Assassinio ad alta quota

Agosto 1966

 

 

Osvaldo e Leo, accompagnati dal sindaco Egidio, arrivarono nel primo pomeriggio sul luogo del ritrovamento. Giunti al Passo Gries rimasero attoniti nel vedere il nuovo bacino artificiale di cemento grigio chiaro. Il ghiacciaio del Blindenhorn si tuffava direttamente nelle acque del lago, lasciando qualche piccolo iceberg a galleggiare placidamente.

“Un’altra diga!” Disse Egidio, serrando la mascella.

“Sono là!” Disse Leo, indicando un gruppetto di persone sul ghiacciaio. In mezzo a tutto quel bianco spiccavano come statue di un presepe.

“Sì, sono sicuramente loro.” Fece Osvaldo, avviandosi.

Un gruppo di escursionisti torinesi era incappato nei resti di un corpo, restituito dai ghiacci e uno di loro era sceso fino alla casa dei guardiani della diga di Morasco per avvertire del ritrovamento.

Dalla valle salirono due guide alpine, Osvaldo e Leo, accompagnate da Egidio, il quale temeva di sapere a chi appartenesse il cadavere.

“È lui?” Domandò Osvaldo.

“Sì.” Rispose il sindaco senza aggiungere altro.

“Come fai a esserne certo, è rimasto ben poco.”

“I calzettoni e gli scarponi, Leo, sono i suoi.”

C’era poco da vedere, il corpo era mummificato, rinsecchito, il braccio destro e il cranio mancavano. Una camicia a quadretti marrone, sbrindellata, copriva un poco le ossa del costato, come i resti dei pantaloni alla zuava il bacino e una parte dei femori. Solo i calzettoni rossi e uno scarpone di cuoio parevano non aver subito l’azione del tempo e del ghiaccio.

“Chi era?” Domandò una voce alle loro spalle, facendo voltare tutti.

“Erik, buongiorno.” Rispose Osvaldo, nessuno si era accorto del suo arrivo.

“È venuto fin quassù in cerca di minerali ?” Sviò il discorso Egidio.

“Sì, ma non ho raccolto nulla.” Disse fissando i resti del cadavere adagiati sulla neve cotta dal caldo estivo.

“Lo hanno trovato questi signori”, spiegò Leo, non potendo far finta di nulla.

“Temiamo di sapere chi fosse.” Aggiunse Osvaldo.

“Sicuramente si tratta di Giuseppe, abitava a Ponte, è sparito da dieci anni”, raccontò Egidio. “Viveva di contrabbando con la Svizzera, la Finanza lo teneva d’occhio, ma lui non voleva cedere, allora passava il confine seguendo il ghiacciaio di notte.”

“Sicuramente un crepaccio lo inghiottì.” Concluse Osvaldo.

Erik guardò il gruppo di persone disposte a cerchio, poi fissò ancora i resti.

“Brutta morte.” Commentò.

Con delicatezza, quello che rimaneva del cadavere venne adagiato sulla barella di tela che avevano portato dalla valle, non pesava più nulla e le due guide si caricarono senza sforzo le stanghe di legno sulle spalle.

“Viene con noi?” Domandò Egidio a Erik.

“Sì, rientro anch’io.” Rispose guardando ancora una volta il luogo del ritrovamento, le montagne, e il ghiacciaio che si tuffava nelle acque color verde smeraldo.

 

Agosto 1967

 

“C’è un morto nel lago.” Urlò il guardiano, rientrando di corsa nella casa di guardia della diga di Morasco.

“Cosa?” Domandò il suo collega, alzandosi dal tavolo della cucina di scatto.

“Qui sotto al muro, vicino agli sfioratori.” Rispose a voce un po’ troppo alta, senza sapere bene cosa fare.

“Santa Madonna! Chiamo subito in centrale.” Disse correndo al telefono a muro e cercando di far girare il disco numerato il più velocemente possibile.

Un’ora dopo, la Campagnola dei Carabinieri si fermò davanti alla casa di Morasco. I due guardiani erano lì ad attenderli, avevano ricevuto l’ordine di non fare nulla e loro avevano eseguito, controllando solo agni tanto che il morto galleggiasse sempre nel medesimo punto.

“Sono il maresciallo Luca Vuerich”, si presentò il carabiniere che scese dalla parte del passeggero, “lui è l’appuntato Geremia.”

Dai sedili posteriori scesero il capo della centrale di Ponte e il medico della valle.

