La mia nuova vita (forse)

«Come sarebbe a dire che mi dimettete?» Incredula, urlo all’infermiera che sta tentando di togliermi la flebo di fisiologica.
«Signorina, il medico ha parlato chiaro: leggera commozione cerebrale e lievi escoriazioni al gomito destro. Può tornarsene a casa!» e voltandosi esce dalla stanza dondolando l’enorme sedere costretto in un camice troppo stretto.
Sono esterrefatta. Mi alzo dal letto con passo instabile, da ubriaca, per raggiungere l’armadietto dove sono stati riposti gli abiti e i miei effetti personali. Nel ripiano più basso sono perfettamente disposti: un paio di Manolo Blahnik, tacco dieci, un mini abito Gucci, una mini borsa abbinata e un paio di mini slip in pizzo nero sui quali mi soffermo per capire quale sia il davanti dietro. Ed è proprio in quell’istante che realizzo di essere completamente nuda sotto il camice aperto. Troppo tardi. Alle mie spalle, da un tempo imprecisato è apparso il Dottor Lewis.
«Salve Dottor…»
«Edward Lewis.» Mi allunga la mano con stretta forte e decisa e un’espressione divertita disegnata in volto. Bello, bellissimo: gli occhi di Jonny Deep, il sorriso di Bred Pitt e l’altezza di Tom Cruise. Ok. Non si può avere tutto!
«Quindi posso tornare a casa?» Chiedo cercando di nascondere l’imbarazzo.
«Certo Jennifer, abbiamo fatto ogni tipo di esame; hai avuto un brutto incidente, ma sei stata fortunata.»
Fortunata? Penso tra me: ho un braccio tumefatto, un bernoccolo in testa grande come un meteorite, non mi ricordo un accidente e in più questo tizio mi parla e mi guarda come se fossi la sua migliore amica.
«Ma questa amnesia?» spalanco gli occhi cercando un qualsiasi particolare che mi riporti alla memoria quel viso meraviglioso.
«Tranquilla, è solo una perdita di memoria temporanea dovuta allo shock, un po’ di riposo e tutto dovrebbe tornare alla normalità.»
Sarà, se lo dice lui, per ora brancolo nel buio.
«Grazie.» Allungo di nuovo la mano con aria rassegnata.
«Fai con calma, vestiti e quando sarai pronta se vuoi posso chiamarti un taxi.»
«Preferisco fare due passi.»
«Come preferisci, in ogni caso questo è il mio numero, se hai bisogno…»
Eccomi qua, vestita di tutto punto, tacchi ai piedi e… forse è meglio chiamare un taxi. Nel mini portafoglio della mini borsa trovo una tessera: Jennifer Jhonson 101 West 57th Street. Salgo in macchina e comunico l’indirizzo all’autista, il fratello minore di Bob Marley: labbra carnose, dreadlock magistralmente annodati e sguardo sognante rivolto all’infinito. Durante il tragitto prendo il cellulare, scorro la rubrica, centinaia di numeri e nomi senza un volto, provo a sforzarmi, ma niente, nessuno di loro mi suona familiare, non trovo nemmeno appellativi tipo: mamma, papà, sorella una qualsiasi cugina. Cazzo pure orfana! Provo con le chiamate in uscita. Aghata. Aghata,, Aghata… sì, certo, questa deve essere la dog sitter, proseguo con la lista: Mark, Luke, Steven, Matthew, John, Tyler… ok! Meglio controllare le chiamate in entrata. Emily, tre chiamate.

