METTI UNA DONNA SOLA

Il furgoncino verde si stava avvicinando lentamente all'abitazione isolata, in aperta campagna, sollevando terra e polvere. Era sera tardi e la famiglia che vi abitava era in procinto di andare a dormire. Il figlio più piccolo era da poco scivolato sotto alle coperte, la figlia maggiore giaceva nel letto intenta a leggere un libro, nell'attesa che il sonno la vincesse. La madre, in camicia da notte, struccava il viso con un batuffolo di cotone impregnato di latte detergente, mentre il padre indugiava ancora un po' in salotto, col bicchiere di brandy in mano.
Il furgone verde mezzo scassato raggiunse il casolare e sostò poco distante, spegnendo i fari. La portiera si aprì e ne scese un uomo grasso e pelato. Teneva in mano, per i capelli, la testa di una donna, una prostituta che aveva da poco sgozzato, dopo essersi fatto fare un servizietto. La gettò lontano, come fosse una palla da basket, cercando di mirare al campo dove la luna rischiarava appena le spighe di grano. Sollevò i pantaloni che erano scivolati sotto la pancia, strinse la cintura e infilò in tasca il coltello ancora insanguinato, quindi percorse a piedi quei pochi metri che lo separavano dalla porta d'ingresso. Suonò il campanello e tirò su col naso, nell'attesa che qualcuno si affacciasse sull'uscio.
Livia si rannicchiò sul divano, portando le ginocchia al mento e abbracciandosi le gambe.<<No, non aprire>>, bisbigliò.
L'uomo in salotto si alzò dal divano e posò il bicchiere di brandy sul tavolino, dirigendosi verso l'ingresso con aria sorpresa. Si stava sicuramente domandando chi mai potesse essere a quell'ora.
<<Non aprire, non aprire>>, ribatté Livia, stringendo più forte le ginocchia. <<Quello vi ammazza tutti>>.
Un rumore improvviso la fece sobbalzare. <<Porca vacca, che spavento!>>. Saltò in piedi di colpo e stoppò l'immagine del film. Che cos'era stato? Probabilmente una persiana aveva sbattuto, sospinta dal vento che non aveva ancora smesso di soffiare da quella mattina. Tese l'orecchio e rimase ferma ad ascoltare se per caso il rumore si ripresentasse. Niente. "Devo smetterla di guardare certi film. Poi mi immagino le cose", pensò. La villetta era improvvisamente piombata nel silenzio più assoluto.
Da quando si era separata dal marito Fabio, Livia non si sentiva più tranquilla in quella casa isolata, tanto lontana dal centro abitato. Era stata una pessima idea acquistarla. Ma Fabio aveva tanto insistito. Odiava il caos della città e amava il silenzio e la tranquillità della campagna. La casa si era rivelata un vero affare, venduta all'asta per bancarotta dei proprietari. Fabio era venuto a conoscenza della cosa, grazie a una soffiata di suo fratello, guardia giurata in tribunale. "Non possiamo farci scappare questa occasione", aveva detto alla moglie e lei si era lasciata trascinare dal suo entusiasmo, salvo poi pentirsene, quando lui se n'era andato con un'altra. Era tornato a vivere in città, lo stronzo, lasciandole la casa nella quale Livia viveva con Tommaso, il figlio di dieci anni. Quella sera, però, Tommaso non c'era. Era stato invitato alla festa di compleanno del cuginetto. <<Non preoccuparti di venirlo a riprendere>>, le aveva detto il cognato quando si era presentato nel pomeriggio. <<Lo teniamo anche a dormire. Te lo riportiamo domattina>>.
Era la prima volta che Livia si trovava completamente sola in quella casa. Non le piaceva affatto l'idea di restare lì ancora a lungo. Era già da un po' che ci pensava ed era sempre più convinta di voler mettere in vendita la villetta per tornare anche lei a vivere in città, soprattutto dopo le numerose notizie di rapine in ville isolate, e non solo, che si sentivano quasi quotidianamente ai telegiornali.
Rimase in ascolto ancora un po', poi si convinse che il rumore fosse stato frutto della sua immaginazione e tornò sul divano. Prese in mano il telecomando e premette play per riavviare il film.
L'uomo del brandy stava per aprire la porta. Il momento era di alta tensione e c'era un silenzio totale, di quelli cui sicuramente sarebbe seguito il frastuono di una scena violenta. In quel frangente di assenza di qualunque suono, Livia udì distintamente un altro rumore provenire dall'esterno della casa. Bloccò nuovamente l'immagine. Il film rimase fermo sulla porta che si apriva e i due uomini che si guardavano in faccia. Nel silenzio che aveva avvolto la villetta, Livia riconobbe distintamente il rumore di foglie calpestate.
Da quando Fabio se n'era andato, nessuno si preoccupava più di tenere in ordine il giardino e il vento di quei giorni di fine ottobre aveva ricoperto il prato davanti alla casa di uno strato di foglie secche e rametti spezzati, strappati agli alberi che circondavano l'abitazione. Il cuore le balzò in gola. Diresse lo sguardo verso la finestra. La attraversò il sinistro pensiero di non averla chiusa bene. Non era una casa sicura, se lo era detta un sacco di volte. Chiunque sarebbe potuto entrare, sfondando il vetro. L'allarme era guasto da tempo e la telecamera stazionava là, sul muro esterno, come semplice deterrente per i malintenzionati. Niente cani da guardia. Tutte scelte di Fabio, maledetto stronzo. Si domandò come avesse potuto accettare di rimanere a vivere lì, in quelle condizioni. L'indomani stesso avrebbe contattato un'agenzia immobiliare per mettere in vendita la proprietà. All'improvviso scorse un'ombra passare davanti alla vetrata. Erano i rami di un albero, mossi dal vento, oppure c'era davvero qualcuno? Si sentì pervadere dal panico. Tornò di corsa al divano dove aveva lasciato il cellulare, lo raccolse dal cuscino e compose le cifre del pronto intervento.
Le rispose una voce maschile: <<Polizia, dica>>.
<<Mi sembra di avere visto qualcuno aggirarsi nel mio giardino>>. La voce di Livia era tesa e ansimante.

