di dire stupidaggini», lo rimproverò Ally, «entra piuttosto nei bagni degli uomini a vedere se c’è Emilio!».

«Emilio, Emilio», rispose Judd, con tono canzonatorio, «parli sempre di lui: devi esserti presa proprio una bella cotta; che cosa ci trovate tutte in quel tipo, poi, lo sapete solo voi!».

«Entra e smettila!», protestò Ally, spingendolo.

«E se incontro un fantasma?», disse Judd, ridendo, «entra anche tu, ho troppa paura», commentò per prenderla in giro ma si accorse che la ragazzina, per tutta risposta, lo guardò con la massima serietà.

Dopo averci pensato su per un po’, rispose: «va bene, in due saremo più al sicuro».

Judd dovette trattenersi per non scoppiare a sghignazzare e pensò che, davvero, questa studentessa non aveva tutte le rotelle a posto; però, mentre apriva la porta del bagno davanti a lui, lo sguardo le cadde ancora una volta sul suo corpo e dovette ammettere che, nonostante le sue stranezze, con quei seni sodi e quel culetto che le gonfiava i jeans, quella ragazza era un bocconcino niente male.

Judd la seguì dentro la toilette e richiuse la porta dietro di loro. Tanto valeva approfittarne, pensò, certo non per cercare fantasmi.

 

7

 

La toilette era buia e silenziosa. Ally bussò ad alcune porte dei bagni chiuse ma senza risposta.

«Ehi, guarda qui!», esclamò Judd. Ally si voltò e, prima che potesse rendersi conto delle intenzioni dell’altro studente, Judd la afferrò per le braccia e la spinse contro le piastrelle del muro, premendo con forza le sue labbra sulla sua bocca; Ally cercò di divincolarsi ma Judd le infilò una mano sotto la t-shirt, palpandole un seno.

«Ma che cazzo fai, coglione!», urlò Ally, riuscendo finalmente a liberarsi dalla stretta di Judd. Si scostò da lui, appoggiandosi alla porta di una toilette, e si pulì schifata le labbra dalla saliva del ragazzo.

Judd la guardò divertito: «ma come?», chiese in tono provocatorio, «hai fatto di tutto per attirarmi qui dentro, noi due soli, al buio …» ma non riuscì a finire la frase perché la sberla di Ally risuonò contro la sua guancia, echeggiando nel bagno come uno sparo.

«Stronzo ...», piagnucolò, risentita, la ragazza.

Judd si massaggiò la guancia e lo sguardo gli cadde sulla porta dietro a Ally che, a causa del brusco movimento, era ruotata sui suoi cardini. La bocca gli si spalancò per lo stupore e non credette ai suoi occhi. Sentì un rigurgito salirgli dallo stomaco mentre la sua mente faticava a credere che la scena apparsa dentro a quel piccolo bagno fosse reale.

«Cazzo ...», sussurrò con voce appena percettibile Judd.

Ally lo guardò seccata: «che cos’è», chiese, «un’altra delle tue trovate?» ma poi ammutolì, accorgendosi che il viso di Judd si era deformato in una smorfia terrorizzata e dagli occhi del ragazzo erano iniziate a scendere delle lacrime.

«Cosa succede?», chiese allarmata la ragazzina.

Judd si appoggiò al muro e, alzando la mano tremante, le indicò il bagno alle sue spalle.

Ally girò il viso e urlò.

 

8

 

Dentro alla toilette minuscola, Emilio era seduto sopra al wc con il viso pieno di graffi e i vestiti strappati. Dal suo corpo colavano fiotti di sangue ancora caldo, che sgocciolavano sulle piastrelle del pavimento, rapprendendosi in una larga pozza rossa. Judd e Ally lo guardarono increduli, poi il ragazzo si fece forza ed entrò nella toilette per controllare. La t-shirt di Emilio era squarciata da alcuni tagli profondi, e il tessuto imbevuto di sangue aveva già fatto in tempo ad appiccicarsi alle ferite. Dall’odore sembrava di essere nel retrobottega di una macelleria e Judd dovette sforzarsi di ignorare un conato di nausea. Toccò con la mano la giugulare del loro compagno di classe e si accorse che il cuore non batteva più.

Ally barcollò e si appoggiò al muro. Judd uscì dal bagno e vide che stava piangendo, tenendo gli occhi incollati al pavimento, incapace di reggere oltre la vista del loro compagno di classe macellato in quel modo. Judd cercò disperatamente di lottare contro il panico: almeno lui, doveva rimanere calmo. Si avvicinò a Ally per tranquillizzarla ma la ragazza lo allontanò.

Con uno schianto che sembrava quello di una fucilata, la porta del bagno a fianco si spalancò e la professoressa saltò fuori, sollevando il braccio in cui brandiva un lungo coltello da macellaio.

Judd la guardò incredula, mentre la lama calava sul seno della ragazza, che cadde sul pavimento; la professoressa si gettò sul suo corpo, accoltellandola ripetutamente, mentre il sangue schizzava sulle piastrelle e Ally gridava come un’ossessa. Poi la sua voce si spense.