Perfetto, non so che faccia tu abbia, ma sicuramente siamo amiche!
«Ciao Jennifer, come stai? Ho saputo dell’incidente. Sei a casa? Non preoccuparti Cody è qua con me, stai tranquilla ha avuto solo un brutto spavento, ma dopo una buona ciotola di croccantini si è ripreso alla grande. Jennifer? Jenny…» Uno tsunami in piena.
«Sì. Ciao Emily…»
«Ehi, Jenny, tutto ok? Ti sento strana.»
No, cazzo non mi senti strana, non mi senti affatto se non chiudi quella maledetta bocca continuerai a non sentirmi.
«Tutto ok Emily, sono solo un po’ scossa…»
«Ma sei a casa?» Interviene ancora.
«Sto andando, sono su un taxi…»
«Ok, perfetto. Tra mezz’ora sono da te. Un bacio tesoro. A dopo.»
«Volevo solo dirti…»
Che non so chi diavolo tu sia, che non so che faccia tu abbia e soprattutto che hai una voce da gallina.
Finalmente a casa. L’attico al 18 piano vanta una vista mozza fiato: arredato con stile minimale, sui toni del bianco e nero, ampia cucina, salotto con camino e due divani in pelle, camera da letto, cabina armadio e immenso bagno, tutto perfettamente pulito e ordinato.
Dunque, non vedo camere per bambini né un doppio spazzolino in bagno. Un’acida zitella di 35 anni, ecco chi sono!
Il tempo di farmi una doccia bollente, il riepilogo della giornata e il campanello che suona, interrompendo l’unico attimo di pace.
«Ciao Jenny!» Mi piomba in casa un elegante gazzella con lunghi capelli neri perfettamente raccolti in una coda di cavallo, shorts di lino bianchi, una camicetta in seta arancio, sandali in tinta con tacco vertiginoso. Dietro di lei un beagle bianco e marrone. Cody.
«Presumo tu sia Emily.» La saluto accennando un sorriso.
«Ma allora è vero!» Esclama stupita lasciandosi cadere su uno dei due divani.
La guardo indagatrice e ancor prima che possa chiederle qualcosa riprende la parola.
«Mi ha telefonato Edward dicendomi che avevi avuto un brutto incidente e che a causa di un forte colpo in testa hai perso la memoria…»
«Cosa, cosa!» Intervengo repentina, massaggiandomi la fronte, «tu conosci quello strafigo del Dottor Edward Lewis?»
Mi guarda, si stravacca sul divano ed emettendo una risata da Iena Ridens mi dice:
«Se conosco Edward Lewis? Tesoro, lo conosco. e tu anche meglio!»
«Aspetta un attimo», soffoco un grumo di saliva in gola, «conosco quella specie di sogno erotico vivente e non ricordo niente!»
Jennifer mi prende le mani, mi fa sedere vicino a lei e con aria divertita comincia a raccontarmi tutta la storia. Mi parla di quanto sia stronza, di quanto lo sia diventata dopo la laurea. Della carriera stratosferica che ho fatto, lavoro per un importantissimo studio legale. Dell’inesistente rapporto con la mia famiglia, sono figlia unica e degli unici amici che mi rimangono: lei e Cody.
«Bene. Ma in tutto questo il “Dottor Bollore” che ruolo ha?» Chiedo curiosa come una bambina il giorno di Natale.
«Vi siete conosciuti al primo anno», attacca malinconica, «il vostro è stato amore fin da subito, mai visto due ragazzi così innamorati. Eravate praticamente inseparabili.»
«Poi…cosa è successo?» Chiedo in apnea, so già che la risposta non mi piacerà.
«Sei diventata una fottutissima stronza!» Diretta, spietata come una doccia fredda. «Dopo la laurea ti sei bevuta il cervello, pensando solo alla carriera, per te non esisteva altro, hai cominciato a frequentare ambienti snob, club privati e gente con la puzza sotto il naso.»
«Sì, ma Edward?» Insisto penosamente cercando di capire se quello schianto mi odia completamente, o magari ho ancora un barlume di speranza di poterlo rivedere.
«Hai pensato bene che la miglior maniera per chiudere il rapporto fosse farti trovare a letto, il vostro letto, con uno dei soci dello studio per cui lavoravi.» S’interrompe per un attimo. «Gli hai urlato contro che era troppo basso e che per colpa sua non potevi mettere i tacchi.»
Merda, sono spacciata!
Ringrazio Emily per avermi raccontato quanto di più squallido e viscido c’è nella mia vita e di avermi fatto un quadro dettagliato della persona orribile che sono.
«Mi dispiace.» È tutto quello che riesco a dire.
Restiamo insieme ancora un po’, non ricordo che tipo di rapporto abbiamo, ma quando mi abbraccia, prima di andare via saltellando, come quando era arrivata, sento un piacevole calore.
«Dammi retta: non provare a ricordare la persona che eri stamani, sfrutta il momento e torna a essere la ragazzina giovane di qualche anno fa, eri molto più simpatica!»
Le sorrido sulla porta ma prima di chiudere lei aggiunge:
«Non ha mai smesso di amarti…»
Finalmente silenzio, Cody sonnecchia nella sua cuccia e io con un buon bicchiere di vino rosso mi godo la brezza estiva che soffia leggera da Central Park.

 

24 dicembre.


Mi guardo allo specchio cercando di dare forma a questo nuovo taglio di capelli. Già perché il nuovo look non è l’unica cosa che è cambiata in questi cinque mesi. Dopo l’incidente la memoria purtroppo è tornata, ma l’immagine che vedevo riflessa non mi piaceva più, intendiamoci, non sono certo diventata una “Buona Samaritana”. Continuo a fare l’avvocato, ma ho deciso di aprire uno studio tutto mio, non sarò Robert Kardashian, ma me la cavo; ho ripreso a frequentare gli amici di un tempo, grazie anche all’aiuto di Emily, mia segretaria personale e in bagno, si è aggiunto uno spazzolino, solo per il fine settimana. Non esageriamo!

Non è stato facile riconquistare Edward, mi è costato fatica e sudore: asportazione di exstension, unghie finte e lenti a contatto colorate, praticamente la brutta copia di me stessa. Addio anche ai tacchi vertiginsi. Questa sarà la prima vigilia di Natale della mia nuova vita, insieme all’uomo che amo al caldo del camino, in casa dei miei. Altra grande novità.
Sono le 8.00, tra qualche minuto sarà qua. Cody scodinzola tranquillamente in giro per casa, un po’ in sala, in camera e ogni tanto fa capolino nel bagno venendomi a salutare. Gli ultimi ritocchi, una spruzzata di profumo e…
«Nooo Cody…» In un lampo sono a terra.
Rimango stordita qualche secondo, mi tocco la fronte e un’enorme meteorite ha già fatto la sua apparizione, qualcuno sta suonando alla porta.
«Ciao amore…» Un uomo non troppo alto mi sorride ammaliato.
«Mi scusi…ci conosciamo.»

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