Notte all'addiaccio

                                                                                                                      Sabato 8 ottobre

 

Cazzaniga si era appena seduto al tavolo vicino alla stufa, il suo preferito, quando la porta dell’osteria si aprì facendo entrare una folata d’aria gelida. Giovanni e Francesco parevano di fretta, dovevano fare rifornimento alla jeep e chiesero al gestore se fosse un problema accendere la pompa del carburante a quell’ora.

“È successo qualcosa?” domandò l’uomo dietro al banco a braccia conserte, prima di accontentarli.

“Dobbiamo andare ai Sabbioni”, rispose Giovanni, “il figlio dell’avvocato Contini non è rientrato.”

“Luigi?”

Francesco annuì spazientito, per forza si trattava di lui, aveva un figlio solo.

“Volo ad accendervi la pompa, fate da soli?”

“Sì grazie” rispose Giovanni.

L’ispettore aveva seguito distrattamente quello scambio di battute, ragionando su cosa mangiare per cena e pensando al freddo che faceva fuori per essere i primi d’ottobre. Non conosceva Luigi Contini, però aveva parlato col padre un paio di volte e sapeva quanto fosse bravo come legale. In valle erano proprietari di una bellissima casa vicino al bosco, circondata dai prati. Lontana dal paese quanto bastava per sembrare isolata, senza esserlo davvero.

Quando Francesco entrò per pagare il carburante, l’oste cercò altre notizie sulla scomparsa del ragazzo.

“Alle quattro e mezza di oggi è uscito per salire al Blindenhorn e non è ancora tornato.”

“Orca vacca!” rispose l’oste.

“Dev’essere anche in pantaloni corti e felpa leggera” concluse Francesco, uscendo dall’osteria a passi lunghi.

“Con questo freddo gli cresceranno le penne!” commentò uno degli avventori abituali.

“Se non è già duro” aggiunse un altro.

Cazzaniga stava mangiando spezzatino con polenta, godendosi quelle battute ciniche. Fuori la temperatura doveva essere prossima allo zero e non voleva immaginare quanto facesse lassù, quasi duemila metri più in alto. Provò a ricordare una nozione di meteorologia, la temperatura cala di un grado ogni cento metri di dislivello, ma non ne era sicuro. Alzò le spalle e continuò a mangiare.

Quando finì l’ultimo boccone di polenta, la porta del locale si aprì nuovamente ed entrarono quattro persone vestite da soccorritori, che l’ispettore non conosceva. L’oste li salutò e loro gli porsero due termos da riempire di tè caldo.

“Andate anche voi ai Sabbioni?”

I quattro annuirono, non parevano molto contenti della sgambata serale che si prospettava.

“Magari, ora che arrivate a Morasco è già a casa” fece l’oste.

“Speriamo” rispose uno di loro.

“Non so cosa gli sia venuto in mente di partire così tardi per il Blinden” aggiunse un altro del gruppo, in tono polemico.

Cazzaniga ordinò il caffè, mentre i quattro soccorritori uscivano dall’osteria.

“Certa gente dovrebbe stare a casa, altro che andare in montagna a perdersi” commentò l’oste, appoggiandogli la tazzina davanti.

“Lo dici per esperienza?” domandò ridendo Giordano, lisciandosi la barba grigia.

L’oste arrossì e non rispose, tornando rapidamente dietro al banco e sparendo in cucina.

Cazzaniga sapeva a cosa alludesse, una sera di qualche autunno prima, lui e altri due cacciatori erano stati recuperati dal Soccorso Alpino, incrodati su una cengia. Erano stati colti dal buio e non sapevano più come rientrare.

 

Verso le dieci, l’ispettore uscì dall’osteria per tornare a casa. Come si trovò all’aperto, cercò di reprimere un rutto e accese subito una sigaretta, bestemmiando per il freddo che faceva. Percorsi i pochi metri che lo separavano dalla sua abitazione, buttò la cicca a terra, aprì la sua Punto grigio topo e partì verso monte. Guidando piano superò tutte le frazioni fino a Riale, l’ultima della valle e continuò verso la diga del lago di Morasco. Davanti alla casa dei guardiani non c’erano jeep del Soccorso, allora proseguì lungo la strada sterrata e si fermò dove terminava, nel piazzale vicino alla piccola funivia di servizio dell’Enel.

Parcheggiò vicino al mezzo del Soccorso Alpino, si rollò una sigaretta e scese per fumarla. Due soccorritori facevano da ponte radio sulla jeep gialla, in piedi vicino al finestrino del passeggero, c’era il padre di Luigi, Guglielmo Contini. L’ispettore lo riconobbe subito, alto, dal fisico massiccio, vestito in modo impeccabile ed impassibile come se si trovasse in tribunale.

Cazzaniga salutò Giancarlo ed Elia con un cenno del capo, poi strinse la mano all’avvocato.

“È qui in veste ufficiale ispettore?”

“No avvocato, ho saputo casualmente della ricerca in corso e sono salito a fare un giro.”

Guglielmo Contini annuì gravemente, senza aggiungere nulla.

“Nessuna novità?” domandò Cazzaniga agli uomini del Soccorso.

“Per ora no”, rispose Elia, “ma è ancora presto, le squadre non sono fuori da molto.”

L’ispettore annuì e si preparò un'altra sigaretta. Lassù faceva un freddo del diavolo e aveva le mani intirizzite dal freddo, rollare il tabacco non fu un’impresa semplice. Fortunatamente non indossava il suo amato impermeabile anni sessanta, ma il piumino d’oca che aveva comprato due anni prima per Natale.

Ogni tanto la radio dava qualche segno di vita, ma si trattava solo di qualche squadra che comunicava dove si trovasse.

Il padre di Luigi si allontanò un momento per parlare al telefono e Cazzaniga domandò cosa pensassero di quella scomparsa.

“Se non salta fuori sta notte, la vedo male” rispose Elia.

