La bambola

Clara non era mai stata bella, anzi era un piccolo mostriciattolo. Così la definivano i cari genitori, i due fratelli maggiori e la sua adorabile nonnina. E solo perché in una famiglia di biondi era nata bruna, anzi scura come il carbone. Aveva gli occhi e i capelli color ebano, la pelle olivastra. Era alta, massiccia, con rotoli di grasso in ogni parte del corpo.

Il suo aspetto non l’aiutava a essere una persona con un po’ di autostima, e i suoi parenti l’avevano fatta diventare una complessata.

A volte si guardava allo specchio e non riusciva a trattenere le lacrime.

Frequentava l’università e faceva di tutto per non farsi notare; si infilava maglioni enormi e incolori per confondersi tra la folla, camminava a testa bassa, non parlava e non sorrideva mai a nessuno. Ovviamente non ci pensava neppure a interessarsi a un ragazzo, tanto era sicura che sarebbe stato un sentimento a senso unico.

Aveva venticinque anni, e si sentiva come se il mondo le pesasse sulle spalle. Non riusciva neppure a pensare che finiti gli studi avrebbe dovuto cercare un lavoro. I suoi le facevano notare che stava sprecando tempo e che, con la sua scarsa intelligenza, avrebbe potuto al massimo aspirare a un posto di lavapiatti. Se non altro le pagavano le tasse universitarie, e lei finiva per accettare gli insulti.

E poi accadde l’incredibile. Clara si innamorò, non capì neppure come le capitò. Era un giorno come gli altri, era uscita senza fare colazione, come al solito.

La sua famiglia era riunita a tavola davanti a tazze di caffellatte e a cornetti caldi. Aveva imparato con gli anni che non poteva unirsi a loro senza subire prese in giro di tutti i tipi. Le rinfacciavano di abbuffarsi senza ritegno, di pensare solo al cibo invece di tentare di dimagrire. Sua madre in più di un’occasione l’aveva messa forzatamente a dieta, presentandole piatti pieni di insalata e di verdure. Clara fingeva di sottostare, e appena fuori casa, andava a rimpinzarsi in qualche bar.

L’aveva fatto anche quella mattina.

Ormai nel bar la conoscevano, si sedeva a un tavolino appartato, lontano dalla vetrina, caso mai passasse di lì qualcuno che la conosceva e che avrebbe potuto riferirlo ai genitori, e il cameriere le portava il solito: pizzette e supplì.

Stava addentando la seconda pizzetta, quando si accorse che un uomo la stava fissando.

Istintivamente, perché non credeva che qualcuno potesse guardarla, si girò per accertarsi di chi ci fosse alle sue spalle. E con stupore non notò nessuno.

E lo sconosciuto era ancora là, con gli occhi puntati su di lei.

Si sentì arrossire, ma poi pensò che doveva essere un po’ matto. O alla ricerca di un fenomeno da baraccone.

L’uomo si alzò, e si sedette al suo tavolo.

-  Sono il dottor Dotti – si presentò. – Mia cara, mi affascina moltissimo.

-  Mi scusi, ma io… – Clara balbettò.

-  La prego, mi faccia spiegare. Sono un chirurgo plastico. Lei non si può dire che sia bella, però io potrei farla diventare un sogno, un sogno per ogni uomo.

-  Come si permette? – Clara cercò di andarsene, però lui la trattenne da un braccio.

-  Si sieda, mi dia retta. Scommetto che mangia qui, perché a casa le hanno imposto una dieta. Beh, pensi che soddisfazione se sparisse per un po’ e riapparisse completamente trasformata. Pensi all’invidia delle sue sorelle.

-  Io non ho sorelle – farfugliò la ragazza; era frastornata.

-  Beh, di sua madre allora. Le garantisco degli ottimi risultati. Se verrà con me, nel mio studio, le mostrerò le foto dei miei pazienti, prima e dopo.

-  Sta scherzando, vero?

-  No, sono maledettamente serio.

Il tono con cui lo disse fece rabbrividire Clara. Eppure era molto tentata. Se fosse stato possibile? Se poteva farla diventare un’altra, bella e sicura di sé?

Era disposta a tutto per questo, anche a correre qualche rischio. Inoltre, quell’uomo fisicamente non le incuteva paura, era piccoletto e probabilmente pesava una trentina di chili meno di lei. Sarebbe stata in grado di difendersi, anche se fosse stato uno svitato e avesse tentato di aggredirla. E se avesse voluto violentarla? Era vergine e sarebbe stata una prima volta orribile. No, non poteva andare con lui, da nessuna parte.

Stavolta riuscì a levarsi in piedi.

- Mi lasci in pace – sibilò.