<<Da dove ci chiama, signora?>>.
<<Dalla residenza della Bicocca, in via Campi Lunghi al diciassette>>.
<<C'è qualcuno con lei o è sola?>>.
<<Sono sola, agente. E ho paura>>.
<<E' sicura di avere visto qualcuno?>>.
<<Mi sembra. Non ne sono certissima, ma...>>.
<<Torni a guardare e mi dica che cosa vede>>.
Livia accese la luce esterna dall'interruttore all'ingresso e tornò alla finestra. Guardò fuori. Non vide nulla, solo alberi e foglie che cadevano al suolo. <<Non vedo nessuno>>, comunicò all'agente. <<Forse mi sono sbagliata>>.

<<Magari era un vagabondo>>, commentò il poliziotto. Evidentemente conosceva la residenza e sapeva che non c'era recinzione. Vi si accedeva, infatti, attraverso un sentiero nel bosco. <<Comunque, per sicurezza, mando qualcuno a controllare>>.
<<Grazie>>. Livia si sentì confortata.

L’agente che aveva appena ricevuto la chiamata aprì la comunicazione con tutte le pattuglie mobili in servizio.

<<Qui centrale, una donna ha segnalato una possibile presenza estranea nel suo giardino, al numero diciassette di via Campi Lunghi, residenza Bicocca. La donna è sola in casa. Probabilmente si tratta di un falso allarme, ma, per sicurezza, meglio dare un'occhiata. Se qualche pattuglia è nei paraggi, vada a controllare>>.

<<Volante tre, ricevuto, siamo nelle vicinanze dell'abitazione, andiamo noi>>.

 


Sapere che sarebbe giunta al più presto una pattuglia della polizia diede a Livia una parvenza di tranquillità. Guardò ancora fuori dalla finestra, lasciando spaziare lo sguardo tutto attorno, per quanto la fioca illuminazione esterna lo consentisse. Non vide nulla di anomalo. Tornò al divano e sedette. Doveva smetterla di guardare film horror, non facevano altro che alimentare le sue stupide fantasie. Nessun ladro si sarebbe mai introdotto in una casa come quella. I ladri sanno dove trovare quello che cercano, studiano le potenziali vittime prima, raccolgono informazioni sul loro conto, vanno a colpo sicuro. Se qualcuno si fosse introdotto lì dentro, non avrebbe trovato niente di che: nessuna cassaforte, nessun oggetto di valore, niente gioielli, solo bigiotteria. Si convinse di queste sue argomentazioni e decise di sviare il pensiero, cambiando canale. Quel film le aveva messo addosso un'angoscia terribile. Sintonizzò la tivù su un canale che trasmetteva cabaret.
Il rumore di una porta cigolante, proveniente dal fondo della casa, le gelò il sangue. Spense la televisione. Quella non era stata un'immaginazione, lo aveva sentito chiaramente. Il cuore le batteva in gola furioso e le tempie presero a pulsare come un martello pneumatico. Si sentì mancare. Temette di poter svenire. Rimase come pietrificata qualche secondo, poi trovò la forza di reagire. Si nascose dietro il divano, tirandosi addosso la coperta di pile, appoggiata sulla poltrona di fronte, che teneva sempre a portata di mano per le serate fredde. Rimase sdraiata sul pavimento, immobile, il fiato corto, il cuore che martellava rimbombando nelle orecchie fino a stordirla.