“Chi l’ha trovato?” Domandò Vuerich.

“Io, maresciallo.” Rispose uno dei guardiani.

“Era già lì?”

“Certo maresciallo.”

“Spiegatemi com’è andata.”

“Abbiamo mangiato qualcosa per colazione e poi sono uscito a controllare il livello dell’acqua sul muro, vede quelle tacche numerate?”

“Continuate.” Annuì Vuerich.

“Quando mi sono sporto l’ho visto lì che galleggiava.”

“Come avete fatto a capire che fosse già morto?”

“Be’…” S’impappinò il guardiano.

“Forza, rispondi al maresciallo.” Lo esortò il capo centrale.

“Non si muoveva e galleggiava già… Come… Come un morto, maresciallo.” Disse arrossendo, non trovando le parole giuste.

“Benissimo”, annuì il Carabiniere, “avete una barca per recuperarlo?”

“Certamente maresciallo!” Esclamò il capo centrale.

Ai due guardiani il lavoro non piacque per niente, ma non potevano tirarsi indietro, arrivati vicino al cadavere lo afferrarono per issarlo sulla piccola barchetta e come lo voltarono rimasero immobili a guardarlo per mezzo minuto.

“Lo riconoscete?” Domandò il maresciallo al capo centrale, una volta che il corpo fu portato a riva.

“Sì, purtroppo.”

“Sapete il nome?”

“Ettore, abita… Abitava a San Michele. Aveva lavorato qui come guardiano per anni.”

Il medico esaminò velocemente il corpo, dalle contusioni sul cranio, sulle braccia e sulle mani, si capiva che era rotolato lungo la riva ripida e sassosa. Poteva essere morto nella caduta, oppure aver perso i sensi per poi affogare in acqua. Il risultato non cambiava.

“Cercava minerali, sarà scivolato.” Commentò uno dei guardiani.

Terminate le formalità di rito, i carabinieri attesero il carro funebre e poi se ne andarono per tornare in caserma. Medico e capo centrale scesero sul furgoncino assieme alla cassa e al becchino.

“È già il secondo questa settimana.” Disse il maresciallo all’appuntato impegnato nella guida della Campagnola.

“E tutti e due in un lago.” Rispose il sottoposto, senza perdere di vista la strada.

“Sono appena arrivato tra queste montagne, ma mi pare un po’ strano non credi? In queste valli non succede mai niente.”

All’uscita della curva prima dell’abitato di Canza, l’appuntato Geremia inchiodò i freni della Campagnola per non investire la persona che camminava in mezzo alla strada.

“Santo Dio!” Esclamò irritato il maresciallo, raccogliendo il cappello rotolatogli tra i piedi.

L’appuntato abbassò il vetro girando la manovella cigolante e la persona si avvicinò con aria spaventata e colpevole.

“Siete gli uomini neri?” Domandò, pareva un bambino di cinquant’anni.

“No Luigi, ma te l’ho detto cento volte di non stare in mezzo alla strada.”

“Allora non siete gli uomini neri?” Chiese ancora con aria sollevata.

“Vuoi un passaggio?” Domandò l’appuntato, guardando poi il superiore che assentì col capo.

“Sì, molte grazie.” Accettò in tono divertito Luigi, salendo sul sedile posteriore.

“Ma chi è?” Bisbigliò Vuerich.

“Dopo le spiego.”

In quei pochi chilometri di viaggio, Luigi parlò solo degli uomini neri che volevano ucciderlo. Quando arrivarono a Ponte lo fecero scendere, l’appuntato Geremia lo rassicurò e poi si salutarono.

“È sempre stato così?” Domandò il maresciallo.

“Dicono che fino a dieci anni fosse normale, poi una notte sparì, lo ritrovarono tre giorni dopo ed era come lo avete visto ora.”

Il maresciallo Vuerich scosse la testa incredulo.

“E dov’è stato in quei tre giorni, lo ha detto?”

“Che sappia io no.” Rispose l’appuntato stringendosi nelle spalle.

“E la storia che continua a ripetere?”

“Degli uomini neri?”

“Proprio.”

“Nessuno lo sa, ma da quando lo conosco io non parla d’altro. Comunque può farsi raccontare la vicenda dal sindaco, abitavano nella stessa frazione quando sparì.”

“Quale frazione?”

“Villaggio Morasco.”

Il maresciallo fissò l’appuntato con occhi curiosi.

