So con chi sei stata e tu non sai chi sei

Nei film di solito interviene un parente, il proprio compagno o un attraente sconosciuto, a risollevare l’umore e far riaffiorare i ricordi. Non nel mio caso, dannazione. Nessuno si è fatto vivo per segnalare la mia scomparsa e durante l’orario di ricevimento dei parenti lo spazio intorno al letto è sempre deserto. Soltanto Cody allevia la tristezza, accoccolandosi al mio fianco. I medici dopo un’iniziale ritrosia hanno accettato la richiesta di essere dimessa nel giro di qualche giorno, ponendo la clausola obbligatoria che dovrò essere seguita da un’assistente sociale. Sul display del cellulare continua a comparire un numero, ma nessuno fiata  all’altro capo. La società telefonica non riesce a risalire all’identità del chiamante, poiché usa sempre una carta diversa, di quelle usa e getta. Possibile che si tratti di qualcuno che  vorrebbe mettersi in contatto con me ma teme che io l’abbia dimenticato? Incomincio a frugare nella borsetta in maniera nervosa. Chi mi ha soccorsa dopo il tremendo urto ha confermato di averla aperta per controllare se ci fosse un documento, ma senza fortuna.  Il cellulare era funzionante, ma completamente privo di numeri in rubrica e nella lista delle chiamate. Durante queste ore di immobilità non ho fatto che pensare a misteriosi intrighi orditi alle mie spalle. Addirittura sono giunta alla conclusione che l’incidente non sia dovuto a una fatalità ma a un preciso disegno: qualcuno mi stava pedinando e ha colto la prima occasione per colpirmi.  Il ragionamento presenta però diverse falle: innanzitutto, lo scopo era quello di uccidermi o procurare un semplice danno? Come avrebbero potuto essere certi che avrei perso la memoria e che nessuno avrebbe denunciato la mia scomparsa? Ricordo un film con Liam Neeson, nel quale un’organizzazione criminale gli rubava l’identità, trasferendola a un impostore.  Mi sarebbe piaciuto vederlo finito ma come al solito gli occhi si erano chiusi a tradimento, complice un divano troppo comodo. Qui però non siamo su un set cinematografico, e soprattutto non è garantito il lieto fine dopo una serie di vicissitudini che metterebbero in ginocchio chiunque, tranne il roccioso protagonista di un film d’azione. L’appartamento che mi è stato assegnato da un’associazione di volontari attiva all’interno dell’ospedale è grazioso, anche se con alcune falcate lo si percorre da cima a fondo. Tra poco uscirò a cercare un lavoro, del tutto ignara di cosa mi occupassi in precedenza. New York non nega un’opportunità a nessuno; si comincia partendo dal basso e in presenza di merito e abnegazione prima o poi i risultati arrivano. Cody mi osserva con sguardo supplice, cercando di farmi sentire colpevole per la decisione di lasciarlo a casa. Gli rispondo (eh già, chi possiede un cane imbastisce discorsi con lui come fosse una persona) che un potenziale datore di lavoro non gradirebbe la sua presenza, per quanto sia più educato e pulito di molti individui a due zampe.

I piedi sono doloranti e l’umore sotto le scarpe, al termine di una giornata infruttuosa. Anche se ho nascosto agli esaminatori la mia vicenda, devono aver intuito troppi buchi neri nel mio passato; ciò li ha portati a non fidarsi e rimanere vaghi circa l’assunzione. Esco dall’ultimo ufficio quando ormai il tramonto sta abbandonando la scena. Esausta mi lascio scivolare su una panchina, fissando avidamente il chiosco di fronte, dal quale proviene un invitante profumo di hot dog, conditi da tante di quelle schifezze dal buonissimo sapore. Si avvicina un uomo dall’andatura barcollante e dall’inequivocabile puzza di vino, pronunciando frasi sconclusionate. In qualsiasi altra circostanza schizzerei via come un razzo. Invece, troppo stanca, lascio che si sieda accanto a me e cominci a esplorare le tasche del cappotto sdrucito. Mi porge un biglietto, accompagnandolo con un sorriso sdentato. Nel sentire un fischio proveniente dalle vicinanze si allarma e comincia a correre in direzione opposta alla panchina. Con mani tremanti dispiego il foglio e lo osservo a lungo, dubbiosa. Contiene una sola parola, per meglio dire un nome: Agatha. Le lettere sono tracciate con impeto, addirittura rabbia, perché nel vergarle il mittente ha strappato la carta. Avverto dei brividi freddi prodotti dall’inquietudine e subito dopo una sensazione di calore al collo. Le dita si impregnano di sangue quando tocco il punto dove è penetrato il proiettile.  

Mi sto impegnando per terminare il racconto. Siate comprensivi se la conclusione sembra zoppicante: da cadavere non si riesce a concentrarsi a dovere.  I giornali hanno trattato per giorni del mio omicidio a opera di ignoti, rammentando come fossi già stata al centro della cronaca per un incidente stradale e la successiva perdita di memoria. Mentre mi accasciavo a terra, da dietro un albero Agatha e Vincent (l’uomo che mi aveva investito con l’auto) si baciavano appassionatamente, il fucile ancora fumante riposto all’interno di un borsone. Hanno i loro buoni motivi per essere felici. La mia ex dog sitter si è ripresa il fidanzatino che le avevo soffiato quando eravamo ragazze e ha arraffato tutti i valori contenuti nel mio vecchio appartamento. Mi domando come si possa architettare una simile follia per la brama di denaro e la vendetta per uno sgarbo dei  tempi dell’adolescenza, quando ci si sfilano i ragazzi con la stessa nonchalance dell’abito indossato al ballo della scuola. Eppure per Agatha era diventata un’ossessione; doveva farmela pagare a tutti i costi. Non c’è riuscita al primo tentativo, ma il secondo è andato a segno. Hanno tentato di conquistarsi la simpatia di Cody, estremamente guardingo nei loro confronti. Lui no, non si è lasciato comprare dalla promessa di una cuccia regale e fornitura di cibo a volontà. Sdraiato ai piedi della panchina continua ad aspettare, disilluso e insieme speranzoso, che io ritorni per accarezzarlo dolcemente sulla nuca e appoggiare la mia guancia liscia al suo manto peloso.

 

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Genere

noir

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