LIBERA.

Libera.

 

Sto parlando con Marco, un tirocinante, quando l’urlo dell’ambulanza ci interrompe. Peccato, è un ragazzo interessante. Bello, giovane, ancora su quell’altalena che oscilla tra l’essere un uomo o uno zerbino: basta solo che una mano gli dia la spinta in un senso o nell’altro e il gioco è fatto.

“Maschio, forse trenta/quarant’anni, trauma facciale importante. Abbiamo dovuto defibrillarlo ma adesso sembra stabile” l’infermiere che mi si precipita accanto mentre trasportano dentro il ferito mi vomita addosso informazioni. Penso abbia visto troppi telefilm americani: è su di giri ma ha lo sguardo allucinato. Deve essere nuovo del mestiere, probabilmente l’immagine del viso della sua prima vittima se lo porterà in testa per un bel po’ di tempo. Mi verrebbe da sorridere della sua ingenuità se non continuasse a sventagliarmi in faccia il tracciato dell’elettrocardiogramma e il suo fiato che puzza di aglio.

“Ambulatorio due” urlo e, prontamente, i due che spingono la barella effettuano una rapidissima curva, inforcando la porta spalancata della sala che ho loro indicato.

Ci siamo io, Marescotti, Linda (i due infermieri che stanotte dovranno supportarmi) e Marco.

Appena mi avvicino all’uomo capisco subito che sarà una battaglia difficile da vincere: ha il viso spappolato. Un occhio è completamente chiuso, gonfio a dismisura. L’altro è collassato nell’orbita. Non ha più un naso, una bocca, solo un ammasso di carne, ossa e denti: ce ne sono alcuni incastonati dove in teoria dovrebbero esserci gli zigomi. La parte superiore del cranio è schiacciata e, sinceramente, mi chiedo come possa essere ancora vivo.

Ogni caso è una battaglia da vincere: lo diceva sempre mio padre quando parlava del suo lavoro, il dottor Eusebio Pancaldi, stimato e riverito da tutti. La sua fama di cardiologo era in grado di nascondere la sua vera natura: un despota, un essere votato esclusivamente al culto del proprio super ego. Chiunque osasse sfidarlo veniva irrimediabilmente triturato dal suo disprezzo. Io ne so qualcosa: sono piena di cicatrici. Oh non si vedono, le ho tutte dentro; il mio animo è una sorta di patchwork: pezzi di verde umiliazione, di rossa rabbia, di nero dolore uniti da queste cicatrici spesse come cuciture fatte da una mano frettolosa. Io lo odiavo, lo odio tutt’ora, malgrado sia sotto tre metri di terra da quasi dieci anni. 

Mia madre è morta l’anno scorso, perlomeno fisicamente: la sua presenza è sempre stata al pari di un soprammobile su cui andava accumulandosi polvere, inutile, fastidiosa. L’unico ricordo di lei che più si avvicina a un momento di dolcezza è la sua crostata alle prugne. Me la preparava dopo le sfuriate pi feroci di mio padre: non mi consolava lei, non allargava le braccia lasciando che le mie lacrime trovassero una via di fuga tra le trame dei suoi completi di Armani. Ricordo a stento la sua voce, simile a quella di un pulcino pigolante. Mi metteva il piattino davanti, scuoteva la testa cotonata, e se ne stava a fissarmi con occhi vuoti come quelli della bambola che tutte le mattine metteva sul letto rifatto dalla cameriera. Volevo diventare una ballerina io, ero anche brava a sentire la mia insegnante di educazione fisica. Non lo ero secondo mio padre. I miei sogni non ho potuto riporli in un cassetto per poi un giorno riuscire a renderli reali; li ho dovuti seppellire sotto il cumulo delle sue cattiverie, lasciarli là sotto, a imputridire insieme alla mia autostima.

“Ma che cavolo…” si lascia scappare Marescotti e le sue parole chiudono il siparietto dei ricordi che mi sfrecciano in mente sempre nei momenti meno opportuni.

“Sei un'inetta. Lo sarai sempre" l’eco delle parole di mio padre mi rimbombano ancora in un angolo della mente, le sento come se fosse qui, appollaiato sulle mie spalle. Lidia se ne sta a fissare quello scempio, impietrita. Marco invece guarda me, come fossi una Dea pronta a miracolare l’umano beffato dal destino.