Judd guardò terrorizzato la professoressa alzarsi dal cadavere della studentessa, con il suo tailleur dozzinale chiazzato di sangue mentre stringeva nella mano il coltello. Mentre l’insegnante avanzava verso di lui, non riuscì a controllare i brividi e lo stomaco gli si rimescolò come se avesse il mal di mare. Cercò di riacquistare lucidità ma la sua mente rifiutava di concentrarsi e si sentiva come se stesse per impazzire.

«Allora Judd», gli chiese la professoressa, ghignando, «come ti senti, adesso?».

Il ragazzo si appiattì contro il muro, incapace di parlare, paralizzato dalla paura.

«È facile fare il prepotente con i più piccoli, vero?», chiese la professoressa, puntandogli il coltello contro, «adesso senti anche tu quello che di solito provano le tue vittime: non è una bella sensazione, vero?».

Judd sollevò il viso rigato di lacrime.

«Voglio raccontarti una storia, stronzo», disse la professoressa, senza lasciarsi impietosire dall’espressione sconvolta del ragazzo.

«Mio fratello era un ragazzo dolcissimo», esordì la professoressa, «gli volevamo tutti bene e la sua vita era felice; fino a che, dieci anni fa, non si iscrisse a questa scuola».

Judd distolse lo sguardo. Sentiva una sensazione calda sui jeans, probabilmente se l’era fatta addosso.

«Dopo pochi giorni che era qui, dei bulli iniziarono a prenderlo di mira», continuò il suo discorso la professoressa, «e lo tormentarono così tanto da rendergli la vita un inferno; proprio a lui che, dolce com’era, non aveva mai fatto del male a nessuno».

Judd non riusciva più a trattenere le lacrime e singhiozzava.

«Un giorno», concluse la professoressa, «per la disperazione, si tolse la vita in questi bagni e il suo cadavere fu ritrovato da un bidello riverso nel suo stesso sangue».

Judd cercò di aprire bocca ma non ebbe tempo: il coltello calò su di lui e un dolore devastante gli trafisse la spalla. Judd urlò mentre la professoressa rialzava il braccio per colpire una seconda volta. Quel guizzo improvviso di dolore, però, lo aveva riportato alla realtà: il coltello calò ancora ma lui riuscì a evitare il colpo, che invece di entrargli nel petto lo ferì solo superficialmente a un braccio.

Svincolando, corse fuori dalla porta della toilette e la professoressa si gettò al suo inseguimento lungo il corridoio, brandendo il coltello mentre urlava isterica.

Judd salì le scale correndo, mentre l’insegnante dovette rallentare a causa dei tacchi che la impacciavano mentre saliva i gradini.

«Dove sei, figlio di puttana?», urlò la professoressa, una volta salita nel corridoio, «tanto ti trovo, non hai scampo, ti trovo, ti trovo ...», la professoressa, però, non fece in tempo a finire la sua cantilena: Judd le sbucò alle spalle, da dietro il fotocopiatore contro cui si era rannicchiato, e la colpì con una gomitata alla schiena. La professoressa cadde sul pavimento mentre il coltello scivolava lontano sulle piastrelle.

Vedendo la professoressa a terra, Judd si lanciò per afferrare il coltello ma una mano lo afferrò alla caviglia, facendolo ruzzolare sul pavimento.

L’insegnante gli salì sopra a cavalcioni e gli piantò le unghie nelle guance; Judd urlò per il dolore, mentre la professoressa lo graffiava, strappandogli via lembi di pelle dal viso. Judd cercò di afferrarle il viso ma la professoressa continuava a gridare come un’indemoniata mentre gli affondava le unghie nella pelle; con la sola forza della disperazione, Judd reagì tirando un pugno in pancia alla sua insegnante che, gracile di corporatura, cadde tenendosi lo stomaco, senza quasi più riuscire a respirare per il dolore.

Judd si alzò di scatto e, mentre quella piangeva, scappò via, verso la porta d’ingresso.

Uscì dalla scuola e corse a perdifiato sul campo da calcio scolastico, verso il cancello che dava sulla strada. Arrivato a metà del campo, sentì le gambe che iniziavano a fargli male e si fermò, ansimando. Si accorse di avere qualcosa di pungente in mano. Aprì il palmo e controllò: si trattava di un orecchino dell’insegnante; probabilmente gli era rimasto tra le dita durante la colluttazione ed era ancora insanguinato. Distratto dall’orecchino, non sentì il rumore dei passi della professoressa che, liberatasi dai tacchi, correva a piedi nudi sull’erba verso di lui. Disgustato, gettò il ninnolo nel campo ma non fece in tempo a riprendere la sua corsa che una fitta lancinante gli trafisse la schiena.

Crollò in ginocchio mentre la professoressa calava il coltello contro di lui, che urlava impotente mentre il dolore gli dilaniava la carne. L’insegnante si accovacciò accanto a lui, continuando ad accoltellarlo sul fianco fino a che non si ritrovò inzuppata del sangue caldo dello studente. Poi, quando si accorse che Judd giaceva senza vita in una pozza rossa, la professoressa si alzò soddisfatta dal suo cadavere e sollevò il coltello al cielo in segno di vittoria.

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Autore

Pablo Cerini

Genere

thriller

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