Una ragazza da copertina

C’è una donna con un camice con me nella stanza. Mi chiede se avevo una borsa, se ricordo com’era fatta. Io guardo pigramente il tubicino che collega il mio braccio alla flebo e penso a come debba essere deprimente fare il lavoro di quella donna, anche solo perché costretta ad indossare quelle ridicole ciabatte bianche. “Dovrebbero essere vietate per legge” penso, chiedendomi come fare a dirle educatamente che non mi ricordo neppure il mio nome o il mio viso, che non ho la minima idea di che colore siano i miei occhi e lei pensa che possa ricordarmi il colore di una stupida borsa. La risposta in ogni caso dovrebbe essere ovvia anche ad una zotica come quella: “La borsa sarà stata in tinta con le scarpe che indossavo!”

Ricordo il cellulare, era nella mia mano. O forse non si tratta di un vero ricordo ma di qualcosa che mi hanno raccontato quando ho ripreso conoscenza. Pare ci fosse una coppia di anziani che aspettava il verde per attraversare. Sono loro che hanno chiamato l’ambulanza, anche se non hanno visto la targa della macchina e, da quello che mi è parso di capire, non ricordano neppure di che modello si tratti. Lui sostiene che fosse un’utilitaria rossa e lei una grossa berlina scura ma, visto che in due fanno gli anni di Matusalemme, la cosa non mi stupisce.

In effetti deve esserci stata almeno un’altra persona, quella che ha pensato bene di rubarmi la borsa, l’unico oggetto che avrebbe potuto aiutare la polizia e l’ospedale a identificarmi ma… “ehi, siamo a New York, cosa ci si può aspettare!”

Penso al mio beagle. Cody. E’ l’unica cosa che ricordo. Ho chiesto al detective Stone di cercarlo, di verificare che non sia in canile, non potrei sopportare se gli succedesse qualcosa di male. E’ l’unico collegamento che ho con il mio passato. Lui non sembra essere molto preoccupato per il mio cane e probabilmente neppure ad acciuffare quell’infame che mi ha tirato sotto e non si è minimamente preoccupato di rallentare per vedere se poteva mettere la retromarcia e finirmi.

L’infermiera sta ancora aspettando una risposta. Mi guarda con aria condiscendente, come se fossi una persona con qualche problema di apprendimento.

Non ricordo niente di me ma di due cose sono sicura: ho un sacco di borse di ogni colore e non indosserei mai quegli zoccoli di plasticaccia.

-Quando mi tornerà in mente qualcosa, glielo farò sapere- dico a denti stretti. Lei annuisce ed esce dalla stanza senza aggiungere altro. Sbuffo e mi agito nel letto. Mi hanno detto che sono due giorni che mi trovo in ospedale. Sembra che, dopotutto, non ci sia nessuno molto troppo per me.

Mi assopisco e, dopo alcune ore, vengo svegliata da un urletto soffocato. Un suono che, pur non ricordando nulla, conosco fin troppo bene. Apro gli occhi:

-Mamma!- la donna che ho di fronte indossa un abito costoso e un paio di Jimmy Choo dal tacco vertiginoso. Ha anche una pettinatura arruffata ad arte ed è truccata come se fossimo a carnevale. Cerco di tirarmi a sedere nel letto alla ricerca di una superficie lucida dove specchiarmi, terrorizzata all’idea che il mio volto somigli al suo. Ricordo che si tratta di mia madre ma spero che la genetica mi abbia privilegiato rispetto a quello che vedo. Lei passa la punta dei polpastrelli sotto gli occhi asciuttissimi. Non ricordo il suo nome di battesimo ma so benissimo che non piangerebbe mai. Le emozioni sono bandite dalla nostra famiglia: rovinano il trucco e fanno venire le rughe!

Di colpo ricordo che non ha pianto neppure al funerale di mio padre. Io sono come lei, o forse lo ero, perché al pensiero di Cody in una gabbia da solo e spaventato, mi si spezza il cuore.

-Mamma, devi far cercare Cody- lei fa una smorfia, non ama il mio cane, pensa che i beagle siano cani poco aristocratici. Mi ripete in continuazione che, se proprio mi sono intestardita con questa cosa di avere un cane, dovrei prendere un barboncino. Quanto a lei, l’unico affetto della sua vita è Mimì, una gatta persiana grigia dai genitori famosi.

Lentamente inizio a ricordarmi qualcosa. Lavoriamo entrambe nel campo della moda. Lei ha una catena di negozi ed io organizzo eventi con modelle altissime e anoressiche.

-Mamma- insisto con un tono acido che mi è abituale e lei sbuffa.

-D’accordo. Chiederò a Charles di andare a cercare quel coso pulcioso-

Charles… il suo autista tuttofare. Un giorno che aveva esagerato con i margarita, mamma mi ha confidato che l’ha assunto solo perché era alto e aveva un nome aristocratico: “Charles”.

