Signora Agatha

«Ma devo aver parlato nel sonno – nel coma, o nello stato in cui mi trovavo durante il trasbordo in ospedale, - perché la dottoressa mi domandò se “Cody” fosse il nome di mio marito. Ma quale marito! Pensai.
Mi ero svegliata da pochi minuti, nella stanza c'era un infermiere che stava ravanando nella mia borsetta proprio sotto ai miei occhi impotenti. Avrei voluto dirgli: ehi, tu! Giù le zampe, ti vedo! ma la bocca s'impastava. Pensai che mi avessero fatto ingurgitare chissà quale mix di medicinali perché gli unici suoni che riuscivo ad emettere erano storpi come i movimenti che riuscivo a fare con le gambe appese a quelle specie di altalene sopra il letto. Mancava che mi bendassero tutta come una mummia ed ero pronta per fare la parte della sopravvissuta in un film comico o in un cartone animato.
Inffermn, biascicai. L'infermiere curvò la testa verso di me, sorpreso di vedermi sveglia. Oh, bene, finalmente. Mi dica un po', come si fa ad uscire di casa senza documenti?
Alzai gli occhi al cielo. Perché mai avrei dovuto portarmi i documenti per passeggiare a Central Park col mio Cody? E mi chiese il nome. Tirò fuori una penna da dietro l'orecchio, proprio come un prestigiatore alle feste per bambini. Non risposi.
Il suo telefono? Mi serve per la cartella, i dati dell'assicurazione, lei capisce. Capivo, ma non sapevo rispondere.
Allora fissò il mio corpo e mi sentii violentata. Prima la mia borsetta, poi tutta me, i miei vestiti, i miei gioielli... Mi chiesi in che razza d'ospedale fossi finita. Domandò se avessi una di quelle targhette con scritto il gruppo sanguigno, se ero un donatore di organi... Sgranai gli occhi: donatore di organi? E quello stronzo si mise a ridere. Pensavo fosse stronzo, ma tutto sommato faceva solo il suo. Il ruolo della stronza, a quel tempo, era il mio.
Non è questo il caso, non si preoccupi, mi diceva. E dopo due battutine sul fatto che l' unico prelievo consistente lo avrebbero fatto sul conto in banca, mi tornò in mente che un gioiello utile per dimostrare la mia identità l'avevo eccome. L'unica era trovarlo. Allungai gli occhi cercando in tutti gli angoli della stanza in cui potevo arrivare senza dover torcere il collo.
I covvale, i covvale! ripetevo in continuazione. Mi levò il tubicino dalla bocca, per parlare come Dio comanda.
Ma io continuai: cevva i covvale!
Niente. O eravamo tornati ai tempi del Dio rabbioso di Babilonia, o quel tubicino non aveva nulla a che fare con la mia afasia: la mia bocca dormiva così forte che temevo potesse iniziare a russare da un momento all'altro. I miei occhi invece giravano all'impazzata e finalmente quel genio dell'infermiere capì che cercavo qualcosa che poteva aiutare entrambi. Si mise a giocare a fuoco-fuochino. Prese il cappottino di pelliccia nero e me lo mostrò. Mugolai di no. Lo riappese, malamente, e non perse l'occasione di indovinare quanti armadilli avessero scuoiato per tenermi al calduccio.
Emmelli'i! gli urlai, ma ovviamente non capì. Tornò alla borsetta e tirò fuori il portamonete. Conteneva solo qualche banconota stropicciata da 10 o 20 dollari. Poi ne estrasse un fazzoletto come se fosse il Sacro Graal. Ci sono le iniziali, gridò, è un inizio. Seguirono un pacchetto di sigarette, un accendino, un altro pacchetto, un altro accendino e fine.
Tutto quello che avrebbe potuto scrivere sulla sua preziosa cartella era: S. W., fumatrice. Bei tempi.
A quel punto io, quasi per caso o frustrazione - o per abitudine, chissà, - misi il broncio. Avevo un broncio molto efficace sugli uomini a quel tempo, anche se non me lo ricordavo, e quel broncio lo colpì a tal punto che, per un istante, quella sua aria da smargiasso si dileguò, lasciando intravedere l'infermiere goffo e timoroso che si celava dietro. Questo docile dottor Jekyll inciampò da fermo e colpì qualcosa che mi risuonò famigliare. Il collare, finalmente!
