ESSERE O NON ESSERE

«Ciao Amanda».

«Dice a me?» chiedo allo sconosciuto dai denti bianchi e occhi scuri seduto accanto al mio letto.

Il suo sorriso si spegne e riesco a scorgere un punto di domanda nei suoi occhi. Ma è un attimo perché scuote la testa e mi risponde, col tono un po' incerto, però: «Certo, che dico a te. Vedi qualcun altro, forse?».

«Non saprei, non riesco a... muovermi...». Cerco di sollevarmi per guardarmi attorno, ma le sue mani mi bloccano: visto da vicino è meno inquietante di quanto mi era sembrato prima: «No, ferma».

Se proprio insisti...

«D'accordo, adesso basta con gli scherzi, Amanda». si fa d'un tratto serio, tornando a sedersi sulla poltroncina.

«Non sto scherzando», gli rispondo, la voce più dura di quanto vorrei.

«E allora perchè fai finta di non sapere come ti chiami e di non conoscermi?»

«Io... io...». Sento gli occhi riempirsi di qualcosa. Lacrime, forse.

«E smettila di piangere. Non ti sopporto quando fai così, solo perché le cose non vanno come vorresti».

E come vorrei che andassero le cose? O, meglio, come vorrebbe questo tizio che io vorrei come andassero le cose?

«Io non sto piangendo», ribatto, mentre una lacrima traditrice scende dall'occhio: e va beh, ma allora ditelo che è un complotto contro di me!

«Infatti», sospira il tizio.

«D'accordo», chiudo gli occhi, espirando rumorosamente e cercando di non far uscire altre lacrime. «Ricominciamo dall'inizio», gli ingiungo. «Io sono Amanda, giusto?»

«Se nel frattempo non hai cambiato nome...», mi prende in giro il tizio.

«Sono Amanda, sì o no?» Sbotto.

«Se non lo sai tu», continua lui, con un tono che non so definire. Le mani, però, le ha chiuse a pugno sulle ginocchia e il pomo d'adamo gli è andato su e giù.

«Certo che lo so!» gli rispondo, quasi urlando. In realtà non lo so affatto, ma decido di prendere per buono che l'Amanda che ha salutato prima fossi io.

«Quindi?» Mi chiede, lasciando in sospeso la frase.

«Quindi cosa?» Controbatto.

«Tu sei?»

È scemo, o lo fa?

«Amanda, forse?» Decido di accontentarlo: magari smette e se ne va, lasciandomi tranquilla, nell'illusione di un nome, che forse è il mio, o forse no.

«Mi stai prendendo in giro?» si alza di scatto, appoggiando le mani sul letto e piegando la schiena verso di me: i nostri volti adesso sono a pochi centimetri l'uno dall'altro, tanto che riesco a sentire il suo alito. Ed è pungente.

«Si può sapere che cosa vuole da me?» gli urlo contro, di nuovo sull'orlo del pianto.

«Niente. Non voglio niente», torna a sedersi, passandosi una mano sulla faccia, come se volesse cancellare qualcosa. «Fino a ieri, eri tu a volere qualcosa da me», mi rivela, alla fine.

«Che cosa?» gli chiedo, un po' più tranquilla.

«Davvero non ti ricordi più niente? Davvero non sai chi sono io?»

Giro la testa a guardare il soffitto: la luce che entra dalla finestra mette in risalto le imperfezioni di un intonaco steso forse troppo in fretta.

Sento la sedia che stride sul pavimento, ma non mi giro, nemmeno quando sento i suoi passi allontanarsi. Apre la porta, e la richiude. Io continuo a guardare il soffitto.

Dopo qualche minuto, qualcuno riapre la porta e si siede accanto al mio letto.

Io continuo a mantenere fisso il mio sguardo sul soffitto, senza pensare a niente che non sia a come una mosca sia riuscita a entrare in una camera d’ospedale.

«Ok, ho appena parlato col dottor Hanson: mi ha detto che è normale soffrire di amnesia subito dopo incidenti come il tuo, ma tra qualche tempo, tornerai a essere la solita Amanda».

Continuo a non guardarlo.

Lo sento sospirare.

«Certo che però potresti anche fare uno sforzo, no?» Sbotta.

No, non ho voglia di fare il minimo sforzo: sono stanca. Così, continuo a guardare il soffitto e la mosca che cammina sull’intonaco irregolare.

«D’accordo», sospira di nuovo, «cominciamo dall’inizio: tu sei Amanda Rivera e provieni da una famiglia di armatori, proprio come la mia famiglia, gli Harris. A proposito, il mio nome è Michael. Sabato prossimo avremmo dovuto fidanzarci. Cioè, tuo padre aveva fissato il nostro fidanzamento per sabato prossimo perché tu avevi minacciato il suicidio se non ci fossimo sposati al più presto».

Io sarei stata disposta a morire pur di sposare questo carciofo? Che cos’è, uno scherzo?

Sto attenta a non tradire la benché minima emozione, restando immobile nel letto e lasciandolo continuare: «Io non ero molto d’accordo. Voglio dire, ho trent’anni e tutta la vita davanti. Sono troppo giovane per legarmi a una donna, soprattutto una capricciosa come te…»

Io non sono affatto capricciosa, e questa cosa del suicidio te la sei inventata tu al momento, vorrei urlargli, ma mi rendo conto che non posso, perché non so nulla di me, e per ora questa è l’unica versione della mia vita fuori di qui che mi sia data di avere.

«… però anche mio padre era entusiasta di questa unione: con il nostro matrimonio, gli si prospettava la possibilità di maneggiare ben due capitali. Belli enormi», sta continuando il tizio, alias Michael Harris.

Tace, aspettando forse una mia risposta, o forse solo per prendere tempo per inventarsi qualche altra bugia sul mio conto.