“Sì, una volta c’era un paesino, poi hanno costruito la diga facendo sloggiare gli abitanti.” Spiegò Geremia.

“Quando vedrò il sindaco mi farò raccontare la storia, ma ora voglio cercare qualche notizia sulla nostre due vittime.” Disse Vuerich smontando dalla Campagnola, arrivati in caserma.

Paolo, abitante di Goglio, era stato trovato morto nelle acque di Codelago sei giorni prima. Presentava lesioni alla testa e al corpo, probabilmente per il rotolamento sulla riva ripida del bacino. Sia lui che Ettore erano nati nel 1911 ed erano incensurati. Negli anni trenta avevano prestato servizio nella Milizia di confine.

“Tutto qui.” Si disse deluso il maresciallo, anche se non si aspettava di trovare chissà cosa tra gl’incartamenti della caserma.

Senza scomodare l’appuntato Geremia, salì al posto di guida della Campagnola e salì al paesino di Goglio, fece alcune domande, soprattutto per sapere se Paolo avesse dei nemici o screzi con qualcuno, ma tutti parlarono bene della vittima. Aveva lavorato nelle centrali elettriche dalla fine della guerra, anche come guardiano su alla diga dov’era stato trovato morto.

 

La mattina seguente, l’appuntato Geremia guidò la Campagnola fino al paese di Ponte, il maresciallo Vuerich si era accorto quanto gli piacesse fare l’autista. Il pomeriggio del giorno prima si era leggermente offeso quando non l’aveva chiamato per portarlo a Goglio.

“Dove vuole andare maresciallo?”

“In comune, vado a fare due chiacchiere col sindaco.”

Egidio si aspettava la visita dei carabinieri e non fu sorpreso quando vide il maresciallo entrare nel suo piccolo ufficio.

Luca Vuerich domandò di Ettore, se avesse problemi con qualche abitante della valle, se bevesse, se avesse debiti, ma Egidio scosse sempre la testa.

“Si ricorda quando prestò servizio nella Milizia di confine?”

“Sinceramente no, saranno passati molti anni.”

“Più di trenta, in effetti.”

“Qui i fascisti non hanno mai dato problemi, abitiamo in una valle sperduta, ci lasciavano in pace.”

“Certo, ma il confine con la Svizzera è estremamente vicino.”

“Ma scomodo da raggiungere.”

Luca Vuerich annuì e si alzò dalla sedia, non voleva far perdere altro tempo al sindaco.

“Ah”, esclamò prima di uscire e voltandosi nuovamente verso Egidio, “cos’è successo a Luigi?”

“Cosa c’entra con la morte di Ettore?” Domandò stupito.

“Niente, è solo una mia curiosità, l’ho conosciuto ieri.”

“Quando aveva dieci anni, una notte sparì”, iniziò a raccontare il sindaco, “stavamo su a villaggio Morasco. Quel pomeriggio era arrivato un ragazzo svizzero che si era perso e io lo ospitai a dormire in casa mia. La mattina seguente non c’erano più, né il ragazzo, né Luigi.”

“Vuole dire che…”

“No, non lo so se lo rapì o qualcosa del genere. Cercammo Luigi per tre giorni, ovunque, e quando lo trovammo non era più lui.”

“Dove lo trovaste?”

“Verso il Passo Gries.”

“In che anno successe questo fatto, lo ricorda?”

“Come fosse ieri, era l’agosto del 1930.”

Il maresciallo lasciò il sindaco ai suoi impegni, fuori dal comune chiamò l’appuntato Geremia e insieme andarono a bere un caffè, così avrebbero approfittato per fare qualche domanda agli abitanti del paese sulla vittima.

Qualcuno rispose evasivamente, altri dissero che era una brava persona, due donne consigliarono di parlare con Paride, era stato nella Milizia insieme a Ettore.

“Sempre se lo trova in grado di ragionare.” Concluse una delle due.

“Tu lo conosci?” Domandò Vuerich all’appuntato.

“Sì, maresciallo è un alcolizzato, non so come faccia a essere ancora vivo con tutto quello che beve.”

Trovarono Paride a casa sua, un tugurio sporco e disordinato come una discarica e si accorsero all’istante che da lui non avrebbero ottenuto nulla. Era ubriaco fradicio e continuava a piangere, farfugliando parole incomprensibili e frasi senza senso. Il maresciallo provò a scuoterlo per domandargli cosa stesse farneticando e Paride si disperò ancora di più, scusandosi.