Faccio tutto quello che posso. Prendo i parametri vitali del paziente: respira a fatica per cui mi preparo a intubarlo ma non sarà facile, non riesco nemmeno a capire dove abbia la bocca. Ordino che gli venga inserita una flebo di fisiologica. Lidia scatta come una lepre e inizia a cercare una vena buona nel braccio destro; Marescotti chiama la radiologia: mi serve una TAC urgente, poi chiama a chirurgia anche se immagino sarà inutile. Telefona anche al laboratorio mentre dico a Lidia di fare un prelievo: dobbiamo sapere il gruppo sanguigno, con tutto il sangue che continua a perdere ha sicuramente bisogno di una trasfusione.

Non riesco a infilargli il tubo endotracheale, la sua bocca è piena di sangue. Cerco di aspirarlo ma è come cercare di togliere acqua da una barca che sta affondando.

Ha il petto nudo, i pantaloni sono stati tagliati dagli infermieri che gli hanno prestato i primi soccorsi: sembra Hulk finito in un tritacarne. Poi qualcosa attira la mia attenzione, qualcosa che mi inonda il corpo di adrenalina tanto che, per un momento, mi sento svenire.

Le voci concitate dei ragazzi mi strappano dallo stato di stordimento in cui sono caduta: per fortuna non si sono accorti di nulla.

Lo sconosciuto martoriato ha delle vene che sembrano letti di fiumiciattoli riarsi dal sole: Lidia inizia a sudare e Marescotti cerca di aiutarla, mentre Marco armeggia con il laringoscopio alla ricerca di una via per dargli ossigeno. Siamo tutti su di lui quando il corpo ha uno scatto violento.

L’uomo inizia a tremare, ha le convulsioni. Lidia e Marescotti si guardano e poi guardano me. Marco indietreggia, facendo quasi cadere il trespolo che sorregge la flebo. Il sangue inizia a sgorgare a fiotti dalle orecchie ridotte in poltiglia, così come dalle innumerevoli ferite che gli devastano il volto. Io me ne sto col tubo endotracheale fra le mani, la mente completamente svuotata da ogni pensiero: sono paralizzata.

Aveva ragione mio padre: sono un'inetta.

In quel momento sento una voce, dei passi e qualcuno che entra. Urlo di uscire senza voltarmi ma una mano mi si posa sul braccio. Un uomo in uniforme, alto e dall’espressione indecifrabile, mi dice qualcosa che non afferro, perché il monitor che segnala le pulsazioni del paziente mi sta perforando i timpani con il suo beep sempre più veloce, troppo veloce.

“Se ne vada, subito!” urlo al carabiniere che continua a starsene impalato proprio accanto a me ma, sull’ultima mia parola, il beep si ferma.

“Presto: defibrillatore!” urlo e Lidia è già pronta con il carrello accanto al lettino. Mi fiondo sul paziente, premo le piastre sul suo petto mentre la scarica lo fa sollevare. Niente. Ci riprovo ancora due volte, poi passo al massaggio cardiaco. Marco dice qualcosa, lo vedo con la coda dell’occhio che mi fa segno di smettere. Ha ragione: l’uomo è morto.

“Il paziente sconosciuto è deceduto alle ore una e venticinque.” dico guardando l’orologio posto sopra il tavolo di fronte.

Sono esausta.

“Dottoressa Pancaldi, sono il Maresciallo Bonetti” il carabiniere: me ne sono completamente scordata. Mi giro a guardarlo: è impettito, sembra per nulla turbato dalla scena a cui ha appena assistito.

Non dico nulla, mi tolgo i guanti insanguinati e li getto nel bidone ai piedi del lettino. Mi lavo le mani, sotto un getto d’acqua talmente ghiacciata che sembra penetrarmi fino alle ossa.

“Mi scusi ma devo farle delle domande” continua e mi prega di seguirlo.

Marescotti e Lidia sono di fianco al cadavere, mentre Marco lo sta coprendo con un lenzuolo.

Esco e so già cosa mi chiederà, ovvero se il paziente abbia detto qualcosa, o se ci sia qualcosa di utile per identificarlo, come da copione.

L’unica cosa utile l’ho intravista: il neo a forma di stella sulla spalla sinistra. L’ho riconosciuto subito ma me ne sono stata zitta.