“Ai Sabbioni è già meno sei” aggiunse Giancarlo.

“Quella è la sua macchina?” l’ispettore indicò un Audi grigia.

I soccorritori annuirono. Non c’erano dubbi, non era rientrato.

“Ha pure il cellulare staccato”, aggiunse Elia, “o è scarico, oppure si trova dove non prende.”

Quindi, pensò Cazzaniga, se anche fosse in grado di chiamare aiuto non può comunicare. La situazione non era delle migliori.

A mezzanotte, l’ispettore tornò a casa. Era gelato fin dentro le ossa ed era convinto che il ragazzo non avesse possibilità di sopravvivere là fuori, senza indumenti adeguati.

Prima d’andare a dormire, fumò un’ultima sigaretta. Senza lo stereo acceso casa sua pareva silenziosa come una tomba, ma non aveva voglia d’ascoltare musica. Doveva ammettere che il pensiero di Luigi, disperso chissà dove, magari ferito e nell’impossibilità di farsi trovare, lo turbava.

 

Cazzaniga dormì poco e male. Alle sei era già sveglio, seduto al tavolo della cucina con una tazza di caffè bollente davanti e il tepore della legna emanato dalla stufa. Fuori era ancora buio e si vedevano le stelle in cielo, la notte era stata sicuramente freddissima. La voce di Robert Plant dei Led Zeppelin usciva dalle casse, ma non riusciva a mitigare il senso di stanchezza che provava l’ispettore.

Aveva chiesto a Elia di fargli sapere qualcosa di Luigi, il fatto di non aver avuto notizie lo preoccupava. Finito il caffè, si rollò una sigaretta e uscì per ritornare a Morasco.

Guidò più velocemente della sera prima, fumando col finestrino abbassato di poco e i Metallica che gli facevano compagnia.  A Canza, notò una jeep che imboccava la strada sterrata per la Val Vannino, ma non era del Soccorso Alpino.

“Cacciatori” disse l’ispettore a voce alta, con la cicca tra le labbra.

Elia e Giancarlo si trovavano già sul mezzo, nello stesso posto della sera prima. Avevano riposato qualche ora nella casa dei guardiani della diga ed erano ritornati lì alle sei, quando le squadre avevano ripreso le ricerche.

“Nessuna novità?” domandò l’ispettore, senza troppi convenevoli.

“No, hanno girato il Blindenhorn in lungo e in largo questa notte, ma di Luigi nessuna traccia” rispose Elia.

“Vacca troia!”

“Ora cercheranno in altri posti”, fece Giancarlo, “ma la zona è vasta.”

Due fari sbucarono da dietro una curva, lungo la strada sterrata ed Elia sperò che fossero altri soccorritori in aiuto, ormai stava albeggiando e avevano bisogno di più gente possibile.

Il mezzo del gruppo di Villadossola si fermò nel parcheggio e sei soccorritori smontarono, stirandosi e sbadigliando. Ci furono delle presentazioni e dei saluti veloci, poi due di loro, Walter e Massimo, domandarono ragguagli sulle zone battute e su dove sarebbe stato meglio dirigersi.

Cazzaniga rimase in disparte e fumò un’altra sigaretta, conosceva discretamente bene la zona dei Sabbioni e sapeva perfettamente quanto fosse difficile trovare qualcuno lassù.

“Questa è la sua macchina?”, domandò Walter avvicinandosi, “avete controllato che non sia dentro?”

L’ispettore non credette alle sue orecchie, probabilmente stava solo scherzando, anche se sembrava serissimo.

Giancarlo ed Elia si guardarono sconcertati, senza rispondere.

Walter provò a tirare la maniglia dello sportello di sinistra, che naturalmente non fece una piega. Non contento, provò tutte le altre oltre a quella del baule.

“Dobbiamo rompere un vetro e guardare all’interno” disse, annuendo convinto.

Giancarlo si mise a ridere, Elia scosse la testa senza muoversi da dove si trovava.

“Ha ragione”, gli diede man forte Massimo, “accertiamoci che non sia nell’auto.”

“E cosa starebbe facendo nella macchina?” domandò allibito Elia.

“Si nasconde” rispose Walter.

Massimo andò a cercare un oggetto contundente nel mezzo, mentre tutti assistevano a quella scena senza credere ai propri occhi.

“Questa va bene!” esclamò, tenendo una grossa chiave inglese in mano.

“Evitiamo di combinare qualche stronzata” disse Cazzaniga con voce calma, buttando la cicca fumata per terra.

“Lei sarebbe, scusi? Questa è una faccenda del Soccorso Alpino, ne stia fuori e ci lasci lavorare” spiegò Walter, in tono leggermente altezzoso.

Cazzaniga estrasse il documento della polizia e lo mise sotto al naso dei nuovi arrivati.

“Appunto, essendo una faccenda del Soccorso Alpino, limitatevi a fare ciò che vi compete.”

Giancarlo ed Elia tirarono un sospiro di sollievo, mentre Massimo e Walter organizzarono la loro squadra in tono sbrigativo e confusionale, muovendosi poi verso il sentiero che conduceva all’Alpe Bettelmatt.

Cazzaniga si rollò un’altra sigaretta e fumò per il nervosismo, la scenetta a cui aveva appena assistito l’aveva messo di cattivo umore.

“E quello chi è?” indicò Elia, verso la diga.

Giancarlo prese il binocolo dalla jeep e lo puntò nella direzione indicata.

“È Luigi”, disse abbassando il binocolo per poi riportarlo rapidamente davanti agli occhi, “almeno credo.”

L’ispettore guardò la persona che stava camminando nella loro direzione, lungo la strada sterrata, ma era ancora troppo distante per poterlo riconoscere.

“Vado a vedere!”

Giancarlo buttò il binocolo sul sedile del passeggero e partì col mezzo. Cazzaniga ed Elia si guardarono senza dire nulla.

La jeep si fermò vicino alla persona che montò a bordo, poi fece inversione e tornò nel parcheggio.