“Non abbiamo fatto apposta”, disse tra le lacrime, “non abbiamo fatto apposta.”

Luca Vuerich lo guardò con compatimento e poi uscì da quell’ambiente maleodorante, seguito dall’appuntato.

“Torniamo in caserma, è inutile perdere tempo qui.”

“Comandi maresciallo.” Rispose salendo al posto di guida, aveva una adorazione speciale per quella Campagnola vecchia e arrugginita.

Nel suo ufficio, il maresciallo lesse tutto ciò che trovò su Paride, ma non fu molto. Era nato nel 1909, entrò nella Milizia volontariamente prendendo i gradi e comandando per due anni il distaccamento di Ponte, dal ventotto al trenta, poi venne degradato per condotta indecorosa, finché fu congedato. Allo scoppio della guerra scappò in Svizzera, ritornando una volta terminata. A suo carico c’era qualche segnalazione per ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica.

 

La mattina seguente dalla diga del Toggia chiamarono segnalando un corpo che galleggiava nell’acqua. I carabinieri salirono con la Campagnola e diedero un passaggio anche al medico. Il maresciallo Vuerich aveva poca voglia di parlare, preso nei suoi ragionamenti sulle cause di tutte quelle morti sospette.

Lungo la strada sterrata da Riale verso il lago, videro una persona che scendeva a piedi, aveva un bastone col puntale in metallo, molto usato dagli escursionisti e null’altro.

“Lo conosce?” Domandò il maresciallo al dottore.

“Di vista, si chiama Erik, è svizzero credo, viene qui tutti gli anni ad agosto. È appassionato di minerali ed escursioni in montagna.”

“Fermati”, ordinò il superiore all’appuntato.

Il carabiniere eseguì e quando Erik fu di fianco a loro il maresciallo scese dalla Campagnola. Dopo averlo salutato gli domandò se avesse incrociato altre persone in quella zona.

“Alcuni escursionisti”, rispose Erik, “andavano verso il Passo San Giacomo.”

“E lei da dove arriva?”

“Dalla bocchetta del Kastel, sono andato a minerali.”

“Trovato nulla?”

“No”, sorrise Erik, “nulla che valesse la pena di portare a casa.”

“Buona discesa.” Salutò il maresciallo e risalì sulla Campagnola.

“È sempre in giro da solo per le montagne.” Commentò il medico.

“Da quanto viene qui in vacanza?”

“Non saprei, da anni, forse ancora prima della guerra.”

Quando i carabinieri arrivarono alla diga del Toggia, i guardiani avevano già preparato la barca per recuperare il cadavere, attendendo solo il benestare del maresciallo.

Con grande stupore si accorsero che si trattava di Paride, aveva lasciato uno zaino sulla strada che portava al Passo San Giacomo e probabilmente era rotolato lungo la riva ripida, finendo in acqua.

“Cosa ci faceva qui?” Domandò Vuerich a voce alta, parlando più a se stesso che agli altri.

“Magari una gita”, rispose l’appuntato, “o magari voleva lasciare la valle.”

“Da come puzza di vino doveva essere ubriaco fradicio.” Disse il medico, esaminando il morto.

“Non stento a crederlo.” Commentò il maresciallo.

“E tre.”  Commentò Geremia.

“E tre!” Confermò Luca Vuerich, seccato.

 

“Secondo te uno va a minerali solo con un bastone?” Domandò il maresciallo all’appuntato Geremia, scandendo dal luogo del ritrovamento, il medico era rimasto ad attendere il carro funebre.

“Di chi parla?”

“Ma di quell’Erik, mi è parso che andasse un po’ di fretta.”

“Non aveva nemmeno uno zaino, in effetti.”

“O un martello, per esempio. Con cosa li rompe i sassi?”

L’appuntato annuì.

“Voglio farci due parole.”

Alla curva della frazione Canza, Geremia inchiodò la Campagnola a un metro dalla schiena di Luigi che camminava a passi lunghi in mezzo la strada, noncurante delle auto, con la camicia tutta spiegazzata fuori dai pantaloni.

“Ancora!” Esclamò esasperato Vuerich.

“Luigi”, urlò dal finestrino abbassato Geremia, “vieni qui!”

L’uomo ubbidì e si avvicinò alla Campagnola, senza timore.

“Vuoi farti ammazzare?” Lo sgridò l’appuntato.

Luigi scosse la testa con aria colpevole.

“Non puoi camminare come tutti i cristiani a bordo strada?”

L’uomo face di sì col capo.