 

L’indomani, dopo qualche tentennamento, si recò di nuovo al bar. Era il migliore della zona e servivano le più appetitose pizzette della città.

Decise che se avesse incontrato di nuovo il medico, o presunto tale, lo avrebbe ignorato. E infatti lui spuntò ben presto. E ricominciò con la solita tiritera.

Anche stavolta non cedette. Il rituale si ripeté puntale, giorno dopo giorno, per una settimana. E all’ottavo giorno, Clara capitolò. In quel periodo, malgrado avesse cercato di non soffermarcisi, i discorsi del dottore le avevano fatto nascere delle speranze.

Le proponeva di realizzare il più grande desiderio della sua vita: essere finalmente e semplicemente bellissima, e allora perché no?

Allo studio, completamente tappezzato da foto di pazienti - in alcuni casi i risultati sembravano miracolosi -, la fece sedere su un comodo divano, e le parlò per quasi due ore degli interventi che aveva in mente per lei.

Le disse che ci avrebbe guadagnato tanta pubblicità. Mostrando al mondo il suo attuale aspetto, e il risultato finale, avrebbe potuto dimostrare la sua grandezza di chirurgo. Clara non si offese, prima perché non aveva amor proprio, poi perché lui le serviva. Ormai era determinata a ricorrere alla chirurgia estetica; non avrebbe trovato nessuno disposto a operarla gratis, e, in caso contrario, non  avrebbe potuto permetterselo.

Iniziò quello che dovette definire un calvario. Certo, era felice, ma gli interventi furono lunghi e alcuni anche dolorosi. Soprattutto fu poco sopportabile il decorso post-operatorio, con tutte quelle fasciature che le consentivano sì e no di respirare.

Ai suoi aveva raccontato che una collega universitaria le aveva offerto ospitalità per un lungo periodo nella villa di campagna, in cambio di aiuto nello studio. I suoi genitori non avevano obbiettato, anzi l’avevano incoraggiata ad accettare dicendole che così si sarebbe resa più indipendente e avrebbe coltivato nuove amicizie. Clara aveva il dubbio che, in realtà, volessero liberarsi di lei.

Magari quando torno, trovo la mia stanza affittata, pensò con un pizzico di amarezza. Tuttavia era troppo contenta per ciò che l’aspettava, per farsi troppe domande.  

E si era rifugiata davvero in una villa, però messa a disposizione dal chirurgo.

Trascorse quasi un anno prima che tutto si compisse. Ogni giorno Clara spiava i risultati allo specchio, quelli che chiamava i suoi progressi, e, ogni giorno, sorrideva sempre più soddisfatta. 

Infine, una mattina, rimirandosi, urlò di gioia.

Era diventata bellissima, una stupenda mora con un corpo da favola, uno di quei corpi perfetti che aveva visto solo sui giornali e che credeva fossero dovuti a ritocchi al computer.

Anche lei era ritoccata, si disse, però a chi importava? A lei no di sicuro.

Clara crollò sul letto, e iniziò a piangere, di gioia, ma pure di tristezza. Avrebbe perduto Carlo, ora che il suo lavoro era terminato non l’avrebbe più visto tanto spesso, anzi forse non l’avrebbe proprio più rivisto.

In quei mesi il dottore l’aveva portata in giro, fatta viaggiare con lui, mostrato i risultati a tutti: colleghi, eventuali clienti, semplici conoscenti. Ne aveva ricavato onori e lodi, anche molte critiche, che non avevano turbato nessuno dei due.

I familiari di Clara avevano saputo così la verità, però la cosa l’aveva lasciata indifferente; sapeva che non sarebbe mai tornata da loro.

I suoi genitori l’avevano invitata a casa, l’avevano pregata quando aveva rifiutato. La ragazza comprendeva che volevano sfruttarla, che puntavano ai guadagni ottenuti con la pubblicità e le ospitate in tv; erano giunti perfino a minacciarla di rovinare il suo nuovo bel visino, se non li avesse accontentati.

Li aveva ignorati, con Carlo si sentiva protetta, non aveva nessun timore. Per lui era stata un ottimo investimento, presumibilmente solo quello, invece lei se ne era innamorata.

Come evocato, il medico entrò nella stanza.

Non si scompose vedendola piangere, non si scomponeva mai per nulla; le si sedette accanto.

- Cosa hai? – le chiese.

- Niente, sono solo triste – gli rispose, cercando di non guardarlo, per paura che si accorgesse di quello che stava provando.

-  Lo so – la stupì. – Non devi preoccuparti, non ho intenzione di lasciarti.

Clara trasalì.

-  Che significa? – disse, asciugandosi gli occhi con i pugni come una bambina.