Luigi era in pantaloni corti e felpa leggera, ma non pareva aver subito danni da quella notte all’addiaccio. Sembrava più riposato dei soccorritori e, sicuramente, meno infreddolito dell’ispettore che ormai stava battendo i denti.

Sbrigativamente, raccontò d’aver passato la notte nella valle di Bann. Il buio l’aveva colto all’improvviso e non era riuscito a scendere.

Giancarlo ed Elia gli domandarono se stesse bene, Luigi annuì, dicendo solo di voler andare a casa per scaldarsi un po’ e riposare.

“Possiamo richiamare le squadre” fece Giancarlo.

“Non sono affari miei, ma poteva per lo meno fermarsi a ringraziare chi è stato fuori a cercarlo” disse Cazzaniga, stupito dalla freddezza del ragazzo. Forse non aveva compreso ciò che aveva scatenato il suo mancato rientro del giorno prima.

“Lo farà sicuramente più avanti” concluse Giancarlo.

Elia non disse nulla e Cazzaniga salì sulla sua Punto per tornare a casa.

“Ma vaffanculo”, disse guidando, “sono stato in pensiero per un cretino!”

 

Arrivato a casa, l’ispettore parcheggiò e andò all’osteria per bere un caffè e scaldarsi un poco vicino alla stufa. La notizia della ricomparsa di Luigi era già arrivata e i pochi avventori del mattino ne stavano discutendo con sollievo.

Cazzaniga pensò che avrebbe voluto parlare a quattrocchi col ragazzo e spiegargli un paio di cose sul suo comportamento.

A mezzogiorno, quando tornò nello stesso locale per pranzare, sentì i commenti di quattro cacciatori seduti nel tavolo vicino al suo. Avevano passato la mattina tra il lago del Vannino e quello del Busin, non credevano affatto che Luigi fosse potuto sopravvivere all’addiaccio con quel gelo.

La notte passata, i soccorritori avevano battuto tutti i bivacchi, rifugi e baite della zona, senza trovare anima viva e nemmeno segni di passaggio. Due di lor avevano visto tracce fresche sul sentiero che dai Sabbioni saliva nei Bann, le avevano seguite fino alla bocchetta che dava sul vallone dove Luigi diceva d’aver passato la notte, ma nessuno aveva risposto ai loro richiami.

Cazzaniga scosse la testa, così non andava bene. Se il ragazzo aveva messo in piedi una messa in scena per attirare l’attenzione, fare una bravata o chissà cos’altro, non poteva passarla liscia come se nulla fosse.

Ridendo, i quattro cacciatori raccontarono all’oste ciò che Luigi aveva spiegato sulla sua notte tra i monti. La prima versione era che aveva dormito in una condotta dell’Enel, poi che aveva scavato una buca nella sabbia e l’ultima, forse la migliore, che si era rifugiato nella tana di una marmotta.

Quando un cellulare squillò, l’ispettore ci mise un momento a capire che si trattava del suo, tanto era preso da quei racconti.

“Andrea dimmi, hai deciso di rovinarmi il pranzo e magari anche la domenica?” rispose acido al vice ispettore Matheoud.

“Meglio che vieni all’imbarcadero di Intra.”

“Cosa cazzo stai dicendo? Non ho molta voglia di scherzare.”

“Nemmeno io, un cadavere galleggia proprio davanti al pontile.”

“Porca troia!”

Cazzaniga si alzò e fece segno all’oste di fargli il conto.

“Tu sei già lì?”

“No, ma ci sto andando.”

“Ok, parto subito, dammi un’ora. Il commissario Pigat è stato avvertito?”

“Sì, Nanetti mi ha detto che è stato proprio lui a ordinarle di chiamarci.”

“Quel rompicoglioni!”

Cazzaniga uscì dall’osteria, camminò a passo svelto fino a casa sua e salì sull’auto.

“Bella domenica di merda!” esclamò guidando a tutta velocità verso la bassa valle.

 

Davanti alla partenza dei traghetti di Intra, pareva ci fosse un raduno di mezzi muniti di lampeggianti. Vigili del fuoco, polizia, carabinieri, ambulanze, Cazzaniga bestemmiò e cercò un posto dove lasciare la sua auto anonima.

Sceso dalla Punto, si diresse verso la zona delimitata dal nastro vedo e chiese a un agente di trovargli Matheoud.

“Eccomi” lo salutò il collega.

“Ma cosa cazzo è sto circo?” chiese scocciato l’ispettore.

“Cosa vuoi che ti dica, come il corpo è affiorato, almeno cinquanta persone hanno chiamato il 118.”

Cazzaniga sbuffò e si accese una cicca, aspirò nervosamente e domandò al collega di ragguagliarlo sulla situazione.

Matheoud si sistemò gli occhiali da vista con un dito e spiegò che non si sapeva ancora nulla, avevano ricevuto da poco l’autorizzazione per recuperare il cadavere e i pompieri lo stavano facendo.

“Fantastico! Allora andiamo a vedere, mica vogliamo perderci lo spettacolo!”

Il vice ispettore intuì che il collega non era dell’umore migliore, si sistemò gli occhiali da vista  e lo seguì fino al molo.

Davanti alla zona dell’imbarco regnava la confusione più assoluta, oltre alle forze dell’ordine, c’erano giornalisti, fotografi, cameramen, curiosi e i soliti sciacalli amanti del macabro.

Cazzaniga sentì l’incazzatura arrivargli alle tempie e cercò di respirare per calmarsi.

Con un piccolo gommone, due sommozzatori dei vigili del fuoco si erano avvicinati al cadavere e lo stavano issando a bordo. Nella fioca luce del pomeriggio autunnale, si capiva che aveva la nuca sfondata, che era un uomo e la sua pelle non era bianca.

“Ci mancava anche questa!” esclamò Cazzaniga, buttando l’ennesima cicca fumata nelle acque scure del lago.