Decido di non concederglielo, questo tempo: «Se davvero le cose stanno come dici tu, perché non c’è mio padre, qui con me, a raccontarmi la mia storia?»

«I tuoi genitori sono in crociera», mi spiega.

Ma guarda un po’ che coincidenza!

«Con un fidanzamento da organizzare?» Mi volto verso di lui, cercando di atteggiare la mia bocca in un sorriso beffardo, e chiedendomi se invece non mi sia uscita una smorfia.

«Hanno lasciato tutto nelle tue mani: loro torneranno venerdì».

«Quindi io dovrei essere fuori di qui giovedì, giusto?» Chiedo.

«Non credo che il dottor Hanson sia dello stesso avviso», mi contraddice il carciofo.

«Non mi interessa che cosa dice il dottor Hanson: se è vero che sabato noi due ci dobbiamo fidanzare, devo uscire di qua!» Insisto.

«Mi sono permesso di rinviare la festa a quando starai meglio».

«Che cooosa?» Urlo, cercando di mettermi a sedere.

Questa volta, non tenta di impedirmelo, ma ribatte in modo semplice, pulito: «Hai sentito bene». E continua: «Non ho nessuna intenzione di dare adito a pettegolezzi, secondo cui uno squalo come me si approfitterebbe di una malata».

«Io non sono malata. Sono solo stata investita».

«Hai una gamba rotta. E soffri di amnesia».

«Bene!» Ribatto, guardandolo negli occhi.

«Bene», replica lui, rimanendo seduto sulla poltrona, la schiena dritta e le mani chiuse a pugno sulle ginocchia.

«Quando esci, chiudi la porta: mi danno fastidio i rumori che provengono dal corridoio».

«Amanda…», il suo tono è come raddolcito.

«Ci vediamo a data da destinarsi», mi giro dall’altra parte, verso la finestra. È talmente grande che riempie quasi tutta la parete, ma tuttavia, quello che riesco a vedere dal mio letto è solo un rettangolo di cielo. Arancione.

Per la seconda volta, sento la sedia strisciare , pochi passi e poi la porta che si apre e si richiude.

Sola. Di nuovo.

Dunque: mi chiamo Amanda Rivera, appartengo a una famiglia facoltosa, mi sarei dovuta fidanzare con un carciofo che probabilmente mi starà già tradendo con la prima infermiera incontrata nel corridoio fuori da questa stanza, sono una persona capricciosa ed egocentrica.

Seconda possibilità: non mi chiamo Amanda Rivera, non appartengo a nessuna famiglia facoltosa, non mi devo fidanzare con nessuno e non sono né capricciosa né egocentrica.

Bene: quale delle due opzioni è vera? Purtroppo non lo saprò mai se continuerò a stare in questo ospedale, per lo meno non finché i signori Rivera non torneranno dalla loro crociera. Sempre ammesso che io sia davvero la loro figlia.

Suono il campanello. Dopo pochi secondi entra Ethan: «Qualcosa non va?»

«Ethan, avevo dei documenti quando sono stata investita?» Quelli, almeno, non mentono.

«Certo, per questo siamo riusciti a contattare qualcuno che la conoscesse», mi risponde l’infermiere.

«Posso vederli?»

«Naturalmente». Si dirige verso l’armadio e lo vede trafficare con una borsa marrone. «Ecco qua». Mi porge la carta d’identità.

NOME: Amanda

COGNOME: Rivera

ANNI: 27

RESIDENZA: New York, Manhattan

«Posso avere uno specchio?» Chiedo ancora.

Sono io. Non c’è dubbio: l’Amanda Rivera ritratta su quella carta d’identità sono proprio io. I capelli sono diversi: lunghi, nerissimi nella foto, mentre adesso arrivano alle spalle e sono fucsia;La ragazza nella foto ha i capelli che arrivano alle spalle e sono blu scuro, mentre quelli che ho adesso sono più lunghi e neri; nella foto sono truccata, mentre ora un grandissimo livido viola mi copre mezza faccia. Eppure mi riconosco in quell’Amanda.

In tutto questo, Ethan è rimasto in piedi vicino al letto, in silenzio.

Non è un silenzio carico d’aspettativa e di giudizio che avvertivo prima, quando c’era il tizio che si era fatto chiamare Michael.

«Hai mai sentito parlare di Amanda Rivera e Michael Harris?» Gli chiedo, alla fine.

«Mio fratello lavora nei cantieri degli Harris e quindi sì, ne sento parlare quasi tutte le sere, anche se i pettegolezzi non mi interessano».

«Sai dirmi se è vero che io avrei dovuto fidanzarmi alla fine di questa settimana con questo Michael?» Mi informo.

«Beh, stando ai racconti di mio fratello, sì», mi risponde.

«Che altro ti ha raccontato mio fratello di noi», gli chiedo ancora.

Si gratta la testa, poi incrocia le braccia sul petto ed espirando mi dice che dopotutto suo fratello è solo un operaio e che non è in confidenza con i capi, quindi su questo punto non mi può essere d’aiuto.

Non demordo: «Se al posto mio ci fosse la tua ragazza, e tu fossi al posto di Michael, ti fidanzeresti lo stesso con lei».

Scoppia a ridere: e adesso che cosa ho detto di tanto buffo?

«Sono omosessuale, quindi il problema non si pone», mi risponde alla fine.

«Posso parlare con un’infermiera donna?»

«No, adesso devi riposare», si impone.

Torno a guardare il soffitto: la mosca è scomparsa. Forse stanca di camminare in mezzo al nulla, è volata dai suoi simili, conscia di un posto nella società.

Invece io, chi sono, qual è il mio posto nella società?

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Autore

Mirae

Genere

generico

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