Ricomincio da uno

Avevo appena parlato con il dottor Sand che aveva cercato di farmi ricordare qualche dettaglio, più per poter confermare la diagnosi che per reale interessamento. In ogni caso conoscevano la mia identità. Avevo con me i miei documenti.

Mi chiamo Liza Brown e fino a qualche giorno fa ero anche a capo della Bobby & Trust, la più grande compagnia di assicurazioni di tutta New York. Dico "fino a qualche giorno fa" perché ho deciso di lasciare la mia posizione per decidere finalmente della mia vita. Ma forse è meglio iniziare dal principio. 

Mi trovavo appunto in quel letto d'ospedale quando un'infermiera entrò con un mazzo di trenta rose rosse che appoggiò ai piedi del mio letto. Le chiesi di leggere il bigliettino: "Spero tu ti riprenda presto, così possiamo repilcare. Martin". Arrosii. 

Dopo qualche minuto la stessa infermiera entrò con un altro mazzo di fiori: bellissime dalie. Il biglietto recitava: "Con amore, John". La stessa trafila si ripeté per altre due volte, Matt e Albert, tanto che l'infermiera a un certo punto disse piccata che non aveva intenzione di trasformarsi in una fioraia o in un fattorino, che si augurava che avessimo finito. 

La cosa peggiore era che non conoscevo nessuno di quegli uomini. Potevano esser parenti? Dalle dediche, mi dicevo di no. Possibile che fossi una donna così corteggiata? Mi alzai dal letto, con l'aiuto dell'infermiera per andare al bagno e mi guardai allo specchio. Ero una donna piacente, 35-40 anni, bruna e ben proporzionata. Senza dubbio un buon partito. Il fatto che il dottor Sand si fosse rivolto a me chiamandomi signorina Brown mi faceva capire che non ero legata legalmente a nessun uomo. Sul dito non avevo fede. Non ero sposata.

Rimasi ancora qualche ora in ospedale, finché il dottor Sand annunciò che avrebbero potuto dimettermi, che avevano trovato qualcuno che si sarebbe occupato di me. 

Dalla porta della stanza entrò un uomo molto alto, ben vestito, e un sorriso da schianto. Era preocuppato, si avvicinò al letto e mi diede la mano: "Liza, come stai?"

Non sapevo chi fosse e l'imbarazzo di dirgli che non ricordavo nulla si manifestò sulle guance. 

"Sono Albert", disse, accorgendosi che non collegavo il suo volto ad alcuna emozione. "Il tuo ragazzo". Aggiunse. Mi guardai velocemete intorno, preoccupata dal fatto che potesse leggere i bigliettini dei mazzi di fiori che mi erano arrivati o che chiedesse informazioni a riguardo. 

"Mi hanno detto che hai perso la memoria".

Annuii. 

Mi sembrava un uomo buono, doveva provare sinceri sentimenti nei miei confronti. Mi sentii in colpa. 

"Mi prenderò io cura di te, e guarirai", sorrise. "Torniamo a casa", concluse. 

Quindi convivevo con quell'uomo, e dunque chi erano gli altri tre: Martin, John e Matt?

Mi preparai e firmammo i documenti per la dimissione. Dopo qualche minuto eravamo in auto, una Porsche nera, che Albert guidava con classe. Mi sembrava più taciturno ora, non era più un fiume di parole, come era stato qualche minuto prima. Io ero curiosa di sapere tutto di lui ma non sembrava voler affrontare la situazione. 

Scesi dall'auto e salimmo al ventesimo piano al nostro appartamento con vista su Central Park. Dall'alto immaginai la scena dell'incidente e mi chiesi perché la vita avesse voluto mettermi davanti quel momento. Cosa avevo fatto di sbagliato?

Presto lo scoprii: aprendo il cassettino del mio comodino trovai un diario. 

Non vi racconterò tutto quello che vi lessi, so solo che dopo aver concluso l'ultima pagina mi vergognai di me stessa. Io e Albert convivevamo da più di 4 anni e io lo amavo, sinceramente, ma negli ultimi mesi avevamo avuto una profonda crisi. Lui aveva detto di non amarmi più e poi aveva fatto marcia indietro, probabilmente si era sentito offeso quando avevo deciso di non lasciare il lavoro, nonostante lui avesse ereditato un capitale così cospicuo da permetterci di vivere da mantenuti. Aveva smesso di desiderarmi, poi era tornato sui suoi passi, giurando d'amarmi. Non facevamo più l'amore da mesi e io mi ero sentita distrutta. Tutte cose che nel mio diario trovavano spazio. C'erano poi delle foto, di me e Albert felici, in vacanza, in casa, a Central Park, con Cody. 

Non era certo una giustificazione quella dell'abbandono per tradirlo, mi dissi. Eppure di Martin, Matt e John c'erano tracce anche nel diario, erano relazioni di sesso, ma relazioni che duravano ormai da diversi mesi. 

Piansi.

Dall'altra stanza all'improvviso Albert venne verso la camera da letto. Chiusi il diario nel cassetto e asciugai le lacrime. Lui però si accorse che qualcosa non andava. 

"Perché piangi, cara?" si avvicinò e mi accarezzò la guancia.

"Niente", dissi. Ma più lo guardavo più mi veniva da piangere. Ora che avevo ripreso parte della mia memoria, grazie al diario, avrei voluto sfogare la mia delusione, dirgli tutta la verità. Probabilmente però l'avrei perso. Quella volta per sempre. 

Così lo strinsi forte a me e annusai il suo profumo. Era familiare. 

Mi accerezzava la testa e mi guardava con i suoi occhi dolci senza parlare. 

"Perché non mi vuoi?" dissi scoppiando. 