“Cosa?” domandò il vice ispettore.

“Sveglia Andrea, un morto di colore, con tutte le balle sull’immigrazione che si sentono negli ultimi tempi, ci dovremo fare un culo così!”

Matheoud si sistemò rapidamente gli occhiali e non aprì bocca.

“E sai perché?” domandò Cazzaniga, fissandolo coi suoi occhi chiari spiritati.

“Penso d’intuirlo.”

“Bravo, se non risolviamo il caso in tempi brevissimi, diranno che siamo dei razzisti menefreghisti e avanti con le solite menate. Come se a qualcuno fregasse qualcosa di questi poveri cristi!”

“Abbassa la voce, è pieno di giornalisti.”

“Vaffanculo Andrea!”

Il cadavere, molto giovane, poteva essere di origine eritrea, ma non aveva addosso alcun tipo di documento. Il medico legale lo osservò per pochi minuti, non ci voleva una laurea per comprendere la causa del decesso.

“Può essere morto cadendo e picchiando la nuca, dottore?”

“Secondo me no, pare una martellata, data con decisione e precisione. Comunque, farò subito l’autopsia ispettore, sarà il primo della lista.”

“Quanti anni poteva avere, secondo lei?”

“Diciotto, venti, non penso di più” rispose il medico alzandosi in piedi e sfilandosi i guanti di lattice.

“Da quanto poteva trovarsi nell’acqua dottore?”

“Non sono un indovino, ispettore, ma direi dalla notte passata.”

Cazzaniga fissò il cadavere per alcuni minuti, prima che lo portassero via. I vestiti che indossava erano lisi e dozzinali, inoltre pareva denutrito, non in maniera allarmante, ma abbastanza da essere notato.

“Cosa facciamo?”

“Sguinzaglia tutti gli agenti presenti Andrea, che facciano domande a presenti, passanti, cani, gatti e anatre, magari qualcuno ha visto qualcosa, anche se sarà difficile.”

Matheoud annuì.

“Inoltre”, continuò l’ispettore rollandosi una sigaretta, “fai sequestrate i video di tutte le telecamere della zona.”

“Ce ne sono parecchie.”

“Appunto, magari siamo fortunati.”

“E noi?”

“Appena avremo una foto della vittima, andremo in giro a chiedere a tutte le persone di colore che incontriamo se lo conoscevano.”

Il vice ispettore si sistemò gli occhiali con un dito e annuì, non era un programma entusiasmante, ma avevano poco altro da fare.

 

Lunedì mattina, il commissario Pigat fece un sermone a ispettore e vice ispettore, con la sua voce stridula e irritante, su quanto fosse importante trovare un colpevole.

“Non vogliamo mica passare per una questura di razzisti!”

Cazzaniga cercò di trattenersi, non aveva voglia di litigare col superiore alla mattina presto. Secondo lui, però, avrebbero dovuto trovare il colpevole e non un colpevole a caso, tanto per fare bella figura con la stampa.

“Quello era, è, e rimarrà un coglione, carissimo Andrea!” esclamò l’ispettore, tornati nel loro ufficio.

“Caffè?” propose il vice ispettore, per cambiare discorso.

“Paghi tu?”

“Come al solito, mi pare.”

Cazzaniga si alzò come una molla dalla sua scrivania.

“Perfetto, andiamo allora.”

Matheoud sospirò e seguì il collega alla macchinetta, meglio pagargli il caffè che dover sopportare le sue lamentele verso il commissario.

“I video sono arrivati?”

“Sì, è tutto sulla mia scrivania.”

“Benissimo, vediamo se troviamo qualcosa, ma coinvolgiamo anche la dolce Nanetti. Sei occhi sono meglio di quattro, basta che tieni le mani a posto!”

Matheoud sbuffò e non ribatté, l’ispettore non perdeva mai occasione di ricamare su una sua improbabile infatuazione verso la collega.

“Sicuramente dovrò andare io a chiamarla.”

Cazzaniga lo guardò con gli occhi fuori dalle orbite e l’aria esageratamente stupita.

“Ho la pelle d’oca Andrea, sei un veggente!”

Matheoud scosse la testa cestinando il bicchierino vuoto, sperava solo che guardare tutti quei video sarebbe servito di più che il loro tour della sera prima. Tutti gli extracomunitari incontrati erano fuggiti o avevano fatto scena muta.

L’agente Gabriella Nanetti era appena rientrata in servizio dopo il periodo di maternità e non aveva ancora smaltito i chili in eccesso. Non che fosse mai stata filiforme, ma secondo Cazzaniga ora assomigliava a una boa.

“Benissimo signore e signori”, esordì l’ispettore prima di cominciare a guardare i filmati, “non so cosa stiamo cercando, ma diamoci dentro, se abbiamo un culo spropositato qualcosa salterà fuori.”

Cazzaniga, Matheoud e Nanetti s’incollarono ai rispettivi computer e iniziarono a visionare i video. Si erano dati un lasso temporale, dalle dieci di sera di sabato, alle sei del mattino di domenica.

A mezzogiorno non avevano ancora trovato nulla, e tutti avevano faticato a stare svegli.

“Porco dito!” esclamò Matheoud, facendo sobbalzare i colleghi.

“Cristo Andrea, ho le coronarie deboli, spero sia importante!” scattò Cazzaniga.

“Lo è, venite a vedere.”

In un fotogramma, si vedeva passare la vittima assieme a due ragazzi bianchi.

“Porca troia! Uno dei due lo conosco” esclamò l’ispettore, chinandosi verso lo schermo.

“Lo conosci?” domandò stupito.

“Sei per caso sordo Andrea?”

Il vice ispettore si aggiustò gli occhiali e non aggiunse altro.

“Dov’è stata fatta questa ripresa?”

“In Piazza Matteotti Giacomo” rispose Nanetti.

“Quindi, stanno camminando verso la rotonda che porta alla partenza dei tragetti” fece Cazzaniga.