Il maresciallo come previsto mi fa le domande che già so, mi fissa come se non credesse alla mia unica risposta, un NO secco e infastidito. Non sopporto quando mi trattano così, come se fossimo degli imbecilli solo perché indossiamo un camice bianco invece di una divisa piena di assurde mostrine.

“Ho da farle io una domanda” gli dico cercando di essere il più caustica possibile.

Lui stringe gli occhi e ritrae le labbra come se avesse appena succhiato un limone.

“Forse è meglio se ci spostiamo” dico abbassando la voce e gli indico il distributore automatico, lontano da occhi indiscreti.

Adesso è paonazzo, mi guarda come se volesse darmi un sonoro ceffone, la stessa espressione che aveva mio padre, quando me li dava.

Io lo fisso per alcuni secondi e lui fa altrettanto, poi mi segue.

Attraverso il vetro che ci divide dal cortile interno vedo l’ambulanza che ha portato la vittima e una pattuglia, quella del maresciallo. Ci sono altri due carabinieri; se ne stanno fermi, accanto alla macchina e ci stanno osservando: mi fanno venire in mente due cagnolini, pronti a correre ubbidienti a un segno del loro padrone.

La sala è stranamente vuota; c’è solo un signore su una barella con accanto quella che deve essere sua figlia, e i due infermieri dietro il bancone vicino all’entrata. L’altro mio collega di guardia deve essere chiuso in un ambulatorio con un paziente che stanziava prima in attesa. Mi levo la maschera: quella che ho iniziato a indossare da quando ho capito quanto fosse dannoso essere sé stessi e altrettanto fa il maresciallo, nonché mio amante da quasi cinque mesi, dandomi una sorta di carezza che schivo.

“Per fortuna che doveva sparire… invece me lo ritrovo qui! Ho dovuto persino sudare per cercare di rianimarlo” gli sibilo. Sono furiosa. A stento riesco a trattenermi dall’urlarle quelle frasi. Sento il sangue confluirmi al viso: mi sento male, malissimo, come se avessi la febbre.

“Guarda che hai contattato tu il tipo” mi risponde: posso quasi percepire i suoi muscoli irrigidirsi come cemento “Hai fatto tutto tu anzi. Doveva ammazzarlo e seppellirlo nel bosco no?” si ferma e mi stampa un mezzo sorrisetto “Evidentemente l’effetto della robaccia che si spara nelle vene deve essere svanito mentre finiva di prendere a martellate tuo marito e ha mollato l’osso fregandosene dei patti.”

“Sorridi? Lo trovi divertente? Io no. Adesso dovrò fare la parte della moglie distrutta, perché hanno il suo corpo!” le mie parole escono a fatica: la gola mi si è stretta in un nodo, lo sento premere dolorosamente tanto da essere in affanno. Mi sta venendo un attacco di panico: No, inizio a ripetermi, non adesso. Attacchi di panico, anni di frustrazione, la casa decadente in centro: ecco l’eredità che ho ricevuto da mio padre. La casa l’ho venduta non appena mia madre ha iniziato a convivere con Mr. Alzheimer ed è morta in una casa di cura sola come un cane. Come si dice: ognuno raccoglie ciò che semina ? Io l’ho ripagata esattamente con la stessa indifferenza con cui mi ha sempre trattata e non provo alcun rimorso, anzi: sollievo, ecco quello che provo. La prigione che mi ha costruito dentro il dottor Pancaldi invece non sono riuscita a venderla a nessuno. Ho imparato a viverci: l’ho abbellita, sono persino riuscita ad aprirvi una finestra, quella da cui me ne sto a guardare il mondo senza permettere a nessuno di entrare.

“Non credo ti sarà difficile” Fausto continua a blaterare e vorrei che le sue labbra si sigillassero per sempre “… penso sempre che tu abbia sbagliato lavoro: avresti dovuto fare l’attrice” adesso è serio, i suoi occhi sono due fiamme nere.

“Sei uno stronzo Fausto.” le mie non sono parole, ma stilettate che vorrei gli perforassero il cuore.

“Attenta: offesa a pubblico ufficiale… io sarò stronzo ma tu, tu cosa sei Miriam?

“Sono una donna che sa quello che vuole” sbotto alzando la voce senza rendermene conto “Non c’è cosa che spaventi un uomo più di una donna come me vero?” incrocio le braccia e rimango a fissarlo.

“Smettila con queste filippiche femministe, sei patetica” mi risponde serafico.

