Senza memoria

 


La prima sensazione che ho percepito è l’udito. Ho sentito voci ovattate, qualcuno ai piedi del letto confabulava. Avrei voluto gridare che stavo ascoltando e che desideravo un buon caffè caldo con una manciata di vaniglia, ma il mio corpo non ne voleva sentire di reagire alle mie pressioni. Poi li ho persi, sassi mescolati sulla riva.

Gli occhi mi hanno concesso l’alba. Entrava dalle ampie vetrate alla mia destra attraverso le tapparelle e si poggiava in lame sulle mie braccia. Svegliarsi senza il tempo che scandisce i minuti e percepire il proprio corpo addormentato è come tentare di sentire immersi nell’acqua, tutto sembra lontano, ampio.

Uno strano scherzo del destino mi costringe a pensare e ripensare al karma. Una vocina dentro la mia testa mi dice di essere felice, di apprezzare quello che ho perché alle stronze non viene data una seconda possibilità: che vuol dire? Come si conversa con se stessi? Con l’anima, è lei che mi parla? E quando l’anima senti di non averla mai cullata, cosa usi? Gesti e parole, credo.

Bene. Non riesco a muovermi, e a quanto pare non esce un filo di voce. Chiudo gli occhi, potrebbe essere un brutto sogno, ma li riapro immediatamente, l’istinto di sopravvivenza mi suggerisce di rimanere vigile.

Non si muovono le labbra, la lingua ha un leggero tremolìo. Devo resistere al pianto che affiora, che risale dalla gola. Evito, non so neppure se mi scenderanno le lacrime. Deve esserci qualcosa in me che non va. Ho la sensazione di attraversare un contrappasso.

Cosa c’era prima? Oltre a un cane e un cellulare che vola per aria piroettando, cosa mi porto?

Cerco di capire da dove provenga l’olezzo che disturba il mio naso e li becco subito i fiori sul tavolino all’angolo, odio i fiori. Hanno un nastro celeste, deve averli dimenticati qualcuno. Almeno questo è un altro tassello. Senz’anima, stronza e senza fiori da amare per farseli regalare.

La stanza vuota, la sedia perfettamente aderente al muro, mi suggeriscono che sono sola in questo acquario e non ho uno straccio di castello di roccia dentro cui nascondermi.

Mi sforzo, cerco, rovisto, mescolo. Non c’è niente nella mia testa, eppure dovrei avere memoria. Sento un brivido risalire dalle gambe al petto, il mio ginocchio sinistro ha un sussulto, ma ricade dentro le lenzuola che tornano ad appiattirsi come nevischio fresco.

Poi le mie braccia, si muovono furiose, si sollevano mentre il resto del corpo tenta di assecondare l’immobilità. Qualcosa suona, qualcos’altro aggancia un bip più ritmato. Si sovrastano. Le coperte volano via, le mie gambe si muovono senza che sia io a comandarle. Mi si irrigidisce il collo, le spalle si appuntiscono al materasso, la testa si inarca e io, dentro, chiusa, non so che farmene dei miei pensieri, di tutte le volte in cui dico “basta”. La paura mi copre, come fossero animali selvatici che premono sul mio petto, pesanti. Il dolore, coltello, spina dura e per niente smussata, scava le ossa delle mie costole. Lo stomaco si sgonfia, si risucchia, il respiro si fa corto e ho il terrore di non averne più abbastanza.

Qualcuno mi ferma, ci prova. Due, tre, quattro, non le conto più le mani che mi trattengono. Urlano e i loro occhi mi terrorizzano.

Poi la quiete, un fiumiciattolo freddo che risale dal mio braccio sinistro e la bontà del nulla. Calma.

È sera e un paio di dita fredde trattengono il mio polso. Appartengono a un volto che io ho già visto da qualche parte, un volto che mi concede il pianto.

“Cosa è successo?” riesco a dire e per l’emozione di sentire le mie parole, le lacrime si fanno più copiose.

“Ti sei svegliata, finalmente” mi lancia un flebile sorriso, ma il tono è confidenziale.

I suoi occhiali nascondono profondi occhi castani che contrastano con i riccioli ribelli, biondo scuro. Le labbra. Le ho già viste, i bracciali intrecciati idem. Si tira su la montatura e il suo sguardo mi investe. Mi giudica. Sento il petto che si gonfia, è l’imbarazzo. Capisco da sola che il mio corpo è nuovamente vivo, ma il sibilo all’orecchio destro è intermittente e fastidioso, muovendo la mascella sento che è fasciato.

“Non preoccuparti, la perdita di memoria dovrebbe essere temporanea… purtroppo” si lascia scappare.

Il mio volto interrogativo gli arriva tutto d’un pezzo.

“Perdonami, non sono affari miei. Non più, almeno” preme la flebo, ignorandomi, e poi gira le spalle ed esce dalla stanza.

Non ho neppure avuto il tempo di domandare e la rabbia mi assale, non riesco a ricordare niente. Mi tormento e mi tormenta ancora la vocina dentro la testa. “Così che dimori in te un’anima pulita” mi dice e poi mi abbandona in uno spazio infinito simile all’universo, dove però mancano le stelle e manca nuovamente la mia voce. Mi risveglio imperlata di sudore e lo sento scendere dalla mia fronte sulle gote. Il cuore sbatte sul mio petto e se fossi più forte potrei anche strapparmelo. Sono una di quelle persone aride che lasciano dietro di sé solo il deserto? Tutto questo parlare a sé, il tormento, la solitudine, sono l’effetto di una vita grama?