“Chi sarebbe quello che conosci?” domandò il vice ispettore.

“Dove galleggiava il cadavere” non lo ascoltò l’ispettore, preso dai suoi pensieri.

“Chi è quello…”

“Che palle Andrea, lasciami ragionare un attimo!”

Matheoud sbuffò, il carattere del collega iniziava a stufarlo.

“Di che ora è questa ripresa?” domandò l’ispettore.

“Ventitré e quaranta” rispose il vice ispettore con impazienza.

“Interessante, convochiamolo, voglio proprio vedere che spiegazione ci darà!”

“Mi piacerebbe sapere, prima di tutto, chi dobbiamo convocare.”

“Cazzo Andrea, come sei puntiglioso a volte!”

 

Al posto del figlio, dopo meno di un’ora, si presentò in questura l’avvocato Guglielmo Contini. Cazzaniga non gradì la sorpresa e non fece nulla per nasconderlo.

Cercando di mantenere la calma, spiegò cosa fosse successo sabato notte e dove si trovasse, realmente, Luigi. L’avvocato guardò il video e poi disse che non dimostrava nulla.

“Nulla?” domandò gelido l’ispettore.

Matheoud sentì odore di guai e si aggiustò gli occhiali rapidamente.

“Dimostra solo che mio figlio non si trovava dove afferma di essere stato.”

“Sorvoliamo sul fatto che Luigi abbia messo in piedi un casino enorme, visto che almeno trenta persone del Soccorso Alpino erano in giro a cercarlo, di notte per giunta. In questo video, cammina insieme a una persona uccisa e recuperata nel lago, non lontano da dov’è stata fatta questa ripresa.”

L’avvocato Contini non batté ciglio, era abituato a ben altro e Cazzaniga ne era consapevole.

“Inoltre”, continuò, “non capisco come mai sia venuto lei al posto suo.”

“Mio figlio non poteva presentarsi.”

“Benissimo”, disse Cazzaniga serio come una sfinge, “spero di vederlo comparire prima delle diciotto o lo farò prelevare dagli agenti.”

Guglielmo Contini divenne rosso porpora, annuì e se ne andò senza salutare.

Nello stesso istante il telefono squillò e l’ispettore rispose con uno scatto nervoso.

Il medico legale aveva effettuato l’autopsia. Il ragazzo di colore era stato sicuramente ucciso con un colpo alla nuca, inferto con un corpo contundente molto simile a un martello da carpentiere. Il cadavere non aveva alcol o droghe nel sangue, era leggermente denutrito e non poteva avere più di vent’anni.

Il dottore era quasi certo che l’assassino fosse mancino.

“Tutte le volte mi domando come faccia a capirlo!”

“Ma che cazzo ne so Andrea?”

Cazzaniga si alzò e uscì a fumare, l’incontro con il padre di Luigi gli aveva fatto andare il sangue al cervello.

Matheoud lo raggiunse poco dopo e gli porse un bicchierino pieno di caffè.

“Grazie collega.”

“Figurati, lo conosci bene questo Luigi Contini?”

Cazzaniga scosse la testa.

“No, hanno la casa su in valle, lo vedo in giro ogni tanto.”

“Che tipo ti sembra?”

“Il classico figlio di papà, arricchito e arrogante.”

Il vice ispettore annuì.

“Anche lui è avvocato, ma non è nemmeno da paragonare al padre. Il vecchio è uno stronzo, ma sa lavorare. Nel suo ufficio, Luigi può giusto fare le fotocopie.”

Matheoud scoppiò a ridere.

“A che ora ha detto che può essere morto?”

“Tra mezzanotte e le quattro” rispose l’ispettore, buttando la cicca nel posacenere vicino all’entrata della questura.

Fuori stava facendo buio e l’umidità del lago entrava nelle ossa.

 

Alle diciotto in punto, Luigi si presentò al piantone della questura di Verbania. Quando si sedette davanti alla scrivania di Cazzaniga, aveva l’aria talmente annoiata da lasciar credere che potesse addormentarsi da un momento all’altro.

“Tuo padre ti ha spiegato come mai ti abbiamo convocato?”

“Sì, mi ha detto qualcosa” rispose alzando le spalle, con un sorriso strafottente sul volto.

Cazzaniga ebbe l’istinto di mollargli una sventola, ma si trattenne.

“Allora, chi sono le due persone che camminavano con te?” domandò l’ispettore, dopo avergli fatto vedere il video.

“Uno è Mirko, quello nero non lo so.”

Cazzaniga sospirò pesantemente.

“Senti ragazzo, quella persona è stata trovata a galleggiare davanti alla partenza dei traghetti, con il cranio sfondato a martellate.”

“Non sono di certo stato io” ribatté, continuando a sorridere.

Matheoud era allibito dal comportamento di Luigi Contini e scosse la testa.

“Partiamo dal principio, alle sedici e trenta del pomeriggio di sabato sei uscito di casa dicendo che andavi al Blindenhorn e non sei più rientrato, facendo scattare le ricerche.”

“Non ho mica chiesto io di venire a cercarmi, sono stati i miei a mettere in piedi quel casino.”

Cazzaniga cercò di non esplodere, mantenere la calma iniziava a essere molto difficile.

“Tu avevi organizzato tutto Luigi, come ci sei arrivato qui, se la tua macchina era in fondo alla strada di Morasco?”

“Mi è venuto a prendere Mirko” rispose, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Matheoud si aggiustò gli occhiali con un dito e scosse ancora la testa.

“Benissimo, siete venuti qui sul lago, diciamo a farvi un giro e quel ragazzo di colore cosa c’entrava con voi? Nel video si capisce perfettamente che stavate camminando assieme.”

“Ci ha chiesto un passaggio per passare il confine.”

Nell’ufficio cadde il silenzio, Cazzaniga e Matheoud si scambiarono uno sguardo perplesso.