Livia udì distintamente dei passi avanzare verso la sala. Il parquet del corridoio scricchiolava sotto il peso dell'intruso. Avrebbe voluto richiamare la polizia, ma si ricordò di avere posato il cellulare sopra un mobile accanto alla finestra. "Merda!". Troppo pericoloso andare a prenderlo. Smise quasi di respirare, per non fare il minimo rumore. Forse il malintenzionato avrebbe fatto un giro di perlustrazione per la casa e, visto che non c'era nulla da rubare, se ne sarebbe andato.
"A momenti arriverà la polizia. Devo solo cercare di non farmi prendere dal panico". Tentò di convincersi, il cuore però le batteva talmente forte che aveva paura che l'intruso lo potesse sentire.
Lui avanzava, facendosi luce con una torcia elettrica.
Da sotto la coperta, Livia riuscì a vedere il fascio di luce proiettarsi lungo il pavimento. Trattenne il respiro. Le parve di non poter trattenere invece lo stimolo della pipì. Strinse forte le gambe e pregò in silenzio. "Dio, ti prego, fa' che non mi veda!".
L'intruso entrò nella sala. Si fermò a pochi passi dal divano dietro al quale Livia quasi soffocava dal terrore. Temette che la paura avesse un odore e che l'odore potesse raggiungere l'estraneo che se ne stava inspiegabilmente fermo a pochi passi da lei.
Poi, dal nulla, la voce dello sconosciuto intonò una filastrocca.


Nella notte è tutto scuro,
vedo un'ombra lungo il muro,
sento un gatto miagolare
ed ho voglia di gridare!
Senti il grido nella notte?
Mi nascondo in una botte
guardo in mezzo a una fessura
tremo tutta ed ho paura!

Uno scatto fulmineo, improvviso, e lo sconosciuto afferrò la coperta, strappandogliela di dosso. Le puntò negli occhi terrorizzati la torcia elettrica. <<Cosa fai? Giochi a nascondino come i bambini?>>.
Livia rimase accecata da quel bagliore. Si alzò e tentò di fuggire, gridando con tutto il fiato che aveva in corpo, ma nessuno poté sentirla. Nessuno, eccetto lui, che con un balzo felino, simile a un ghepardo che raggiunga la sua preda, la brancò alle spalle, sferrandole un pugno che la fece cadere a terra tramortita.

 


Alla stazione di polizia, l'agente che aveva ricevuto la chiamata stava tranquillamente sorseggiando un caffè. Mancavano pochi minuti alla fine del suo turno, non vedeva l'ora di tornare a casa dalla sua famiglia, infilarsi nel letto accogliente, accanto alla moglie. Era stata una giornata noiosa, di quelle dove non succede mai niente. Le ore erano trascorse lente. Aveva corso il rischio di addormentarsi più volte, seduto alla sua postazione, davanti a un telefono che raramente aveva squillato e quasi sempre a vuoto. Non contava nemmeno più i caffè che aveva bevuto. Faceva anche freddo in questura, quella sera. Il riscaldamento non funzionava e gli spifferi d'aria penetravano attraverso le fessure delle finestre dai serramenti ormai vecchi. A casa si sarebbe infilato subito sotto alle coperte, trovando il letto sicuramente già caldo. Sapeva che sua moglie lo avrebbe atteso sveglia, come faceva ogni volta che lui aveva il turno fino a tardi. Già la immaginava semi sdraiata, la schiena appoggiata ai due cuscini, il piumone tirato fino al petto, un libro in mano. Lo avrebbe accolto col suo sorriso amorevole e avrebbe pronunciato la solita frase: <<Finalmente sei arrivato. Tutto bene oggi?>>. Magari avrebbero fatto l'amore e poi si sarebbero addormentati abbracciati. E' così che succede alle coppie sposate da poco. L'agente si domandò per quanto tempo sarebbe ancora durato l'idillio tra loro. Sapeva di colleghi sposati da anni che tornavano a casa e nemmeno salutavano più la moglie. Lui si riteneva fortunato: cinque anni di matrimonio e ancora tanta passione. Era bello sapere che a casa c'era lei ad aspettarlo.