“Te lo ripeto: sei uno stronzo. Ti sei liberato del tipo?” taglio corto: non ne posso più di starmene qui ad ascoltare le sue stupidaggini.

Lui sorride e allunga ancora la mano: la posa sulla mia spalla e inizia ad accarezzarmi. Sono talmente stanca che non ho la forza di oppormi.

“Facile come bere un bicchier d’acqua” risponde “Sono andato nella catapecchia in cui abitava, oggi pomeriggio, appena finito il turno. Credo fosse tornato da poco dall’incontro con tuo marito: era ancora sporco di sangue. Gli ho intimato di venire con me. Si è meravigliato di non vedere la pattuglia, ha borbottato qualcosa sul fatto che fossi solo poi ha iniziato a piangere.” fa una pausa, sincerandosi che non ci sia nessuno intorno, poi continua: “Gli ho imbastito la storia dello spaccio, dicendogli che doveva venire in centrale per un interrogatorio. Sai cos’ha fatto lui? Ha confessato subito! Mi ha detto che una dottoressa gli aveva promesso duemila euro per uccidere suo marito… duemila euro: tendi sempre a sopravvalutare le persone Miriam”

Vorrei dirgli quanto sia lui patetico, ma rimango in silenzio, lasciandogli l’illusione di essere un uomo.

“Sei andata a casa sua, dopo che è stato ricoverato per un’overdose. Sapevi l’indirizzo e soprattutto quanto fosse disperato: disperato Miriam, ecco il tuo errore, metterti nelle mani di un parassita pronto a vendere anche sua madre per una dose. Avrebbe venduto anche te pur di pararsi in un qualche modo il culo. Mi ha raccontato proprio tutto, a partire da un’accurata descrizione del tuo bel faccino; poi lui che doveva aspettare Diego fuori dal bar dove andava a giocare a videopoker, colpirlo nel vicolo lì vicino e caricarselo in macchina. Lo ha fatto, solo che ha scambiato i giardini per il bosco. Lo ha nascosto in un fosso pieno di ortiche, non prima di avergli fracassato del tutto la faccia.” Un’altra pausa, seguita da un sospiro. “Diego lo hanno trovato due ragazzi che se ne tornavano dal cinema. Si sono fermati a fumarsi una canna e hanno sentito dei lamenti: non è stato nemmeno capace di ucciderlo. Ottima scelta davvero Miriam”

“Smettila. Posso garantirti che un errore simile non lo farò mai più” gli sussurro. Lui è perplesso, devo averlo spiazzato.

“Allora? Lo hai ucciso?” lo sprono.

“Sì, certo. Prima gli ho chiesto di consegnarmi l’arma del delitto: l’aveva su una credenza, in bella vista. Buona parte della testa bacata di tuo marito era ancora attaccata al martello.” Sghignazza, come se stesse ricordando una barzelletta davvero divertente, da un colpetto di tosse, e riprendere a parlare “Quell’idiota l’ho portato poco distante da casa sua (per fortuna abita nel bel mezzo del nulla) e poi l’ho fatto scendere. Dovevi vedere come frignava, continuava a dirmi che era pentito, che era malato. Gli ho dato un pugno ed è stramazzato a terra.” Gli scappa una mezza risata che soffoca con la mano inguantata, mentre con l’altra continua ad accarezzarmi la spalla.

“Dove hai messo il martello?” gli chiedo e lui fa subito l’offeso.

“Secondo te me lo sono portato in caserma, dentro l’armadietto? L’ho buttato in un canale cara: io so quello che faccio, cosa che…

“Oh piantala” lo interrompo e mi scosto. Fausto mi sorride e continua a parlare anzi, sussurrare.

“Gli ho tagliato la gola e credo non se ne sia nemmeno reso conto. Penseranno sia stato un regolamento di conti se e quando ritroveranno il suo corpo. L’ho ricoperto di foglie e rami secchi, ci sono molte volpi che bazzicano in campagna: non faranno fatica a spolpare quella poca carne che aveva intorno alle ossa. Contenta del tuo amore?” conclude quasi gongolando, come un attore che aspetti lo scroscio di applausi dopo la fine del monologo.

Non dico nulla, ho la nausea. Non per quello che mi ha raccontato, piuttosto per le ultime parole: tuo amore. La sua arroganza mi fa schifo, la stessa che ho dovuto sopportare prima con mio padre, poi con Diego.