Lui rimase sorpreso: "Allora ricordi?"

"Non tutto", dissi, "ma questo sì".

"Non è vero che non ti voglio", rispose e i suoi occhi si riempirono di lacrime, che era però molto bravo a trattenere. 

Albert mi raccontò che eravamo cresciuti insieme, ci conoscevamo dal college e avevamo fatto entrambi carriera. La sua ammirazione mi fu palese solo allora. 

Quella sera ci addormentammo esausti. 

L'indomani mi svegliai e Albert era già al lavoro. Alla Bobby & Trust sapevano che non mi sarei presentata  per via di un incidente. Si era mantenuta la discrezione riguardo alla mia perdita di memoria. 

Mentre uscivo dalla doccia, il telefonino iniziò a suonare. Sullo schermo: "Martin". Rispondere o non rispondere? Avrei voluto risolvere la mia situazione, mi ero appena lavata e mi sentivo sporca. 

"Pronto?"

"Pronto, Liza. Non puoi capire quanto mi è stato difficile non chiamarti prima. So che Albert era con te e quindi ho aspettato stamattina. Come stai?" Evidentemente non sapeva nulla, forse era stato solo informato dell'incidente ma non della mia amnesia. 

"Martin, vediamoci al bar sotto casa mia, tra 10 minuti".

Mi preparai e lo incontrai poco dopo, in vestiti casual che evidentemente lo destabilizzarono, da come mi guardava mentre parlavo. Era un bel ragazzo, giovane, vestito alla moda, le caviglie scoperte, doppiopetto. Ingellato. Interessante, ma Albert aveva un fascino che nemmeno lontanamente si avvicinava a quel ragazzino. Gli dissi che non potevamo più vederci, che era stata una bella storia ma che non provavo nulla e che volevo concentrarmi sulla mia vita dopo l'incidente. Lui capii, forse scioccato dal mio jeans e dalla maglietta che avevo trovato in fondo all'armadio. Non mi trovava così sexy in quel modo. Fui sollevata dalla facilità e cancellai il suo numero. Gli chiesi di fare lo stesso davanti ai miei occhi e ci salutammo. 

Erano state ore molto intense così ritornai in casa e mi addormentai. 

Appena sveglia scrissi a Albert un sms. Lui non rispose. Mi sentii sola. Così provai a cercare Matt nella rubrica del cellulare, lo trovai e lessi i messaggi su whatsapp, da quello che mi scriveva non eravamo ancora stati a letto insieme. Lo ringraziai dei fiori e lui mi scrisse subito che avrebbe voluto vedermi, facendo altri riferimenti al sesso, in maniera neanche troppo nascosta. Invece di flirtare come avevo fatto in passato, gli dissi chiara che non ero interessata e che era meglio non sentirci più. In maniera poco signorile disse che non gli interessava e così cancellai anche il suo numero.

Ora rimaneva soltanto John. Nella rubrica non c'era, nemmeno su whatsapp. Cercai altre informazioni sul mio diario ma non ne trovai. Forse era un collega? 

Guardai il soffito per qualche ora poi decisi di vestirmi e chiamai il portiere del palazzo per chiedergli se sapeva dirmi l'indirizzo di dove lavoravo. Chiamai un taxi e dopo un'ora ero in ufficio. Tutti mi salutarono ossequiosi. Sorrisi senza ricordarmi nessuno, facendo finta di apprezzare l'interesse. 

Dopo qualche ora di incontri fortuiti con colleghi che non corrispondevano al nome di John, finalmente lo conobbi. Ed era mio socio alla Bobby & Trust! 

Con John avevamo un rapporto più stretto, lo compresi dal modo in cui mi guardava. Cercai di ricordare qualche dettaglio. Niente. Lo assecondai. Non era affascinante ma senza dubbio sapeva prendermi mentalmente. Era un chiacchierone, all'opposto di Albert, e sembrava sapere come conquistare una donna. Mi invitò a cena. Accettai. 

Tornando a casa, Albert seppe dal portiere che ero venuta al lavoro e provò a chiamarmi ma non risposi perché ero già al ristorante con John. Lui parlava con il cameriere ordinando per entrambi. Io gli sorridevo. Perché avevo una relazione con quell'uomo? Mi dava ciò che Albert evidentemente non era in grado di darmi, quello che avevamo perso. Ma non era niente, mentre con Albert sentivo un legame profondo, naturale. 

Ci servirono e fuori iniziò a piovere. Mentre ridevo a una battuta di John, all'improvviso Albert entrò nel ristorante, lo vidi arrivare, pieno di rabbia e paura. Mi aveva cercata per tutta la sera, si era preoccupato, che fine avevo fatto? E mi trovava lì con quello! Se ne andò deluso. John pagò il conto e se ne andò lasciandomi lì da sola. Mi misi in ginocchio e iniziai a singhiozzare, forte. 

Passai la notte in una camera d'hotel, pregando di risvegliarmi con tutta la memoria intatta e la volontà di cambiare. La sera mi feci trovare a casa. Albert tornò stanco, convinto di non trovare nessuno. Fu sorpreso quando mi vide. 

"Ho lasciato il lavoro", dissi. 

Lui mi guardò e si mise a piangere. "Io ti amo", disse. Mi abbracciò.

Il suo profumo mi avvolse. Facemmo l'amore, fu profondo, e unico. Ci addormentammo. 

Il mattino mi svegliai con tutta la mia memoria intatta, come avevo chiesto. 

Avevo accanto a me l'uomo che amavo. Si svegliò e sorrise: "Scusami, Liza. Ricominciamo da zero". 

Ricominciamo da uno, dissi tra me e me. L'unico di cui voglio ricordarmi.

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Genere

racconto

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