Ricomincio da noi

Ed ora mi trovo in un appartamento nell’Upper East Side che potrebbe essere quello di una perfetta sconosciuta. In effetti sono estranea perfino a me stessa e mi sono studiata allo specchio per minuti interminabile per convincermi che quell’immagine riflessa fossi io. Tale Miranda Hopper, stronza senza riserve. Almeno da quello che ho carpito per mezze frasi dell’unico pezzo della mia famiglia che si è reso reperibile. Mio fratello. In ospedale sono risaliti a lui dalla rubrica del mio telefonino.
Quando ho chiesto ad Alan che cosa pensasse la gente di me, lui ha risposto con imbarazzo: “Che sei una dannata stronza”. Devo sapere che è la verità, perché non ho battuto ciglio.
Smetto di guardare quella sconosciuta bionda che mi compatisce dallo specchio e non sono più sicura di voler aprire il vaso di Pandora in cui si sono rintanati i miei ricordi, forse non troppo felici.
Passo il resto della giornata sul sofà nel soggiorno del mio attico e mi guardo intorno in cerca di risposte. Una casa dovrebbe parlare di chi la vive, ma qui non c'è nulla che mi parli di me. Ho bisogno di sapere che c’è stata una Miranda migliore di quella che sono ora.
Mi alzo e vado d’impulso in camera da letto, nella cabina armadio. Salgo su uno sgabello e mi arrampico su un ripiano in alto dove ricordo di aver visto delle scatole. Le tiro giù e non so cosa aspettarmi di trovare, ma seguo l’istinto. Poggio le scatole a terra e mi siedo sulla moquette, a gambe incrociate. Resto in attesa per pochi istanti, prima di decidermi ad aprirle. 
Sciarpe. Un paio di guanti stinti. E delusione. Quella che inizio a provare non trovando nulla che mi dica qualcosa in più su di me.
Tiro poi fuori una cornice. Una foto.
Un indizio, finalmente.
Guardo la foto. Sembro felice, almeno serena. Sto in mezzo a due ragazzi. Uno è Alan, ma l’altro chi è? È bello, mi piace il suo sorriso, quei sorrisi che si leggono anche negli occhi. Lo guardo e con il pollice mi ritrovo a sfiorare quel volto come se accarezzassi un ricordo lontano. Metto però via la cornice e trovo altre foto. Le sfoglio lentamente. Un paio sono un po’ datate, i colori ingialliti. Quella bambina mi somiglia, sto su un’altalena, accanto un bambino, Alan senza dubbio, e alle nostre spalle una bella donna bionda. Nostra madre? Si direbbe di sì, è presente in altre foto. E mi accorgo all’improvviso di una goccia che cade sull’istantanea e si dilata.
Una lacrima.
Solo allora mi rendo conto che un’altra mi sta rotolando sulla guancia e mi affretto a scacciarla con il dorso della mano. Poi rivedo il ragazzo di prima, sempre lo stesso sorriso. Passo alla foto successiva, eccolo di nuovo. E poi ancora, e il cuore scalcia ogni volta che riappare.
Mi abbraccia, mi stringe a sé, mi guarda come se fossi la cosa più straordinaria del mondo. Qualcuno mi ha amato davvero, ma non ero certo la stronza che sono ora. Cosa mi ha cambiato?
Il citofono suona e rimando le mie riflessioni, insieme a quella ricerca di me stessa. Mi alzo e raggiungo la porta d'ingresso. Sul monitor del videocitofono vedo il mio Cody che scodinzola, stretto in un braccio in manica di tuta. Apro la porta senza pensarci troppo. Il mio cane è l’unico ricordo vivo che ho di ciò che è stato prima della tabula rasa. Mi paralizzo però sulla soglia, mentre Cody si dimena per saltarmi addosso, la mia attenzione è sull’uomo di fronte a me. 
«Pare che tu l’abbia perso». 
É lui, l’uomo delle foto.
Non trovo traccia del suo sorriso però. La sua espressione è severa. «Visto che è l’unico ormai per il quale mostri un po’ di cuore, dovresti averne più cura.»
Le sue parole mi colpiscono con la violenza di un colpo in faccia.
Gli ho fatto del male, è evidente. Il suo tono non lascia spazio a dubbi.
«È fortunato che l’abbia incontrato io mentre facevo jogging al Central Park e l’abbia riconosciuto», dando un colpetto alla targhetta con il nome, appesa al collarino di brillanti. «Stava vagando affamato e cercava di rubare le briciole ai colombi vicino al lago.» Ha dato un buffetto sul muso del beagle e ho visto il suo sorriso, per un solo brevissimo istante, prima di porgermi Cody. Io continuo a rimanere immobile, in silenzio e non riesco a smettere di guardarlo. 
«Oppure hai deciso di voltare le spalle anche a lui?», mi chiede duro, pronto a riaccogliere il cane tra le braccia. Io stendo le mani per prendere la mia peste pelosa e finalmente gli rispondo.