“Vuoi sapere una cosa?” gli sussurro, ignorando la sua faccia beata. “Il mio secondo nome… sai qual è?” lui scuote la testa e continua ad avere quel sorrisetto ebete che mi fa ribollire il sangue.

“Libera. Paradossale vero? Mia madre lo ha scelto, come se avesse voluto darmi una sorta di passe-partout per sfuggire a un’identità che non mi appartiene”

“Che nome orribile, meno male che non lo hanno scelto come primo e…

“Trovo che sia un nome bellissimo invece” lo interrompo “… e trovo che sia perfetto per me” pontifico e lui se ne sta a fissarmi quasi compatendomi.

“Che cavolate, tu non puoi essere libera, né di nome né di fatto. Tu sei mia Miriam: quello che abbiamo fatto ci unirà per sempre” Mentre lo ascolto sento il brivido del disgusto scivolarmi lungo la schiena, artigliarmi la pelle e scavare fino nell’animo. Quante volte ormai l’ho percepito? Troppe.

“Dottoressa Pancaldi?” una voce irrompe nel silenzio pesante che grava su di noi.

Marco mi sta chiamando.

“Sono qui” rispondo e Fausto finge di parlare di indagini, con il solito tono irritante.

Marco mi viene incontro dicendomi che il medico legale è arrivato insieme al suo stormo di corvi.

Bene, penso: che lo spettacolo abbia inizio.

Non mi volto a guardare Fausto, ne ho abbastanza della sua faccia compiaciuta. Sapere che l’assassino di mio marito è morto stecchito però mi galvanizza.

Rientro nell’ambulatorio, dove il corpo di Diego giace sul tavolino circondato dagli aiutanti del dottor Adolfo Guarnesi, il medico legale. Lo porteranno via, lo sezioneranno e un po’ li invidio: non so cosa darei per vedere finalmente se al posto del cuore troveranno una pietra, come ho sempre immaginato.

Mentre sono lì a parlottare tra loro caccio un urlo che fa quasi cadere Guarnesi, che si volta di scatto con la bocca spalancata.

“Il neo!” urlo “No! Diego!” e mi precipito sul corpo, piangendo come una pazza.

Tutti mi guardano: sono la regina del palcoscenico, un’interpretazione da Oscar la mia.

“Mio marito è… Mio marito è lui!” urlo ancora, scivolando a terra. Si fiondano a sorreggermi, qualcuno mi mette davanti un bicchiere di carta con dell’acqua ma lo faccio cadere con una manata.

Il tutto dura pochi minuti ma mi sembra un’eternità.

Arrivano anche Fausto e i due appuntati: ci siamo proprio tutti penso.

Balbetto qualcosa, fingo di svenire per ben due volte mentre mi accompagnano fuori, dove mi ritrovo tra le braccia dell'altro mio collega di turno questa notte che continua a dirmi frasi che non capisco. Dice di fare respiri profondi, che mi daranno un calmante. Ancora qualcuno con dell’acqua, stavolta una bottiglietta: la prendo e ne bevo due sorsi.

“Il neo a forma di stella, sulla spalla sinistra… prima non lo avevo visto, nella concitazione e…” farfuglio e sento qualcosa pungermi il braccio: non mi sono accorta che Lidia mi ha sollevato la manica e mi sta facendo un’iniezione, Valium probabilmente.

Tutti mi sono attorno, cercano di consolarmi, Fausto che abbozza qualche domanda: anche lui è bravo come attore, molto.

Accenno ai debiti di mio marito, al fatto che amasse il gioco d’azzardo e alle telefonate minacciose che riceveva ultimamente. Tutto vero tra l’altro, verissimo: per questo lo odiavo tanto, perché ha sempre preferito il gioco a me. Per lui ero una sorta di salvadanaio, sempre pronto a rompermi in mille pezzi pur di racimolare qualche spicciolo. Oh, non mi ha mai picchiata, questo no: non ha mai avuto bisogno delle mani per ferirmi; le sue parole cattive, il suo disprezzo sono stati cento volte più deleteri dei lividi intorno agli occhi. Quelli erano la specialità di mio padre.

Fausto mi dice che non è ancora certo, che forse non è lui, meglio aspettare il DNA, lo ripete e solo io scorgo nei suoi occhi con quanta ironia stia dicendo quelle frasi.