Quando riprese i sensi, giaceva distesa sul letto, i polsi legati alla testata. In piedi, accanto, l'uomo nudo teneva un pugnale in mano. <<Se gridi, ti ammazzo>>.

Aveva dei guanti di lattice, come quelli che indossano i chirurghi.
Livia tremava come una foglia agitata da un vortice di vento. Guardava l'uomo negli occhi, terrorizzata, cercando di immaginare quali sarebbero state le sue mosse. Che cosa voleva farle? L'avrebbe violentata? L'avrebbe torturata? L'avrebbe uccisa? Batteva i denti rumorosamente. Tutto il suo corpo era preda di tremiti violenti, i muscoli irrigiditi in spasmi involontari.
<<Ti prego, non farmi del male>>, lo supplicò tra le lacrime. Si sentiva indifesa, completamente in sua balia. Le passavano davanti come in parata le immagini della propria vita. Le vedeva scorrere veloci come le vecchie pellicole dei film in bianco e nero. "E' così che succede quando si muore", pensò. Ricordava di avere sentito dire che, nel momento della morte, tutta la vita ti passa davanti in un lampo. Era quella la fine? Sarebbe morta di paura prima che lui potesse farle alcunché? Pregò che accadesse proprio così. Sentì il rumore di un'auto avvicinarsi. Il fascio di luce dei fari per un istante si rifletté sulla parete. "La polizia, sono salva". La speranza si accese subito in lei. "Fate presto, vi prego!".

Ma il rumore del motore si allontanò. E fu di nuovo terrore.
Il pensiero corse a suo figlio. Non poteva, non voleva abbandonarlo. Voleva vivere per lui. Il suo bambino aveva bisogno di lei. Cosa sarebbe successo, se fosse tornato a casa e lei non ci fosse più stata? "Signore, ti prego, salvami", supplicò dentro di sé. Era incapace di intendere e di volere, preda del terrore più cieco. Provò un moto vorticoso di viscere, l'impulso irrefrenabile di defecare. Era come se il suo corpo non fosse più in grado di controllare nessuna reazione muscolare.


Non avendo più ricevuto notizie dalla pattuglia inviata in via dei Campi Lunghi, l'agente aprì di nuovo la comunicazione: <<Pattuglia tre, avete verificato?>>.
<<Siamo sul posto. Abbiamo fatto un giro di perlustrazione, sembra tutto tranquillo. Hai ricevuto altre chiamate da parte della donna?>>, rispose l'agente a bordo.

<<No, sembra tutto rientrato>>.

<<Il solito falso allarme. Ormai la gente ha paura della propria ombra>>.

<<E' vero, comunque, per sicurezza, sentite anche la signora>>.

<<Ok, facciamo un altro controllo del perimetro esterno e poi suoniamo alla porta>>.

 