“Dove stai andando così di fretta?”

“A Ponte.” Rispose.

“Vuoi un passaggio?” Domandò cercando l’assenso del maresciallo che acconsentì con un cenno.

“Grazie mille!” Disse felice come se la sfuriata dell’appuntato fosse già dimenticata.

Luigi salì sul sedile posteriore e la Campagnola partì.

“Da dove arrivi?” Domandò il maresciallo, vedendolo accaldato.

“Da casa.” Rispose Luigi

“E dov’è casa tua?”

“A Canza di là dal fiume.” Indicò sorridendo.

 

Arrivati a Ponte, fecero scendere Luigi davanti all’osteria e Vuerich andò all’alimentari per domandare se sapessero in quale posto alloggiasse Erik. Avuta l’informazione si recarono alla pensione dove aveva affittato una stanza per tutto il mese d’agosto.

Quando entrarono nel piccolo alberghetto, la proprietaria andò subito a vedere se fosse in camera.

“C’è qualche problema?” Domandò sulla difensiva, come vide i carabinieri.

“Cosa ci faceva questa mattina sulla strada per andare al lago Toggia?” Chiese Vuerich, senza giri di parole.

“Ve l’ho detto, scendevo dalla bocchetta del Kastel.” Disse sorridendo.

“E lei va a minerali, senza uno zaino, un martello… Senza attrezzatura.”

Erik studiò il maresciallo socchiudendo gli occhi per pochi secondi, stringendo la mascella.

“Cosa vorrebbe insinuare?”

“Risponda alla mia domanda.”

“Lascio ciò che mi serve su nella baita dell’alpe, zaino, martello, minerali, tutto. È stupido portarseli avanti e indietro, se vuole può salire a controllare.” Spiegò stringendosi nelle spalle e sorridendo.

“Cosa viene a fare veramente in questa valle?”

“Vado a minerali, a genepy per fare il liquore”, rispose stringendosi nelle spalle, “mi rilasso…”

“Abbiamo due morti sospette qui in valle, più un’altra nella valle vicina”, disse Vuerich calmo, “le conviene dirmi la verità.”

A Erik il sorriso di sfida si spense rapidamente e parve sgonfiarsi come un palloncino.

“Venite, sediamoci.”

Erik e i due carabinieri si sedettero nel piccolo salottino della pensione, una saletta rivestita in legno d’abete, scaldata d’inverno dalla stufa in sasso.

“Mio fratello è sparito tra queste montagne, un giorno d’agosto del 1930”, iniziò a raccontare Erik, con molta fatica. “Io d’allora lo vengo a cercare tutti gli anni, per tutto il tempo che posso.”

“Sparito? Ma è il ragazzo di cui mi ha parlato il sindaco?”

“Sì maresciallo, proprio lui.” Annuì tristemente.

“Ma cosa ci faceva da queste parti?”

“Era andato in gita con la parrocchia del nostro paese al Passo del Gries, all’ora non c’era ancora la diga col lago. Ha litigato con due del gruppo, si sono azzuffati, cose da ragazzi, ma lui se la prese e corse giù verso questa valle. Credo che volesse solo sbollire la rabbia, non ne ho idea, so solo che arrivò a villaggio Morasco che era sera e allora Egidio lo ospitò a dormire da lui. E nella notte sparì.”

“Anche Luigi.” Aggiunse Vuerich, pensieroso.

“Sì anche lui, ma ho provato a parlargli tante volte, senza ottenere nulla. Se lo conoscete capite ciò che voglio dire.”

“Con tutto il rispetto, ma vostro fratello probabilmente sarà morto.”

“Lo so maresciallo, lo so. Anzi ne ho la certezza, l’anno scorso hanno ritrovato un corpo sul ghiacciaio del Blindenhorn, sono convinto che si trattasse di mio fratello.”

Luca Vuerich guardò l’appuntato.

“Sì ricordo quel ritrovamento”, disse Geremia, “i resti erano molto rovinati, mancavano parti del corpo, ma molti della valle erano sicuri che si trattasse di un contrabbandiere sparito una notte, tanti anni fa. Un certo Giuseppe credo.”

“Io li ho visti quei resti”, disse Erik con gli occhi lucidi, “sono sicuro che si trattasse di mio fratello.”

Nella stanza cadde un silenzio di piombo per alcuni minuti.

“Perché non lo disse subito?” Chiese Vuerich.

“Perché voglio capire.”