Il calmante fa effetto e inizio a sentirmi leggera. Vorrei essere a casa, sul divano e dormire.

Mi ritrovo invece nella stanza in cui di solito rimango durante le notti, in attesa di eventuali emergenze; c’è Lidia con me: mi sorride e mi sorregge; per fortuna non parla, non ho voglia di sentire altre fesserie, per stasera può bastare. Mi fa sedere sulla poltrona imbottita e, come un mago, fa apparire dal nulla una coperta: doveva averla sotto il braccio, una di quelle coperte che sembrano fatte con foglie d’ortica.

Mentre chiude la porta la sento dire agli altri che sono tranquilla adesso, mi addormenterò a breve. Ha ragione: adesso sono tranquilla, in trentanove anni non sono mai stata così serena.

Fausto non immagina nemmeno lontanamente ciò che lo aspetta, è convinto di essere indispensabile per me, che d’ora in poi sarò legata inscindibilmente a lui.

Solo l’idea mi annienta. Gli uomini mi annientano o, perlomeno, è ciò che hanno fatto quelli che ho cercato di amare. Sono un cliché vivente, me ne rendo conto, ma la realtà è tanto banale quanto spietata: mio padre, la figura maschile che per antonomasia avrebbe dovuto infondermi fiducia nel genere maschile me lo ha fatto odiare. Ho cercato di superare quello che pensavo fosse una sorta di trauma, sono andata anche da uno psichiatra che mi ha imbottito di pasticche e tante belle parole che avevano la stessa consistenza del fumo. Ho sposato Diego perché ero convinta di esserne innamorata, già: convinta. Come ero convinta che facendo medicina magari mio padre mi avrebbe finalmente abbracciato, mi avrebbe detto quanto fosse orgoglioso di me. Mi sono sbagliata in entrambi i casi.

Ho deciso che non sarò più Miriam. Ho capito che basta poco per far sì che le cose vadano come desidero, ho imparato l’unica cosa che mio padre mi abbia insegnato: essere spietata, una manipolatrice pronta a tutto pur di soddisfare i propri desideri. Non voglio più fare la ballerina. Voglio quello che ho cercato disperatamente per tutta la vita: me stessa.

Fausto non fa che ripetermi che divorzierà dalla moglie, presto anche, eppure tutte le volte che lei lo chiama lui corre risponderle come un cane con la coda fra le gambe. Per lui sono un giocattolo, come lo è anche sua moglie, da prendere e lasciare a suo piacimento. Lui e le sue parole inutili, le sue bugie: la mia esistenza è stata una menzogna continua, io stessa non ho fatto altro che costruire barricate di illusioni fin da quando ero bambina. Me ne sono stata accovacciata nel mio rifugio come un soldato che aspetta i rinforzi, confondendo il nemico per l’alleato, confondendo l’odio per amore.

Fausto non sa delle foto, non sa di me e Marco.

Marco lo ha seguito e lo ha fotografato mentre uccideva il tossico. Lo ha fotografato anche mentre gettava via il martello nel canale.

Le foto le avrò a breve, naturalmente le stamperà lui, perché guarda caso la passione di Marco è la fotografia; abbiamo scopato nella camera oscura un mese fa, mentre Fausto se ne stava a casa con la mogliettina. Me lo immagino: tronfio e sicuro di avermi in pugno.

Le riceveranno alla centrale, tra una settimana, in una busta senza mittente.

A Marco ho detto che mi perseguita, che mi fa paura. Gli ho fatto leggere le sue lettere (niente messaggi, tipico di uomo sul punto di lasciare la moglie farsi simili scrupoli), quelle che non ho bruciato. Un’accozzaglia di deliri, tra cui il desiderio di uccidere mio marito, descritto con dovizia di particolari sempre più cruenti. Queste le terrò, per confutare quanto il maresciallo fosse in preda a una vera e propria fissazione nel caso lui cerchi di coinvolgermi; naturalmente non ho permesso che Marco le toccasse, no: devono trovarci le impronte di Fausto su quei fogli oltre le mie.

“Amore,

finalmente sarai libera!

Non vedo l’ora che quel miserabile di tuo marito si ritrovi insieme ai vermi come lui.