<<Allora, Livia, adesso ci divertiamo un po'>>, disse lo sconosciuto, avvicinandosi.
Come conosceva il suo nome? Sentirsi chiamare da lui, dalla sua voce ruvida e perversa la scosse profondamente. Provò la sensazione di una miccia accesa nel cervello. Immaginò la cordicella che si consumava velocemente. Tra poco le sarebbe scoppiata la testa, se lo sentiva.
L'uomo aveva un ghigno diabolico stampato sulle labbra. Se non fosse stata una realtà tragicamente vera, avrebbe anche potuto credere di trovarsi sul set di un film di Batman e di avere Joker davanti.
E Joker cominciò a spogliarla, servendosi del pugnale. Con la lama tagliava i vestiti, pezzo a pezzo. Livia sentiva il tessuto lacerarsi rumorosamente, percepiva il freddo della lama al contatto della pelle nuda sotto gli abiti ridotti a brandelli.
Quando fu completamente nuda, il suo corpo divenne preda di violenti spasmi, simili a convulsioni.
<<Ehi, Livia, non farmi scherzi!>>, sussurrò la voce ruvida. <<Abbiamo appena cominciato. La notte è ancora lunga>>.
<<Ti prego... non farmi male. Ti prego...>>, lo supplicò piangendo. Le lacrime sgorgavano copiose e gelide come la pioggia ghiacciata che cade in inverno. <<Ti darò tutto quello che vuoi, ma non farmi del male>>.
Joker rise. Una risata gutturale e gracchiante. <<Non hai ancora capito, vero? Sei tu quello che voglio>>.
<<Mio marito sta tornando a casa, tra poco sarà qui>>. Livia tentò di distoglierlo dal suo intento, qualunque esso fosse.
<<Certo, tuo marito>>, disse lui in tono sardonico. <<Ma con chi credi di avere a che fare?>>. Le passò la lama del pugnale sulle labbra. Un fremito le increspò, facendole vibrare. <<Tu non hai un marito. Sei sola, Livia. Non c'è nessuno che possa aiutarti>>.
<<Sta arrivando una pattuglia della polizia>>.
L'uomo la guardò, poi si lasciò andare a una fragorosa risata.

<<Non verrà nessuno, credimi>>.
<<Sì, invece, ho chiamato poco fa. Presto sarà qui. Se te ne vai e mi lasci stare, non dirò nulla di te. Dirò che eri mascherato, che non posso riconoscerti. Te lo giuro. Lasciami andare, ti prego>>.
L'uomo sorrise di un ghigno sinistro. <<Mmm...>>, si stiracchiò, protendendo verso di lei il membro che si stava irrigidendo. <<Tu non sai quanto mi ecciti vederti così spaventata, sentirti supplicare. Fallo ancora, dai!>>.
Aveva a che fare con un pazzo, a nulla sarebbe servito pregarlo, chiedergli di risparmiarle quella tortura.
<<E adesso, cominciamo a giocare>>.
Gli occhi di Joker si fecero cupi come il fondo di un pozzo nero.



Nella notte è tutto scuro,
vedo un'ombra lungo il muro,
sento un gatto miagolare
ed ho voglia di gridare!
Senti il grido nella notte?
Mi nascondo in una botte
guardo in mezzo a una fessura
tremo tutta ed ho paura!

 


Riprese a cantilenare.
<<Dai, ripeti insieme a me>>.
Livia era paralizzata dal terrore che si stava impadronendo della sua mente.
Joker si sedette cavalcioni sul suo corpo e cominciò a disegnare il contorno dei capezzoli con il pugnale, premendo leggermente ma abbastanza per incidere un leggero solco nella pelle.
<<Che cosa mi vuoi fare?>>. Livia parlava tra i singhiozzi.
Il mostro cominciò a disegnare cerchi, seguendo il profilo del giovane corpo che vibrava sotto di lui.
<<E' bello sentirti tremare, sai, Livia?>>.
Gli piaceva pronunciare il suo nome, lei lo percepiva dal tono della voce che si ammorbidiva ogni volta che la nominava. Come faceva a sapere di lei? Come sapeva che non era più sposata? Come conosceva il suo nome? Aveva per caso già avuto a che fare con quell'uomo? Il terrore era tale da non consentirle di ragionare lucidamente, di mettere a fuoco il benché minimo ricordo.
A un tratto, Joker scese dal letto. Raccolse i pantaloni da terra, frugò nelle tasche e ne estrasse un preservativo nella sua custodia argentata.
<<Mi sarebbe piaciuto fotterti senza, ma preferisco evitare. Sai com'è, l'esame del DNA. Potrebbe incastrarmi>>.
Era lucido il mostro. Estremamente lucido. Era fin troppo chiaro che avesse in mente un piano preciso. Era tutto calcolato nei dettagli, nulla era lasciato al caso. Aprì la carta, seguendo la zigrinatura del bordo, ed estrasse il lattice che fece scivolare abilmente sul membro turgido, quindi si avvicinò di nuovo a lei e le fu sopra un'altra volta.
Livia chiuse gli occhi nel momento in cui si sentì penetrare, provando un dolore lacerante nella carne tenera.
Joker la violentò in modo brutale.
Livia tenne gli occhi chiusi fino alla fine, mentre ingoiava il gusto salato delle proprie lacrime. "Dio, fa' che finisca presto! Fa' che finisca presto...".
<<Livia, mia Livia>>, sussurrava lui con voce soave. Quel tono strideva terribilmente con la brutalità dei movimenti. <<Provocante Livia, donna dei miei sogni. Quante volte hai turbato le mie notti. Perché mi hai respinto, Livia, dimmi, perché?>>. Mentre pronunciava quelle ultime parole, aumentava il ritmo, mutando anche il tono della voce, che si faceva sempre più tagliente. <<Perché mi hai respinto? Rispondi!>>.
Livia non comprendeva, non riusciva a capire di cosa stesse parlando. Ma chi era quel mostro?
<<Ti piaceva provocarmi e poi prenderti gioco di me, non è vero?>>. I colpi diventavano sempre più violenti. <<Non ho tempo per questo genere di cose. Sono una donna sposata e rispettabile>>, disse a un tratto Joker, scimmiottando la voce femminile.
Fu in quel momento che Livia comprese. Smise di piangere e lo fissò attonita negli occhi.
<<Eh, già, sono proprio io, lo spasimante che hai respinto nel web, l'ammiratore segreto che pendeva dalle tue labbra, che aspettava solo un segnale da te. Ti avrei dato la Luna, se solo me l'avessi chiesta>>.
Livia cercò di dire qualcosa, ma Joker la zittì. Le pose una mano sulla bocca, spinse a fondo fino a raggiungere l'orgasmo, poi crollò con tutto il peso del corpo su di lei, ansimando.
"Magari è solo questo che voleva. Forse ora se ne andrà". Livia si sentiva disperata, ma cercava di darsi ancora un briciolo di speranza.