“Dammi i recapiti di questo Mirko” disse l’ispettore, passando poi il foglio al collega per farlo convocare immediatamente.

“E come mai, la mattina dopo galleggiava nel lago?”

“Non lo so, alla fine non l’abbiamo portato da nessuna parte. Ha insistito un po’, ma noi siamo stati irremovibili” spiegò con un’espressione innocente, da attore di bassa categoria.

Matheoud rientrò in ufficio dicendo che Mirko non rispondeva al cellulare, allora l’ispettore mandò una volante a casa sua.

“Dove dovevate andare, tu e il tuo amico, sabato sera?” domandò Cazzaniga.

“A una festa.”

“Dove?”

“Non ne ho idea, lo sapeva Mirko, ma poi non ci siamo andati.”

“E cos’avete fatto?”

Luigi alzò le spalle.

“Abbiamo girato qualche bar di Intra, poi siamo andati a casa sua e la mattina di domenica mi ha riportato a Morasco.”

Cazzaniga annuì, voleva prendere tempo, aspettare che arrivasse anche Mirko. Luigi stava mentendo spudoratamente, senza nemmeno sforzarsi di nasconderlo.

Dopo meno di mezz’ora, il telefono squillò, l’ispettore rispose, parlò brevemente e riattaccò fissando il ragazzo negli occhi.

“Mirko è a casa, con la nuca sfondata.”

Per la prima volta da quando era entrato in ufficio, un velo di paura appannò lo sguardo strafottente di Luigi.

 

Cazzaniga e Matheoud entrarono nello scantinato, dove Mirko abitava, con gli uomini della scientifica già all’opera.

“Che topaia” commentò Matheoud.

La vittima era riversa sul pavimento, a pochi metri dalla porta d’ingresso, davanti a un divano vecchio e unto.

“Nessun segno d’effrazione”, fece l’ispettore, “o la porta era aperta, oppure conosceva il suo assassino.”

Il medico legale stava esaminando il cadavere e i due poliziotti non lo disturbarono finché non si alzò.

“Signori.”

“Dottore, cosa può dirci?” domandò Cazzaniga.

“La morte risale a ieri pomeriggio, credo. La causa del decesso non è difficile da intuire e penso che l’arma sia la stessa usata per il cadavere del lago.”

“Porca troia!” esclamò l’ispettore tra i denti.

“Comunque, farò l’autopsia domani mattina, priorità assoluta.”

“Grazie dottore!”

Cazzaniga e Matheoud osservarono il monolocale senza toccare nulla o intralciare i tecnici della scientifica.

“Pensi anche tu ciò che penso io?”

“Per una volta sì Andrea, ma non farci l’abitudine.”

Il vice ispettore sorrise.

“Luigi dovrà darci molte spiegazioni” disse Cazzaniga, rollandosi una sigaretta.

“Lo credo pure io.”

 

Quando tornarono in questura, erano ormai le undici di sera e trovarono l’avvocato Contini sul piede di guerra, ma non poté fare nulla, suo figlio venne trattenuto e interrogato subito. Cazzaniga non aveva nessuna voglia di scherzare e nemmeno il commissario Pigat che, oltre tutto, odiava il padre del ragazzo e non faceva nulla per nasconderlo.

“Mi dovete aiutare, credo di essere in pericolo” esordì Luigi, come entrò nell’ufficio dell’ispettore.

“Ah sì?”

“Sono disposto a raccontarvi tutto, ma voi dovete proteggermi.”

“Luigi!” lo mise in guardia il padre.

“Lasciami fare papà, tu non sai cosa mi può succedere!”

“Tu sei solo capace di combinare guai!”

Cazzaniga sospirò pesantemente, guardando il vice ispettore che scosse la testa allargando le braccia.

“Io e Mirko facevamo alcuni lavori per un certo Mihai” esordì Luigi.

“Che tipo di lavori?”

“Portavamo gli extracomunitari di là dal confine.”

Cazzaniga temette che al padre del ragazzo venisse una sincope.

“Chi è questo Mihai?”

“Uno zingaro credo, non lo so, parla male l’italiano” rimase sul vago.

“Come vi contattava?”

“Per telefono, da una cabina penso, il numero non compariva mai e noi non avevamo modo di rintracciarlo. Poteva solo farlo lui.”

L’avvocato Contini si alzò in piedi, stirandosi con le mani il suo completo perfetto.

“Se hai deciso di scavarti la fossa fa pure, ma io non starò ad assistere.”

Dopo quelle parole, uscì dall’ufficio. Luigi reagì con un’alzata di spalle e continuò a raccontare.

“Sabato notte dovevamo portare di là due neri, poi uno di loro non voleva più venirci, si è messo a fare casino, voleva delle garanzie…”

Vuoi vedere che confessa l’omicidio, pensò Matheoud, sistemandosi gli occhiali con un dito.

“Lo abbiamo lasciato sul lungo lago, poco prima dell’imbarcadero, urlava che ci avrebbe denunciati e cose così, ma parlava male, non si capiva nulla.”

“E, casualmente, la mattina dopo galleggiava nel lago con il cranio sfondato.”

“Non siamo stati noi, ma temo possa averlo fatto Mihai”, spiegò con la voce incrinata, “ci diceva che non accettava intoppi nel lavoro, ma non pensavo potesse arrivare a tanto!”

“E Mirko?”

A Luigi si riempirono gli occhi di lacrime.

“Voleva mollare, aveva paura, ci siamo sentiti domenica pomeriggio ed era terrorizzato. Io gli ho detto di calmarsi, ma voleva venire da voi a raccontare tutto.”

“Ed è morto.”

Il ragazzo annuì, guardandosi i piedi.

“Come possiamo trovare questo Mihai?”

“Non ne ho idea, ve l’ho detto, ci rintracciava lui.”

Cazzaniga fissò Luigi negli occhi per alcuni secondi.

“Sei mancino?”

“Sì… ma cosa c’entra?”