L'uomo sollevò il guinzaglio tenendolo con due dita, come se si trattasse dell'arma di un delitto sulla quale è meglio non lasciare impronte. Era ancora agganciato al mio bel collarino di brillanti con annessa targhetta e numero di telefono. Non sarà stato il gruppo sanguigno, ma era pur sempre qualcosa. Uscì per fare le telefonate e mi lasciò sola. Per la prima volta dal mio risveglio, avevo trovato un motivo per sorridere. Ma era una stronzata e me ne resi conto nel giro di pochi secondi.
Sì, certo, avevo un numero da chiamare, ma ovviamente poi mi dissero che non funzionava più, distrutto o rubato in seguito all'incidente. Ma fu ben altro a rattristarmi: la consapevolezza che se il collare era rimasto a me, significava che Cody era sperduto a Manhattan, da solo. E se lo avessero trovato gli accalappiacani? Ricordo che mi domandai se il furgoncino degli accalappiacani esisteva davvero, o se fosse solo un'invenzione dei cartoni. Ma se esiste, pensai, chi mai avrebbe potuto fare un lavoro tanto crudele?
Sì, la mia mente stava iniziando a deragliare, ma almeno mi scaricava nel corpo la necessaria dose di adrenalina; sentivo tutte le ossa e la pelle riprendere vita. Ritrovare il mio Cody era diventata l'unica cosa importante. Stavo provando ad alzarmi, quando entrò la dottoressa.
E qui torniamo al punto: d'inizio: Cody è il nome di suo marito? A raccontarlo adesso fa ridere. O piangere. Dipende dai giorni, ma mi stupii della domanda e ancor di più di non sapere se ero sposata. Risposi di no scuotendo la testa. Infondo non indossavo la fede. Mi chiese il nome: risposi Esse vu, le iniziali del fazzoletto.
Avevo perso tutto: soldi, identità, memoria, Cody. Non mi restavano che un collarino e il ricordo di quella mattina in cui ero fuori il mio amato Cody perché Agatha non poteva. Ma certo: Agatha! Ecco chi avrebbe potuto aiutarmi. E dissi il nome ad alta voce.
Benissimo signorina Agatha. Ho buone notizie: presto tornerà a camminare. Un mesetto, massimo due. E non si preoccupi per i denti che ha lasciato sul marciapiede, quelli si ricostruiscono. Risposi che non mi chiamavo Agatha, ma era inutile insistere, la voce non tornava. Feci segno che mi occorrevano carta e penna. Con la scrittura tremolante di un vecchio - o di un bambino - scrissi: “Cercate Cody, Per piacere.”
Ma certo! mi rassicurò. non la lasceremo sola, signorina Agatha. Cody è suo figlio? Alzai gli occhi al soffitto: non avrebbero mai capito.
E come se non bastasse, rientrò l'infermiere. Ho buone notizie signora...
Signorina Agatha, lo aiutò la dottoressa.
Erano la coppia perfetta per spingere i pazienti al suicidio.
Mi informò che il telefono era spento, ma aveva spiegato la situazione alla compagnia telefonica e ci sarebbero venuti incontro. Bastava dare il mio nome per avere l'indirizzo.
Dovetti scrivere: “ho perso la memoria”, perché finalmente comprendessero che la situazione era più grave del previsto. Improvvisamente anche la mia incapacità di pronunciare le parole divenne un sintomo.
Mi spedirono a neurologia dove rimasi per alcune settimane.
Non avendo modo di muovermi dal letto, mi dedicai all'unica attività che avesse senso per me in quel momento: ricordare.
Provavo a retrocedere di un passo alla volta: macchina del pirata; Cody fugge via; sfilo il collarino; guardo il telefono e col pollice tengo premuto il tasto “cancella mail”; penso che Agatha tutto sommato sia una brava ragazza; Cody si ferma a fare pipì; penso che Agatha non c'è mai quando serve; fine.