-  Anch’io ti amo. Ho trovato la donna perfetta, e sarà mia.

Clara gli buttò le braccia al collo.

Per le successive ore, dimenticò il mondo, persa in un’infinita passione.

 

Clara era al settimo cielo. La sua vita era finalmente come l’aveva sempre sognata. Amava ed era riamata. Carlo era l’uomo più dolce, affettuoso, premuroso del mondo, la riempiva di attenzioni e di regali, di coccole e di baci.

Clara adorava le sue mani che l’avevano forgiata, e che adesso l’accarezzavano e la eccitavano. Quelle mani che continuavano a operarla. Perché, dopo qualche mese, gli interventi erano iniziati di nuovo.

Il dottore aveva insistito per modellare ancora qualche altra parte del suo corpo, soprattutto del viso: gli zigomi, le labbra, persino le orecchie. Clara aveva ceduto subito, innamorata com’era.

Passarono un paio di anni, anni di pura felicità, anche se la ragazza detestava i giorni in cui viveva bendata.

I viaggi erano cessati, le apparizioni in tv pure; Carlo le ripeteva che era geloso e la voleva tutta per sé. Non tollerava neppure che uscisse spesso da casa.

Da principio le aveva fatto molto piacere, ma iniziava a stancarsi. Avrebbe desiderato riavere un’esistenza normale, riprendere gli studi, laurearsi, lavorare; al contrario passava le giornate ad aspettarlo, e non aveva neppure trent’anni.

Pensò che se voleva un cambiamento, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa.

Preparò una cena, a base di caviale e di champagne - il dottore era generoso, avevano la dispensa sempre ben fornita -, apparecchiò la tavola con una bellissima tovaglia bianca di fiandra, e piatti di porcellana bianchi con disegni blu.

Era tutto perfetto; Clara era certa che niente avrebbe potuto rovinare la serata.

Carlo arrivò puntuale alle otto e mezzo. Restò meravigliato, ma parve contento della sorpresa. L’abbracciò e la baciò, affettuoso come al solito.

Mangiarono, parlarono e risero tanto.

Si accomodarono sul divano del salotto per gustare il caffè.

-  Ti amo tanto – disse Clara, stringendosi al suo uomo.

-  Sì, cara, anch’io.

Si baciarono con desiderio. Clara, però, voleva rimandare a dopo le effusioni, voleva spiegargli il suo stato d’animo, chiedergli di comprendere che, per quanto fosse importante, lo fosse pure il suo futuro. Lui ne avrebbe fatto parte, anzi sarebbe sicuramente rimasto la persona più importante, tuttavia non poteva continuare in quel modo, aveva bisogno di stimoli, di appassionarsi a qualcosa. E gli spiegò tutto, tutto quello che le passava per la testa.

Temeva che si arrabbiasse; il dottore si limitò a guardarla e a sorridere.    

-  Non ti dispiace allora? – sorrise Clara, di rimando.

-  No, tesoro, mi dispiace eccome – Carlo, sempre sorridendo, si alzò. – Tu sei mia, ti possiedo, non te ne andrai.

- Caro – tentò la ragazza – non intendo andarmene, ti amo, voglio stare con te, però devi capire…

-  No, sei tu che non capisci, sei mia e resterai qui.

Clara si levò in piedi per protestare; il medico non gliene diede il tempo. L’afferrò per le spalle e la strinse, dopo le circondò la gola con le mani.

-  Rimarrai qui per sempre – biascicava, mentre le toglieva il respiro. – Ti ho scelta per questo, per questo ti ho forgiata, per averti per il tempo che vorrò.

La raccolse prima che Clara, ormai senza vita, crollasse sul pavimento.

La sollevò ed entrò in cucina, da lì prese le scale per la cantina. Aveva preparato il necessario per quel momento, che era sicuro sarebbe arrivato, aveva fatto esperienza con sua moglie.   

La depose sul tavolo grigio, e iniziò la preparazione per la tassidermia. Indossò i guanti, e cominciò a spogliare quel corpo che aveva creato. Era la perfezione, un corpo magnifico che avrebbe posseduto per sempre. Sapeva che se non avesse agito, presto sarebbe rimasto a mani vuote.

Aveva già affrontato quella situazione anni prima: amava una donna, l’aveva sposata, l’aveva plasmata fino a renderla il suo ideale di bellezza, e lei era fuggita. Una vera ingrata.

Ma gli era servito da lezione.  

E ora, con Clara, avrebbe potuto contemplare la sua opera, ogni giorno, ogni istante, ogni volta che ne avesse avuto voglia.

Era felice, mai stato tanto felice.   

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Genere

thriller

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