L'Attesa

La luce s’infilò nella gonfia fessura delle palpebre, lo sfocato monitor di una tv appesa alla parete e il buio singhiozzato fra frammenti di luce.

Lentamente il silenzio smise la sua voce precipitandomi nel caos roboante di pensieri e percezioni che si accalcavano confusamente, spingendo e urlando, come una folla in preda al panico ma, a nulla potevo dare retta.

Emerse il livido sapore di sangue nella bocca, il pungolo dell’ago nel braccio.

La mente attonita e confusa iniziò a realizzare. Posi le mani sul capo fasciato ma non ebbi il tempo di capire, di rispondere ai miei interrogativi e la schiena cominciò a premere nefasta.

Provai a girarmi su un lato. Uscì un lamento dalla mia bocca poi un sospiro.

La canula dell’ago tirava, così giacqui abbandonato e innaturale nel silenzio, col corpo su un lato e il braccio dietro, conteso fra e me e la flebo.

Una mano mi sfiorò. Era l’infermiera, mi chiese come stavo.

“Cos’è successo?”

“Hai avuto un incidente”

Mi chiese se volessi un té. Annuii.

MI spensi. Sagome di uomini e un viale che precipitava ripido come fosse di montagne russe. Vertigini e timore. Quel viale deforme m’inghiottì, cadevo scagliato dentro di esso. Il mancamento del vuoto, la nausea poi, balzai da quella strada scoscesa e caddi sull’asfalto.

Le persone di un tempo erano lì intorno a me. Mi guardavano ma nessuno mi soccorse.

Giacevo immobile e in silenzio.

Una mano mi destò.

Credo mi fossi svegliato di soprassalto. Era l’infermiera. Mi disse di star tranquillo e mi aiutò a mettermi seduto.

La testa ciondolava da una parte all’altra. Non c’era modo di tenerla dritta. Mi mise una mano sulla spalla. Bevvi un sorso. Rimasi in silenzio, immobile.

Immagini frammentate balenavano nella mia mente. Persone, ombre, suoni confusi. Erano sogni o erano reali?

“Non ne vuoi più?”

Singhiozzai un no.

Scivolai faticosamente in posizione quasi sdraiata. Lei delicata mi accarezzò la testa. Mi disse di dormire.

“Ho male”

“Dove ti fa male?”

“Dappertutto”

Disse qualcosa poi scomparve nel buio.

Quando riapparve aveva in mano un bicchierino di carta. Mi diede un paio di pastiglie e mi disse di riposare. Il suo tono era pacato e dolce.

Misi in bocca le pastiglie che mandai giù a fatica. Mentre mi stava prendendo il bicchiere le tenni delicatamente la mano e la ringraziai sentitamente. Lei mi sorrise con occhi compassionevoli e ancora una volta scomparve inghiottita dal buio.

Mi abbandonai al letto e la mia mente si espanse invadendo la stanza, si allungò, si contorse e infine si appiattì. Poi scomparve.

Precipitai nel buio inconscio del sonno.

Si accesero le colorate iridescenze del sogno, che mi trascinano da una parte all'altra del me stesso profondo.

 

Attimi irreali si dilatarono nello spazio

Distanze assunsero forma di tempo

Traslavo nel siffatto ordine dell’incoscienza

 

Acqua, mari plumbei senza tremito, stagliati sotto altrettanti grevi cieli e quella sinistra presenza nascosta sotto la spuma delle onde.

Lui era lì.

Acqua e morte, acqua è morte.

Silenzio.

Attesa.

La barchetta scricchiola ciondolando sulle onde.

“Lui è qua sotto”.

Silenzio.

Trattengo il fiato per non farmi sentire.

“Sta zitto se no ti sente”.

Mi nascondo sul fondo della barca. Le mani sulla bocca per tacere il fiato ma il cuore dirompe e mi sfonda il petto.

E’ qua.

Silenzio, attesa.

Scricchiolar di barca, tremar di cuore, ciondolar di attesa.