Afferro il cellulare, so che è il mio. Una linea lo attraversa in diagonale, una ferita, ma funziona ancora. Sono una da sfondo glitterato, forme squadrate nelle icone, ma nel tempo che mi si concede in questa stanza nessuno mi ha chiamato. Ho paura di trovare dentro quest’arma notizie su di me che non mi piacciano. Messaggi di lavoro, email a non finire, “to do list” come se piovesse. Questi primi reperti archeologici rimandano epoche di ordinario vissuto.

L’indice trema, ma devo verificare il contenuto della “gallery”. Essere senza memoria equivale a rinascere, lo sento come un desiderio recondito, qualcosa di custodito e nutrito. Una necessità che non mi era stata concessa. Allora se ero infelice non voglio saperlo, a che serve?

Questa è la mia seconda possibilità. Lo spengo, ma come per magia lo schermo si illumina e sfarfalla. È un segno. Devo ripartire da qualche parte, se ho sbagliato devo saperlo.

La prima manciata di immagini scorre veloce, cantieri, fili, scheletri di cemento, progetti. Cartella preferiti. Le cose cambiano. Cody in tutte le posizioni, stanze devastate dalle sue scorrerie e lingue che penzolano dietro a giocattoli gommosi. Una sfilza di selfie e immagini di gente i cui volti non mi dicono nulla. Il duemilasedici scorre tra le mie dita. L’anno precedente è un pugno nello stomaco. Io e lui. Lui e io. Non Cody. Io e il dottore che ho visto prima, quello dei polpastrelli, quello di “purtroppo”. Mi abbraccia, mi bacia, legge seduto vicino a me. Mi immortala mentre sono al computer, leggo, sono distratta, a casa in pigiama. Migliaia di foto insieme. Che fine ha fatto? La sensazione che mi legava a lui era corretta. Tiro via dalle mi braccia le flebo. Un dolore mi immobilizza e appena metto un piede sul pavimento barcollo. Sento freddo sulle spalle, il mio camice è aperto e sono nuda. Afferro quello appeso alla rastrelliera e volo in corridoio.

“Dove posso trovare questo medico?” chiedo a un’infermiera indicando la foto.

“In sala medici, è in smonta” poi mi dà una rapida occhiata. “Cosa ci fa in corridoio torni in camera, la accompagno io. Le chiamo il dottor Jackson” mi afferra un braccio e lo sento bruciare.

Mi divincolo e dentro le sue grida corro verso un punto che so di poter raggiungere. Quando spalanco la porta lo vedo seduto al tavolo ovale. Si tiene la testa tra le mani.

“Dottor Jacskson” grida l’infermiera alle mie spalle, tarchiata e senza fiato.

“Samuel” sibilo senza accorgermene.

Si alza, ma non fa un passo verso di me.

“Va tutto bene, Rosalinda. Me ne occupo io” la rassicura.

Chiudo la porta alle mie spalle e i piedi mi dolgono come fossero poggiati su lastre di ghiaccio. Il freddo si irradia sulle gambe e le sento dure.

“Cosa siamo? Noi due...”

Abbozza un sorriso, ridicolo. “Niente” conferma.

La testa mi pulsa, l’orecchio comincia a pizzicare. Mi avvicino perché non sento bene.

“Ho centinaia di foto di noi due. Non eravamo proprio niente” tento di mostrarglielo ma quando mi avvicino lui indietreggia come fossi fuoco.

“Sei stata tu a decidere. Sei tu che hai deciso per il niente” scandendo l’ultima parola.

“Sono confusa. Non ricordo nulla, credo di avere un cane e una vita da schifo, ma tu puoi aiutarmi, puoi darmi qualche ricordo, uno spunto, un suggerimento. Ho capito che adesso tra di noi c’è una specie di voragine e che con molto probabilità la colpa è mia, ma questa persona, ridicola, scalza, indifesa, appena nata ti chiede aiuto.”

“Certamente. Vediamo...” alza lo sguardo per catturare ricordi e il suo volto diventa scuro, ombroso. “C’è il giorno in cui ti ho conosciuta. Quello sì che è stato un bel giorno e anche una bella notte. Poi quello in cui mi hai regalato Cody. Il giorno della gita ai Grandi Laghi o quello di altre mille partenze. Poi ci sono quelli in cui eri troppo occupata a lavoro per rispondere, troppo stanca per abbracciarmi, troppo ben vestita per sgualcirti e correre da me. Ah sì… e poi c’è quello del nostro matrimonio, quello a cui non ti sei presentata” mi trapassa a voce rotta.

Così si chiude l’inizio della mia nuova vita, con un passato che crea vertigini e solitudine, con una manciata di sabbia tra le mani e tutta una vita da sperimentare e costruire.

Il terreno sotto i piedi non lo sento più, vorrei si aprisse una voragine e potesse inghiottirmi. Sono stata capace di una simile bruttezza. Mi manca il fiato e gli occhi mi si muovono ritmicamente, perdo equilibrio. Sta succedendo ancora. Scorrono davanti alla vista della mia mente milioni di immagini, riempiono la mia testa con la vita che era. Ricordo tutto, sento tutto, ma è un ostacolo, non era quello che volevo, non voglio questa memoria.

Apro gli occhi dentro gli schiaffi di Samuel e lui mi sorride preoccupato e mi abbraccia. Ho il terrore che si stacchi, che mi lasci.

“Come stai?”

“Credo bene” dico.

“Non preoccuparti, le cose si sistemeranno” mi accarezza.

“Sono felice di non ricordare” quella parte di me che riaffiora mi dice che è meglio dimenticare, meglio infilare un’anima nuova dentro il mio corpo vecchio.

 

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Autore

Sarah Iles

Genere

rosa

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