“L’assassino è mancino.”

Luigi scattò in piedi, facendo cadere la sedia alle sue spalle. Il vice ispettore lo affiancò rapidamente e gli mise una mano sulla spalla.

“Calma ragazzo.”

“Come potete pensare che sia stato io, sono in pericolo, ve l’ho detto” urlò trafelato.

“E noi ti abbiamo ascoltato, ma abbiamo bisogno di prove, sei anche tu un avvocato dovresti saperlo. Abbiamo due morti, un video che ti ritrae insieme alle due vittime, la casa di una di loro piena di tue impronte e inoltre sei mancino, proprio come l’assassino. Secondo te cosa dovremmo fare?”

Luigi annuì nervosamente, più volte.

“Va bene, va bene, mettetemi in camera di sicurezza, basta che non mi fate uscire. I miei genitori se ne fregano della mia salute, non sarei protetto a casa, lo capite?”

“Ora calmati e dimmi com’è fatto questo Mihai.”

“È alto, almeno due metri credo, pelato, con la barba nera e gli occhi scuri. Veste sempre elegante, ha un sacco di collane d’oro e anelli, molti anelli” Luigi si sforzava di ricordare e parlava rapidamente.

“Che macchina usa?”

“Non lo so, l’ho sempre visto a piedi e da solo. Ci diceva dove trovarlo e noi lo raggiungevamo.”

“E con cosa portavate dentro le persone?”

“Con la mia auto o con quella di Mirko, li mettevamo nel baule, nessuno ha mai controllato.”

Cazzaniga si rollò una sigaretta, mentre ascoltava il racconto del ragazzo.

“Ti ha ancora contattato dopo sabato sera?”

Luigi scosse la testa.

“Va bene, ti manderemo un tecnico per un identikit e poi rimarrai in camera di sicurezza, noi vedremo di cercare questo Mihai, sempre che esista.”

Quando Luigi venne portato via da due agenti, Nanetti disse che il padre se n’era andato subito, senza salutare o lasciar detto qualcosa.

“Gli credi?” domandò Matheoud.

“Non so cosa pensare, non mi sembra una persona capace di sfondare il cranio a martellate a due persone.”

Matheoud si aggiustò gli occhiali e si sedette dietro la sua scrivania.

“A me, la storia di questo Mihai pare troppo comoda.”

“Concordo, vedremo se lo troviamo o se qualcuno ne ha sentito parlare.”

“Ora cosa facciamo?”

“Andiamo a dormire Andreuccio, domani sarà una giornata campale!”

Cazzaniga si rollò una sigaretta e lasciò la questura assieme al collega, fuori si allacciò l’impermeabile fino al mento, odiava l’umidità del lago.

 

“Se questo Mihai esiste, dev’essere un fantasma” fece Cazzaniga , accendendo la sua Punto grigia.

Matheoud si sistemò gli occhiali da vista e allacciò la cintura di sicurezza, era tutta mattina che cercavano notizie su quella persona, senza trovarne.

“Porco dito!”

“Cos’hai da imprecare così energicamente?” scherzò l’ispettore.

“Non sappiamo più dove sbattere la testa.”

“Facciamo una bella cosa…”

“Spara.”

“Troviamo un buon posto dove mangiare!”

Il vice ispettore sorrise, era già da un po’ che sentiva lo stomaco brontolare.

“Ci sto!”

“Non avevo dubbi.”

Matheoud non ribatté, non voleva cedere alle provocazioni del collega.

“Andiamo a Trobaso?” domandò l’ispettore.

“Bistecca di bisonte e patatine?”

“Sei un maiale Andrea, ma approvo!”

Come al solito il locale era pieno di gente e dovettero aspettare, approfittando per fare qualche domanda ai clienti che entravano e uscivano. Nessuno, però, aveva mai sentito parlare di un certo Mihai o di extracomunitari che cercavano un passaggio per passare il confine.

“Sai Andrea, questa storia dell’andare in Svizzera di nascosto non ha senso. Se questo Mihai esiste, dall’altra parte le persone devono servirgli per qualcosa. Chiunque può passare la frontiera senza farsi beccare.”

Matheoud annuì, masticando con gusto la carne di bisonte.

“Magari fornisce identità e documenti falsi.”

“Più penso a questa storia e più sono convinto che Luigi ci abbia raccontato un sacco di cazzate.”

“E allora perché avrebbe ucciso il ragazzo di colore e il suo amico? Inoltre, sia nei suoi tabulati telefonici che in quelli di Mirko, abbiamo trovato le chiamate ricevute dalle cabine telefoniche.”

Cazzaniga scosse la testa, sbuffando.

“Cosa facciamo dopo?”

“Visto che Pigat ci farà due palle così se ci becca in ufficio, continueremo a indagare sul campo.”

“Ci vuole un bel caffè allora.”

“Doppio direi!”

Ormai a sera, quando rientrarono in questura senza aver scoperto nulla su Mihai e nemmeno sul morto rinvenuto nel lago, Nanetti informò i due poliziotti che Luigi era stato rilasciato con l’obbligo di non lasciare il paese e rimanere a disposizione.

“Porca zoccola!” esclamò Cazzaniga.

“Il padre si sa muovere bene” commentò il vice ispettore.

“Fin troppo, a quanto pare. Comunque, il ragazzo ci servirà più fuori che dentro.”

Matheoud si sistemò gli occhiali, guardando il collega stupito.

“Lo faremo tenere d’occhio dagli agenti, se è vero che questo Mihai vuole ucciderlo, si farà vivo.”

“E se riesce nell’intento?”

“E se Luigi ci sta solo prendendo per il culo?”

Il vice ispettore scosse la testa sconsolato, era inutile discutere con l’ispettore.

 

Per tutta la settimana, indagarono senza cavare un ragno dal buco. Solo un ragazzo di colore aveva riconosciuto la prima vittima, ma non sapeva il suo nome e neanche se volesse davvero andare in Svizzera.