“Cosa? Suo fratello sarà ripartito senza avvertire Egidio o chi c’era in casa e sarà caduto in un crepaccio.”

“Non ha senso, perché passare sul ghiacciaio? Il lago e la diga non c’erano, dal colle bastava seguire il sentiero per arrivare sulla strada del passo di Nufenen.”

“Lei pensa che sia stato costretto a passare sul ghiacciaio?”

“No maresciallo, io credo che sia stato ucciso e poi buttato in un crepaccio per far sparire il corpo.”

Tutti e tre gli uomini rimasero in silenzio a lungo, assorti nei propri ragionamenti.

“Perché ucciderlo?” Chiese il maresciallo.

“Non lo so, è ciò che vorrei scoprire, ma temo sia impossibile. Nessuno parla qui.”

“Egidio non le ha confidato nulla di quella notte?”

“No, mio fratello arrivò nel paesino di Morasco spiegando che si era perso. Lui gli diede da mangiare e da dormire, gli disse che la mattina seguente doveva ritornare subito di là dal confine. Non aveva con sé i documenti e sarebbe potuto finire in guai seri. La mattina dopo non c’era più, sparito nel nulla.”

“Mi domando se la sparizione di Luigi sia legata a quella di suo fratello.”

“Aveva solo dieci anni”, si strinse nelle spalle Erik, “sono sicuro di no.”

“Mi spiace”, disse Vuerich alzandosi quasi con fretta, imitato dall’appuntato, “mi spiace molto.”

I due carabinieri uscirono dalla pensione, lasciando Erik seduto nel salotto, immerso nei propri pensieri e nella sua tristezza.

“Cosa ne pensi, Geremia?” Domandò il maresciallo, una volta saliti sulla Campagnola.

“Non saprei a parte che è una storia triste, ma c’entra con i tre morti nei laghi?”

“Non lo so ancora, ma vorrei fare quattro chiacchiere con il sindaco sulla notte che sparì il fratello di Erik.”

“La porto in comune, maresciallo.”

“Bravo Geremia, tu rimani sul mezzo, io ci metterò poco.”

“Agli ordini.”

La Campagnola partì con un leggero sobbalzo, ormai aveva la frizione che funzionava male e l’appuntato pensò che doveva fare attenzione.

Davanti al comune, videro il sindaco allontanare Luigi con gesti nervosi, quando Egidio vide il maresciallo scendere dal mezzo si calmò e gli sorrise cordiale.

“Cosa succede?” Domandò Vuerich.

“Nulla di grave, ma sa ogni tanto diventa insistente con le sue paranoie, poveretto.”

“A me pareva più un litigio.”

“Ma no, voleva salire in comune e io non ho tempo. Cosa desidera, maresciallo?”

“Erik pensa che il corpo che avete trovato l’anno scorso sul ghiacciaio appartenesse a suo fratello.”

Egidio rimase di stucco. “Davvero? Non me l’ha mai detto, eppure ci conosciamo da anni.”

“Cosa pensa sia successo quella notte su a Morasco?”

“Non lo so, alla sera il ragazzo c’era, alla mattina non più.”

“Erik crede che sia stato ucciso.”

“È solo il pensiero di un fratello roso dal dolore.”

“Un ragazzo non sparisce nel nulla.”

“Non aveva i documenti, maresciallo, c’era il fascismo all’epoca come ben saprà. Si dev’essere spaventato e nella notte sarà ritornato su al passo, finendo chissà dove.”

“Lei mi assicura di non aver visto o sentito nulla.”

“No e mi dispiace, per il ragazzo, per Erik e anche per Luigi.”

“Perché per Luigi?” Domandò curioso.

“Sparì la stessa notte, gliel’ho già raccontato e quando lo ritrovammo non fu più lo stesso.”

Luca Vuerich non aggiunse altro, salutò il sindaco e salì sulla Campagnola.

“Dove la porto?”

“Torniamo in caserma, devo controllare alcune cose.”

“Va bene.”

 

Il maresciallo si chiuse nel suo ufficio con l’ordine di non essere disturbato. Rilesse tutto ciò che aveva tra le mani sulla vita delle tre vittime, Paolo, Ettore e Paride. Tre persone, da quanto aveva capito parlando con la gente, dalle vite totalmente differenti una dalle altre e che non avevano nessun rapporto di amicizia. Giusto Ettore e Paride scambiavano due parole se s’incontravano in valle, ma nulla di più. Una cosa però li accomunava: il loro periodo passato insieme nella Milizia di confine.