«L’avevo perso. Come è andata persa la mia vita.» Mi giustifico. E mi sento anche un po’ patetica.
«Cos’è, un esame di coscienza?», replica lui, sulla difensiva. Devo avergli fatto davvero male per cancellare quel sorriso. 
«Sicuramente avrai le tue buone ragioni per avercela con me. A quanto pare non sei neanche l’unico. Purtroppo però ti confesso che non ricordo neanche il tuo nome.» 
Lui scuote il capo e si volta per andarsene.
Diamine, ha frainteso.
In bocca a una stronza comprovata quelle parole saranno sembrate un insulto, probabilmente. Come se lui sia uno insignificante tra chissà quanti altri.
«Mi sono espressa male.» Cerco di fermarlo, non voglio che vada via. «Mi hanno investita qualche giorno fa, a questo punto forse è il karma, non so.» Così come non so quello che sto dicendo pur di farlo tornare indietro. «Comunque ho un’amnesia. I dottori dicono che potrebbe essere temporanea, ma al momento la mia testa è una tela bianca. Ricordo solo gli ultimi istanti subito precedenti l’incidente, il resto è buio pesto.» Parlo velocemente perché non si allontani, ma è già fermo. Si gira e mi guarda, sospettoso. «Lo giuro. Ho una cartella clinica che lo testimonia.» Cerco di dare credibilità a questa storia, che d’un tratto sembra assurda perfino a me. «Alan. Chiedi a lui, ti confermerà.» Faccio appello a mio fratello, per istinto, e spero di non sbagliarmi. «Lo conosci, giusto?»
«Siamo amici dai tempi del college.»  
E tiro un sospiro di sollievo, l’istinto non mi ha tradito.
«Davvero non ricordi nulla?» Lui indaga ancora incerto.
Arriccio le labbra e nego con la testa. 
«E apri a uno sconosciuto che teoricamente vedi per la prima volta?» Mi rimprovera.
Si sta preoccupando per me?
È una cosa stupida, ma sono contenta.
«È stato imprudente, lo so. Ma ho visto Cody. E poi so di conoscerti, ho trovato delle foto.»
«Hai delle foto?»
«Ne ho conservate parecchie.» Esito, ma poi mi faccio coraggio. «Di noi.»
«Hai conservato le nostre foto?»
«Così pare.»
«Perché?»
Mi stringo nelle spalle, colpevole della più totale ignoranza. I suoi occhi mi studiano.
Dire che è bello non rende l’idea, e arrossisco come un’adolescente.
«Scusami. Non ricordi nulla», constata quasi tra sé. Ed io mi sento sollevata.
Mi crede.
Si passa una mano tra i capelli, un po’ agitato anche lui all’improvviso. 
«Io devo andare. Sono di turno in ospedale.»
Un medico. Come Alan. 
Continua però a non muoversi. Mi guarda, come se mi vedesse per la prima volta. 
«Devo proprio andare», ripete e fa un passo indietro.
«Il tuo nome?» Una domanda stupida, d’accordo: lo avrei scoperto comunque continuando a svuotare quelle scatole.
Lui però rispose, senza troppi indugi.
«Evan. Evan McCullen.» Mi tende la mano e io, ignorando il muso di Cody che continua a solleticarmi il collo, la stringo.
È stato come presentarsi per la prima volta. Colgo quell’invito.
«Piacere. Miranda Hopper.»
Mi sorride. Lo stesso sorriso delle foto e il cuore sembra forzare il petto, i battiti in gola. La sua mano esita a lasciarmi e io spero solo che non molli la presa.
«Mi dispiace, devo davvero scappare.»
Non è una frase di circostanza. Lo vedo fare un passo indietro, mentre ritira la mano, ma i suoi occhi non accennano a lasciarmi. 
«Puoi tornare a trovarmi?» 
Forse mi aspetto troppo. Continuo a ignorare le ragioni che mi hanno allontanata da lui, ma nel vuoto dei miei ricordi Evan mi sembra l’essenziale per poter ricominciare. 
Sta esitando e il mio cuore perde un battito, mi mordo il labbro per non mostrare la delusione e affondo il naso tra le orecchie di Cody. Poi Evan si muove e non faccio in tempo a capire che suoi passi sono nella mia direzione, quando ha già coperto la distanza che ci separava, il mio viso è tra le sue mani e le sue labbra sulle mie. Un bacio lento e profondo, che mi lascia senza respiro.
Il povero Cody schiacciato tra i nostri corpi abbaia spazientito.
Evan si scosta ridendo. E la sua risata mi riempie il cuore. 
«Mi raccomando, piccolo, tienila d'occhio finché torno», bisbiglia al beagle e il suo sguardo è di nuovo su di me. Lo bacio ancora, per un breve istante. In fondo non mi dispiace di aver perso i ricordi della stronza che ero. Forse torneranno, purtroppo, ma mi troveranno insieme a Evan. E intanto saprò riscrivere la mia storia.

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Genere

racconto

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