Mi lascio ricadere sui cuscini, sperando che Charles ritrovi presto Cody sano e salvo. Quella palletta di pelo raso ha paura anche dei passerotti e non mangia il cibo se non dalla sua ciotola.

-Mia cara in queste ultime settimane siamo state così preoccupate…- quando mia mamma parla così intende lei e Mimì. Cerco di immaginarmi la gatta mollemente adagiata sul divano, intenta nelle proprie abluzioni, che si preoccupa per me. Per poco non mi metto a ridere. Mia madre continua con il suo monologo e di colpo so una cosa. Che, anche se non ricordo niente di me, da tempo non sopporto più il modo di vivere di mia madre e delle persone che mi circondano.

Dopo la visita di mia madre, è il turno di Leaf, la mia giovane assistente i cui genitori sono degli hippie fuori dal tempo. Giovane ma laureata ad Harvard con il massimo dei voti, che io mi diverto a tartassare assegnandole le incombenze più spregevoli, tanto per vedere a che punto può arrivare il servilismo di un laureato in un’importante università nei confronti di una che ha finito gli studi solo perché i suoi genitori sono immensamente ricchi e nessun professore ha mai osato bocciarla ad un esame.

-Dimmi Leaf, Charles ti ha dato notizie di Cody?-

-Non ancora, sua madre mi ha fatto sapere che stanno cercando nei canili della città- chiudo gli occhi, improvvisamente ho un po’ di nausea. “Sua madre mi ha fatto sapere” sta per la segretaria di sua madre ha detto alla sua receptionist di dire alla nostra receptionist… eccetera. Intanto il mio batuffolo si trova chissà dove spaventato.

Di colpo mi rendo conto di quanto mi manchi, mi mancano i suoi occhioni che mi guardano come se fossi la persona migliore del mondo. Mi manca il suo scodinzolare per dirmi che mi vuol bene e il suo modo di chiedere un biscottino, facendo il musetto da cane abbandonato.

Leaf è sempre lì sulla porta che mi fissa.

-Posso fare qualcosa per lei? Portarle qualcosa dal buffet? Qualcosa da leggere? Una rivista?- Mi mordo le labbra per non insultarla. Questo non è un ufficio, è un ospedale e dubito fortemente che ci sia qualcosa di simile ad un buffet con l’accento alla francese come lo dice lei. Al massimo ci sarà un bar che serve schifoso caffè americano e panini scongelati. E poi anche se non sono laureata ad Harvard, in ufficio sfoglio in continuazione riviste esclusivamente per il mio lavoro. Quando sono a casa e mi rannicchio con Cody sul divano, entrambi sotto una copertina per animali, e leggo quasi esclusivamente saggi, romanzi classici ottocenteschi o libri di cucina con ricette che non preparo mai.

-Potresti massaggiarmi i piedi- borbottò con fare insolente e, quando lei si allunga premurosa verso di me, il mio senso di nausea aumenta. Sento una musichetta anonima. “Salvata dal suono del telefono” penso mentre Leaf risponde ed io ripenso al mio costoso Iphone spiaccicato sull’asfalto della quinta strada.

-Hanno ritrovato Cody- per un attimo non riesco a parlare.

-Allora?- chiedo, stavolta davvero imbestialita. Lei sobbalza.

-Sta bene. Era stato preso e portato in un canile-

Sospiro, mi sento più leggera e la nausea è sparita.

-Digli di portarlo a casa e chiama Agatha… e passamela- di colpo so cosa voglio fare. Ascolto distrattamente Leaf che parla con Charles o chi per esso e poi compone un numero in rubrica.

Afferro il telefono:

-Agatha? Ciao, sono io. Sì, sto bene. Dovresti prenderti cura di Cody fin quando non esco. Lo stanno portando a casa. Avrà bisogno di un bagno, di un trattamento antiparassitario e tante coccole. Aprigli pure la porta della mia stanza e metti la sua copertina sul mio letto. Ah, un’altra cosa. Non appena tornerò a casa, tra pochi giorni, vorrei invitarti a cena. Ho una cucina nuova e un sacco di libri di ricette. Mi piacerebbe farti assaggiare la mia pasta gratinata- penso che l’ho preparata soltanto una volta ma a Cody è piaciuta molto -E grazie di cuore- aggiungo, riattaccando il telefono ad una dog sitter sbalordita non meno della mia quasi ex-segretaria che mi fissa.

Porgo il telefono a Leaf. Ho ancora un incarico per lei.

-Fammi avere un elenco dei corsi di cucina che ci sono vicino a casa mia. Entro domani. Indica le caratteristiche di ogni corso. Valuterò domani in giornata e ti farò sapere a quale dovrai iscrivermi-

La licenzierò quando rientrerò al lavoro. Non è per lei, ma perché ho capito che non voglio più circondarmi di persone così. Voglio accanto persone autentiche, di quelle capaci di preoccuparsi per il mio cane!

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Genere

racconto

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