 

Giro per le strade in auto. Mi fermo davanti a un magazzino abbandonato. Entro e la trovo là. Teneva in grembo una bimba. Mi avvicino e le dico:

“Sono venuto a cercarti, per chiederti scusa, per ringraziarti. Mi dispiace, sono stato lontano”.

Allora lei mi porge la bimba che mi circonda con le sue braccine il collo e io mi sciolgo.

 

Un ripido sentiero arranca fra rocce nere, acuminate e taglienti, che si stagliano imperiose in muri invalicabili.

L’aria è irrespirabile, sa dell’aroma del fuoco e la cenere s’infila nella gola ardendola. Lei è con me. E’ insicura. Non lo dà a vedere, come sempre ha fatto ma io la so leggere, almeno in questo. Saliamo.

Poi finalmente un valico e la scritta incisa in una pietra:

Terra Cielo Mare

Le cime dei monti si aprono alla neve, che veste i picchi di candidi cappelli, mentre solleticano giocondi il ventre del cielo azzurro e meraviglioso.

L’aria è frizzante di gioia e ci avvolge nel profumo della primavera come un manto di fiori.

Il sole riluce sui nostri volti sorridenti e indico laggiù, il mare azzurro come il cielo e la vallata di smeraldo che in esso si tuffa.

Il sentiero precipita vertiginoso fino a valle, allora la prendo per mano e ci tuffiamo dal precipizio e iniziamo a volare su boschi fitti e meravigliosi: il vento contro la faccia, la felicità e quel ruscello che ci viene incontro laggiù.

Volteggiamo e planiamo mano nella mano fino al mare trasparente e iniziamo ad immergerci.

Nell’acqua voliamo fra coralli luminosi e creature sgargianti e poi gli squali, che volteggiano attorno a noi disegnando spirali. Ci attacchiamo alle loro pinne e ci lasciamo trasportare.

Infine arriviamo in una grotta. Lì sostiamo beati, è un nido coperto da una cupola di luce aurea e calda.

Guardo la luce che mi chiama, guardo la luce che mi desta.

Emergo dalle acque dell’inconscio e riprendo a respirare:

Realtà, giorno, ospedale.

In questo luogo si concentrano la triste chiarezza della solitudine degli uomini di fronte al destino, la certezza dell’impermanenza, l’attesa di un epilogo.

Ma è proprio grazie a questo che speriamo, gioiamo, costruiamo, inventiamo.

La nostra mortalità è la grazia della vita divina, è la speranza dell’eterno, il contrapposto di ogni credere, senza il quale, non crederemmo.

In questo luogo, insieme alla consapevolezza della fine e al dolore, ritroviamo compassione e amore, la cura verso il prossimo, la salvaguardia del più debole.

Sotto la lente di questa coscienza guardavo i miei compagni di stanza: volti sbiaditi nel fragore della luce che urlava dai vetri.

Questa nuova realtà non mi diede le dolci premure della notte precedente. Il giorno corre, il giorno ha da fare, non si ferma a guardare, a pensare. Certe cose sono riservate ai ritmi lenti della notte. Ebbi la colazione ma non mi sentii niente più che un numero, uno dei tanti, un peso, un fastidio, uno che presto non ci sarebbe stato, un volto di passaggio.

Rimpiansi i sogni che avevo cavalcato, il viaggio dentro un me stesso senza limiti.

Stavo steso sul letto senza pensare. Mi nascosi sotto le coperte e rimembrai di quand’ero bimbo.

La mamma me lo diceva sempre di non mettere la testa sotto le coperte ma io non l’ascoltavo. Quello era il mio mondo, lì fantasticavo, viaggiavo. Potevo essere chiunque e fare qualunque cosa.

I dolori esplosero tutti insieme all’improvviso. Chiamai l’infermiera che mi dette dei calmanti. La stanza era tornata quieta. ll riposo dei malati riprese e io attendevo che le medicine facessero il loro effetto.