Luca Vuerich si alzò dalla sedia, aprì la porta e chiamò l’appuntato. Come Geremia fu nella stanza gli fece segno di sedersi e si riaccomodò dietro la scrivania.

“Le vittime prestavano servizio nella Milizia di confine nel 1930 e ora sono morte tutte e tre, incidentalmente a quanto pare, ma inizio a non crederlo più.” Disse il maresciallo, ragionando.

“Nel Trenta? Ma è l’anno in cui sparì il fratello di Erik!”

“Appunto!”

“Vuole dire che?”

“Che secondo me c’entrano con la sparizione di suo fratello e che lui si è vendicato.”

“Potrebbe essere.”

“Vai a prelevarlo e portamelo qui.”

“Agli ordini.”

“Con le dovute maniere Geremia.”

“Ci mancherebbe maresciallo!”

L’appuntato partì con la Campagnola, accompagnato da un carabiniere fresco fresco di reclutamento, entrambi eccitati per il compito che dovevano portare a termine.

Erik fu stupito quando vide arrivare i carabinieri, ma non oppose resistenza e si presentò serenamente davanti al maresciallo. Aprì la bocca solo per dire che avrebbe parlato in presenza del suo avvocato, l’indomani mattina, come sarebbe arrivato. Luca Vuerich non poté fare altro che fargli passare la notte in camera di sicurezza.

 

La mattina seguente, l’avvocato di Erik arrivò in caserma alle nove precise, quando il maresciallo si stava apprestando a cominciare l’interrogatorio, l’appuntato Geremia rispose al telefono che squillava.

“Egidio è morto.” Disse come riappese la cornetta, nella caserma calò un silenzio di tomba.

Luca Vuerich guardò Erik e l’avvocato, poi si scusò scuro in volto e salì in valle con la Campagnola guidata dall’appuntato.

“Cosa diavolo sta succedendo tra queste montagne?” Sbottò a metà del viaggio.

Egidio giaceva nel fiume, in un tratto chiamato la buca del cane, aveva fatto un volo di una trentina di metri, atterrando sulle pietre vicino al corso d’acqua.

“Dev’essere scivolato dal sentiero”, disse Osvaldo dopo aver recuperato il corpo con altri uomini della valle, “quel tratto è molto pericoloso.”

Il maresciallo attese il carro funebre e quando la salma fu portata via, risalì sulla Campagnola e disse all’appuntato di fare un giro per la valle.

“In che direzione?”

“Vai prima in su, poi torniamo indietro.”

“Va bene.” Eseguì senza capire il motivo di quell’ordine assurdo.

Arrivati all’ultima frazione, l’appuntato girò la Campagnola e tornarono verso la bassa valle. Il maresciallo guardava fuori dal finestrino, come se fosse preso da un ragionamento complicato. Poco prima di arrivare nuovamente al paesino di Canza, ordinò di fermare il mezzo e abbassò il finestrino.

“Ciao Luigi.” Disse sporgendosi fuori.

“Ciao.” Salutò l’uomo, seduto sul bordo della strada, con la schiena appoggiata a un sasso.

“Vieni che facciamo un giro.”

Luigi guardò il maresciallo, esitando.

“Non ti va oggi?”

L’uomo si alzò e si avvicinò alla Campagnola, ancora senza convinzione, cercando di sistemarsi un poco i vestiti in disordine.

“Non avere paura, non siamo gli uomini neri.” Disse Vuerich, sorridendo.

“Lo so!” Esclamò Luigi e montò sul sedile posteriore.

“Dove andiamo?” Chiese Geremia.

Il maresciallo gli fece un gesto inequivocabile.

Luigi non si agitò e quando arrivarono in caserma scese dalla Campagnola senza dare segni di curiosità, seguendo i due carabinieri all’interno. Erik e l’avvocato guardarono il trio entrare con una punta di curiosità, ma non fecero domande, né commenti.

“Siediti Luigi, non avere paura.” Disse il maresciallo, indicando una sedia libera davanti alla sua scrivania.

L’uomo ubbidì, docilmente. Nessuno fiatava, senza capire bene cosa stesse succedendo.

“Perché li hai uccisi?” Domandò infine Vuerich, guardando Luigi negli occhi.

“Perché erano cattivi.” Rispose col tono di un bambino che si aspetta una sfuriata.

“Cosa ti avevano fatto?”

“Hanno ucciso il ragazzo e volevano uccidere anche me.”