Il reparto di neurologia si sbarazzò di me dopo un paio di inconcludenti esami. Le gambe funzionavano, la bocca un po' meno, ma tanto non aveva nulla da dire e le analisi, per capire che problemi avesse una donna senza identità e assicurazione, erano troppo costosi. Uscita da lì, m'incamminai verso Central Park. Provai a ricordare qualche mail, qualche password, qualche nome, ma niente. Per mangiare e dormire dovetti svendere i gioielli che indossavo, passato l'inverno mi sbarazzai dell'ermellino e rimasi con questo stupido collarino.
Per un annetto o due credevo andai avanti a credere che prima o poi qualcuno mi avrebbe riconosciuta e tutto sarebbe tornato alla normalità. Ma alla fine ho iniziato a desiderare solo di rivedere il mio Cody scorrazzare come un razzo verso uno di questi cespugli per fare i suoi bisogni impellenti. Solo per lui continuavo a esercitarmi col mio puzzle: macchina del pirata; Cody fugge via; sfilo il collarino; guardo il telefono e premo il tasto “cancella mail”; penso che Agatha tutto sommato sia una brava ragazza; Cody si ferma a fare pipì; penso che Agatha non c'è mai quando serve; metto via un fazzoletto che ho appena sfilato dal taschino di una giacca; bacio un uomo.
Proprio così: bacio un uomo. Per la prima volta, senza un perché, ricordavo! Mi domandai se avessi davvero baciato un tizio sul marciapiede di Central Park o se era solo la mia immaginazione che stava cedendo definitivamente. Chiusi gli occhi e mi concentrai. Mi saltò alla mente che l'avevo già visto da qualche parte, ma dove? Il giornale, al parco! Tornai di corsa ai cartoni su cui avevo dormito quella notte e lo trovai. I giornali di solito volano via, invece quello no! Per la prima volta da quel lontanissimo 2 luglio, ero stata fortunata: Pagina 33, Hugh Swingsman, magnate della finanza.
Ha capito, sì? Tradivo mio marito con questo Hugh. L'amavo? Chissà? Quando mio marito lo venne a sapere chiese il divorzio e io ero felice. Andai da Hugh per festeggiare e mi feci regalare il suo fazzoletto come ricordo di quel giorno memorabile.»
“Lo ha più rivisto?»
“Da lontano, ma ormai era tardi. Avevo questo aspetto qui che vede. I denti poi, non mi sono mai ricresciuti. Dicono che se non paghi non ricrescono.»
«E da allora vive qui?»
«Sì, qui posso incontrare tanti cani belli come il suo.»
«È un po' anzianotto, ma è un bravo beagle. Tiene duro. Mia moglie poi lo adora. Anche più di quanto adori me. In effetti Forse potremmo ripassare di qua domani, insieme a mia moglie. Così giocate ancora un po' insieme.»
«Sua moglie di cosa si occupa?»
«Beh, Agatha ha smesso di fare la dog-sitter, se è questo che mi sta chiedendo.»

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Autore

N.MdP

Genere

racconto

Commenti

Micaela Migliore

19 December 2016 at 21:03

Avrei voluto proseguisse...una lettura più che piacevole. Bello!

Mariateresa Mazza de' Piccioli

14 December 2016 at 22:35

Bello, scorrevole e coinvolgente anche se non sono riuscita a non preoccuparmi per Cody. Che fine avrà fatto poverino ?

victorr vicente

14 December 2016 at 22:30

Davvero ben scritto e non scontato.

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