Fu allora che lo vidi. Era un piccione che mi passò davanti, diffidente e svelto al di là del davanzale. Mi lanciava occhiate furtive, cercando qualcosa da beccare.

Aveva un’ala rotta che strisciava a terra e che trascinava come un peso.

Fu allora che ricordai che anch’io ero stato così: un piccione dall’ala rotta, quando ero bambino e mi ero rotto una spalla giocando a pallone a scuola. La sera avevo la partita al torneo dell’oratorio e non avevo potuto giocare, anche se avrei giocato comunque. Mia madre mi aveva dissuaso e allora mi vestii bene e andai a vederla da bordo campo.

Avevo dieci anni.

Me ne stavo vicino alla porta con quella spalla all’in giù che trascinavo. Guardavo, urlavo, tifavo e mi rodevo che non potevo giocare.

Quella spalla era pesante e non me ne preoccupavo, pensavo che fosse la botta. Lo diceva anche la maestra che non mi ero fatto niente. Ma poi ricordo che quasi prendevo una pallonata e non ero riuscito a muovermi dal dolore.

Poi, verso la fine della scuola avevo fatto a botte con un compagno per una ragazzina, con la

spalla rotta. E ricordo mio padre la sera della partita, l’aveva detto a mia madre ch’era rotta. Gli era bastato uno sguardo, a lui che ne aveva passate, che s’era rotto le ossa più di una volta e non mi aveva picchiato quella volta. Forse aveva capito, era successo anche a lui.

Non come quella volta ch’ero finito sotto una macchina in paese, in bicicletta. Quando mi avevano visto a casa avevo detto di aver frenato e di aver picchiato l’occhio sul manubrio. La macchina mi aveva preso di striscio ad un incrocio ed  avevo battuto la faccia sul tettuccio.

Ricordo di aver aperto gli occhi e di aver visto tante ombre sopra di me ma subito montai in sella e scappai.

Le voci in paese girano in fretta e quando lo seppe mia madre mi portò a casa a lavarmi e a mettermi a letto.

“Cosa è successo? Ti sei spaventato?”

E proprio mentre mi stava lavando venne mio padre. Io stavo nudo, in piedi sul catino.

“Cosa è successo“ disse.

“Una macchina“ tremante.

S’imbestialì in un attimo, aggirò il tavolo e mi diede due ceffoni.

Ed ora ripassava, il piccione dall’ala rotta, in mezzo ad un folto gruppo di suoi simili, cercando becchime. Gironzolavano diffidenti. Ma lui ora era dinanzi a me che non beccava, mi guardava.

Ed io pensai che forse aveva capito che anch’io ero stato come lui, ma che ero stato più fortunato. Ero guarito e lui invece sarebbe rimasto con l’ala rotta e forse sarebbe morto. Sapeva anche questo. Morso da qualche cane, ucciso da qualche gatto o fors’ancora di fame. Non volava. Gironzolava col suo passo svelto trascinando la sua ala rotta...in cerca di sopravvivere.

Venne il medico. Il cane stava bene e io, niente di grave, andava monitorata la testa. Gli altri dolori sarebbero passati.

Mi chiese se avessi voluto avvisare qualcuno. No, risposi. Non c’era nessuno. Lo ringraziai e salutai.

Ripresi a guardare fuori dalla finestra. Il mio amico era sparito e mi lasciò in compagnia di un cielo languido.

Guardavo e non pensavo. I sogni, i ricordi, il passato. Aspettavo. I dolori sarebbero passati.

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Genere

diari

Commenti

pietro de franceschi

24 November 2016 at 00:47

Bella Dome!! Sempre vivido e diretto

Ilaria Tosini

23 November 2016 at 23:27

Si, mi piace! Molto bravo!

luigi perra

23 November 2016 at 21:10

ciao Nico! mi avevi già sorpreso qualche tempo fa con alcune talentuose note, in occasione dei "Reportage" australiani, riflessioni profonde e descrizioni meticolose, quindi...vai così e un voto in più anche da me!

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