“Quale ragazzo?” Domandò Erik, alzandosi di scatto dalla sedia e facendo sobbalzare Luigi dallo spavento.

“Rispondi alla domanda del signore.” Disse calmo il maresciallo, facendo segno a Erik di sedersi.

“Il ragazzo a Morasco.”

“Dove l’anno ucciso?”

“Salendo al passo, io li ho seguiti, uscivo sempre di notte senza dirlo alla mamma, lui ha provato a scappare e gli hanno sparato.” Raccontò spaventato.

“E dopo?”

“Dopo hanno litigato.”

“Cosa si sono detti?”

“Non ricordo.” Si agitò Luigi, torcendosi le mani nervosamente.

“Va bene, tranquillo, sono passati molti anni.”

“Ti hanno visto?”

“Sì quando tornavano giù dal passo, dove avevano trascinato il ragazzo morto, ormai c’era luce.”

“E ti hanno inseguito?”

“Mi hanno sparato, ma senza ferirmi e poi mi hanno cercato per tre giorni.”

“Capisco, ma non ti hanno preso.”

“No, mi sono nascosto bene, ma avevo paura.”

“Ti credo.”

Nella stanza scese un momento di silenzio, mentre tutti assimilavano le parole del ragazzo.

“Egidio? Cosa ti aveva fatto lui?”

“Li aveva chiamati.” Rispose Luigi.

“Chi?”

“Gli uomini neri.” Disse tremando.

“Egidio aveva ospitato il ragazzo e poi era andato a chiamare la Milizia?”

“No, gli uomini neri e poi mi ha cercato con loro per farmi male.”

L’appuntato Geremia ascoltava a bocca aperta, mentre Erik sentiva il dolore crescergli nel petto.

“Ma non ti ha fatto male quando ti ha trovato.”

“No, c’erano anche la mamma e il papà.”

“Capisco.”

“Come hai fatto ad andare a Codelago? É distante da dove abiti.”

“Ho camminato tutta notte.” Disse con la semplicità di un bambino.

“E come facevi a sapere di trovarlo?”

“Passava là tutte l’estati, l’ho visto molte volte.”

Il maresciallo Vuerich annuì e poi fece segno all’appuntato di uscire con Luigi e tenerlo d’occhio.

“Incredibile!” Esclamò Erik, come la porta si chiuse.

“Le chiedo scusa”, disse il maresciallo, “per averla trattenuta questa notte.”

“Non si preoccupi, è il meno.”

“A quanto pare Egidio ospitò suo fratello e poi andò a chiamare la Milizia di confine e glielo consegnò.”

“Sapevo che era morto, immaginavo assassinato, ma non a causa di chi lo aveva ospitato. Ho parlato molte volte di quella notte con Egidio e mi era sempre parso sincero. Dispiaciuto pure.”

“Se non ci fossero stati i genitori, pure Luigi sarebbe morto.”

“Ma cosa gli è successo?” Domandò Erik.

“Era un ragazzino, lo shock per ciò che ha visto e vissuto dev’essere stato tale da farlo rimanere così come lo conosciamo adesso.”

“Pare ancora un bambino.” Disse l’avvocato.

“Infatti, per questo i colpevoli devono averlo ritenuto inoffensivo, ma si sbagliavano.”

“Cosa gli succederà?” Domandò Erik al maresciallo.

“Non posso venire meno ai miei doveri, verrà arrestato e giudicato. In fin dei conti ha ucciso quattro persone.”

“Vorrei che lo difendessi tu.” Disse Erik al suo avvocato.

“Non è un problema.”

“Pagherò le parcelle, tutto sommato ha vendicato la morte di mio fratello.”

Il maresciallo Vuerich annuì.

“Come ha fatto ad arrivare a lui?” Domandò l’avvocato curioso.

“Ho collegato la storia degli uomini neri che ripeteva sempre con le divise che usava la Milizia ai tempi, nere per l’appunto e mi ha incuriosito una cosa: morti Paride, Ettore e Paolo abbiamo trovato Luigi e lui non ha più accennato agli uomini neri, come se di colpo non li temesse più.”

L’avvocato annuì.

“Mio fratello aveva solo sedici anni.” Disse Erik alzandosi per andare via da quella valle. Nella baita dell’alpe sotto al passo Kastel rimase la sua attrezzatura da cercatore di minerali per anni, nessuno venne mai a prenderla o reclamarla.

 

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Genere

thriller

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