Sai una cosa? Non vedo l’ora anche di togliere di mezzo quell’essere inutile che ha fatto il lavoro sporco. Ci andrò dopo che avrà ucciso il bastardo: venerdì, appena finito col lavoro. Ho la mattina, ho fatto di tutto per averla: non vedo l’ora di sgozzare quell’idiota! Quante volte ho desiderato prendere la pistola e piantare una pallottola in testa a questi schifosi, parassiti, invece non posso, devo attenermi alla legge, al mio ruolo…

Bello, bellissimo! Questa cosa mi eccita, me lo fa diventare duro: come vorrei che tu fossi qui per sentire quanto sia duro adesso. Voglio sbatterti qui, contro il muro, voglio farti godere voglio sentirti urlare. Mmmmm quanto ti desidero, mi fai impazzire Miriam.

Non appena tutto sarà finito sarai mia, sì: MIA.

Mi sto toccando sai? Mi tocco sempre quando ti penso, penso che sia la tua mano e non la mia, la tua bocca…

Ti voglio e ti avrò.

Che effetto che mi fai, te ne rendi conto?

A presto AMORE MIO. MIO, perché sarai per sempre MIA Miriam.

Ti amo.

Fausto.”

L’ultima sua lettera: la so a memoria. Quando Marco l’ha vista ha dovuto prendere una delle sue pillole dal tanto che si era agitato.

Non vedo l’ora di avere quelle fotografie, le desidero più di qualsiasi altra cosa.

Nessuno sa della relazione tra me e Fausto, siamo stati molto attenti: niente alberghi, niente luoghi frequentati, niente messaggi, email o telefonate. Nemmeno Marco lo sa: gli ho detto che quella del maresciallo è un’ossessione nei miei confronti, che non c’è mai stato nulla, che da quando è venuto qui al pronto soccorso cinque mesi fa per via di un accoltellamento fra africani ha iniziato a molestarmi. Marco ci ha creduto, eccome. Fausto mi mandava le lettere, dicendomi quando incontrarci e dove. Le ho selezionate, ho cercato quelle in cui non ci sia alcun accenno ai nostri incontri e ne ho trovate diverse: per mia fortuna è talmente egoista da essere quasi sempre lui il centro dei suoi pensieri.

Non appena le cose si sistemeranno con Fausto mi dedicherò completamente a Marco.

So quello che pensa quel ragazzotto: crede che dopo il suo gesto io gli sarò per sempre grata, una gratitudine che diventerà sottomissione. Mi chiedo perché non si accontentino di una scopata, di una cena o di un cinema: no, devono avere l’egemonia sulla mia vita, soffocandomi a poco a poco con la loro mediocrità.  

Tanto bello quanto fragile Marco: ha una malformazione cardiaca che tiene sotto controllo con medicine e visite periodiche.

Io ho la cura per lui, una cura definitiva: un’iniezione di potassio e tutti i suoi problemi finiranno insieme ai miei. So già come fare. Ogni mese gli fanno un prelievo ematologico, per cui basterà iniettargli il veleno nel punto in cui la sua pelle sarà già bucherellata. Gli farò bere qualcosa prima, una Coca Cola corretta col Tavor. Lo prende regolarmente per dormire, un'altra freccia al mio arco. Lo farò quando sarà in ferie: il potassio dopo 48 ore non è più identificabile in caso di autopsia. Nessuno andrà a cercarlo, perlomeno finché non dovrà tornare al lavoro. Non ha parenti, né un amico impiccione che potrebbe preoccuparsi di lui. Abita in periferia, in un quartiere pieno di puttane e spacciatori che di certo non si daranno pena se non lo vedranno uscire di casa.

Mi spiace solo di non avere fatto lo stesso con mio padre.

Tutti questi pensieri mi solleticano la mente, sono come una carezza benevola tanto da farmi addormentare.

Sto sognando che sono su un’altalena, spingo con le gambe per andare sempre più in alto e rido, rido perché non c’è nessuno intorno a me, nessuno che possa fermarmi o farmi cadere.

Nessuno mi ha mai dato una spinta per farmi volare più in alto.

Mentre il cielo di un azzurro ipnotico mi si apre davanti rido ancora più forte, e sento una voce lontana: che sia Dio?, penso nel sogno.

Nella realtà c’è Lidia, che mi sta guardando perplessa.

“Tutto bene Miriam?” mi chiede.

“Libera, sono Libera adesso!” le rispondo con la voce impastata, prima di riprendere a ridere, col cuore gonfio di felicità.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Genere

thriller

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