L'uomo impiegò qualche istante a ritrovare il normale respiro, poi si mise a cavalcioni su di lei. Afferrò il pugnale che aveva posato sul cuscino e lo tenne stretto, serrando forte il manico nella mano. La guardò per un attimo dritto negli occhi. <<Fine del gioco>>.

L'ultimo grido disperato della donna si spense nell'istante stesso in cui la lama le squarciò la gola.
Il sangue sgorgò a fiotti, schizzando sul soffitto, mentre gli occhi di Livia si spegnevano pian piano.
Joker si era allontanato da lei appena in tempo. Rimase immobile a godersi quello spettacolo, fino a quando ogni fremito di vita non ebbe abbandonato la sua preda. Quindi sfilò il preservativo e i guanti di lattice, li infilò nella tasca dei pantaloni e si rivestì con gesti lenti, osservando la propria immagine riflessa nello specchio di fronte al letto. Quando ebbe terminato, strinse bene il nodo della cravatta, lisciò con le mani la giacca della divisa, sistemò la pistola nella fondina e la affrancò bene sul fianco.

 


L'agente Radice uscì dalla casa con aria soddisfatta. Si accese una sigaretta e aspirò una lunga boccata. Il fumo si dissolse all'istante, spazzato via dal vento di quella fredda nottata. Fece un altro tiro. La cartina bruciò velocemente. Percepì il gusto del tabacco riempirgli la bocca e la nicotina scorrere rapida nel sangue, infondendogli una piacevole sensazione di benessere. Si sentiva da Dio, onnipotente come il Padreterno.
Quando ebbe terminato la sigaretta, spense il mozzicone e, tenendolo sulla punta del pollice della mano destra, lo scagliò lontano con un colpo dell'indice. Si incamminò verso il retro della casa, dove lo attendeva l'auto di pattuglia. Aprì la portiera e si schiarì la voce. <<Passami la radio>>, ordinò al suo compagno.
L'agente Soldini eseguì.
<<Centrale, qui agente Radice a rapporto. La donna è stata uccisa. Mandate la scientifica>>.
Chiuse la comunicazione e passò la ricetrasmittente all'agente seduto al posto di guida.
<<Andata>>, disse. <<Dai, ora scendi, che stanno arrivando. Tra poco sarà qui la squadra. Facciamoci trovare dentro>>.
Soldini scese dalla vettura. <<Beh, non mi dici com'è stato?>>.
Radice lo guardò con aria trionfante. <<Strepitoso>>.
<<La prossima è mia, non dimenticarlo>>.

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Autore

Laura Veroni

Genere

thriller

Commenti

Laura Veroni

30 November 2017 at 13:36

Grazie a tutti per i commenti che avete lasciato.

vito speroni

08 November 2017 at 15:00

Complimenti!!!

Cecilia Zavattoni

07 November 2017 at 18:13

Quanta adrenalina! Bravissima!

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