“Porco dito che settimana inutile!” disse Matheoud il venerdì sera, prima di lasciare la questura.

“Dici? Io credo invece che abbiamo fatto alcuni piccoli passi avanti.”

“E quali?” domandò in tono stanco.

“Luigi ci ha raccontato una marea di stronzate, anche se non riusciamo ancora a collocarlo sulla scena dei due crimini.”

“Più che altro sul secondo.”

“Appunto, quando Mirko è stato ucciso, Luigi era ancora a Formazza o almeno così affermano i suoi genitori.”

“La loro testimonianza non conta, lo sappiamo entrambi.”

Cazzaniga si alzò con uno scatto nervoso e girò attorno alla sua scrivania.

“Anche il suo telefono era ancora in valle, ma potrebbe averlo lasciato lassù per depistarci.”

“Lo credi così furbo?”

“Bè, guarda che casino ha combinato sabato per far perdere le sue tracce.”

Matheoud annuì.

“Comunque, ci ripenseremo lunedì.”

“Sali in montagna?”

“Sì, ne approfitto per fare un paio di domande a chi conosce Luigi.”

Ispettore e vice ispettore uscirono dalla questura.

“Io devo fare qualcosa?” domandò Matheoud, prima d’andare verso la sua auto.

“Scrivi qualche riga per Pigat, ma fallo da casa, se ti becca in ufficio sei fottuto.”

“Ricevuto, passo e chiudo!”

“Sei sempre più pirla, Andrea.”

Cazzaniga salì in macchina ridendo rumorosamente, mise in moto e accese l’autoradio, gli Iron Maiden fecero vibrare i finestrini e lui annuì soddisfatto.

Dopo aver percorso un centinaio di metri, frenò bestemmiando, aveva dimenticato il cellulare in ufficio. Fece una retro da ritiro della patente, corse dentro alla questura e, quando uscì, andò a sbattere contro lo stesso ragazzo che aveva riconosciuto la vittima di colore.

“Che cazzo, mi hai fatto venire un infarto!”

Il ragazzo si scusò, in un italiano approssimativo e gli fece capire che voleva parlargli.

“Va bene, ma non qui. Vieni.”

Cazzaniga lo fece salire in auto, percorse un paio d’isolati e si fermò in un parcheggio deserto. Rollò una sigaretta per sé e una per il suo ospite, poi lo esortò a parlare.

“Lo zingaro con nome strano.”

“Lo conosci?”

Il ragazzo annuì.

 

Sabato mattina, l’ispettore salì di buon ora verso Formazza. A Crodo si fermò a prendere il pane, mentre a Baceno fece colazione con cappuccino e brioches, sfogliando distrattamente il quotidiano.

Arrivato nella sua casetta di montagna, accese la stufa e poi uscì per fare quattro passi, accompagnato dal suo fidato Ipod. Camminare lo rilassava, ancora meglio, se lo faceva ascoltando della buona musica.

Il clima, dalla settimana precedente, era totalmente cambiato. Pareva di essere tornati indietro di un mese. Il sole scaldava piacevolmente e l’aria gelida non soffiava più. Essendo metà ottobre, c’era in giro pochissima gente, per lo più abitanti fissi della valle e qualche sporadico turista.

Cazzaniga aveva visto il camino di casa Contini fumare, il suo consiglio di non muoversi e rimanere dove le volanti della polizia potevano intervenire in caso di bisogno, non era stato preso in considerazione.

A mezzogiorno pranzò nella solita osteria, da solo. Qualche conoscente lo salutò, domandandogli dell’indagine in cui era coinvolto il figlio dell’avvocato e lui rimase sul vago, cercando a sua volta informazioni sul ragazzo.

Come si aspettava, nessuno aveva nulla di particolare da raccontare, a parte che non pensavano possibile che Luigi avesse ammazzato a martellate due persone.

 

Quando uscì dal locale, verso le due del pomeriggio, si accese una sigaretta e camminò verso casa, pensando a ciò che gli aveva raccontato la sera precedente il ragazzo di colore.

Visto che conosceva un paio di persone all’Interpol, aveva chiamato una di queste, mettendolo al corrente di ciò che era venuto a sapere. Rimasero al telefono per parecchi minuti, poi Cazzaniga si era steso sul divano con lo stereo acceso, addormentandosi senza neanche cenare.

Preso dai suoi pensieri, non badò alla Mercedes scura ferma davanti all’alimentari chiuso e quasi andò a sbatterci contro.

“Gli stranieri sono educati solo a casa loro!” esclamò, dopo una bestemmia.

In cucina ravvivò il fuoco nella stufa e accese lo stereo, non aveva alcuna voglia di rimbambirsi davanti alla televisione. Per curiosità, guardò fuori dalla finestra rivolta verso il negozio d’alimentari e notò, soddisfatto, che la Mercedes non c’era più.

Preso dagli scrupoli, telefonò a Luigi Contini per domandargli come andasse e se fosse in casa coi suoi genitori.

“Sono solo ispettore, i miei non mi vogliono tra i piedi.”

“Sono qui pure io, se hai bisogno chiamami a questo numero.”

“Cosa vuole che possa succedere? Siamo fuori dal mondo, tra un’oretta uscirò a fare una corsa e questa sera starò in casa.”

Dopo aver chiuso la chiamata, Cazzaniga mise la giacca a vento e uscì nuovamente. Salì verso la centrale elettrica ed entrò nel bosco, ritornando poi verso il paese. Muovendosi tra la vegetazione, si fermò dove aveva una buona visuale sulla casa della famiglia Contini e attese. Al collo portava un piccolo binocolo e, per sicurezza, tolse la suoneria al cellulare.

Era da tempo che non faceva un appostamento e subito venne colto dalla noia dell’attesa. Non gli piaceva che Luigi fosse salito da solo, non si fidava di lui e voleva essere certo che non stesse architettando qualcosa.

Dopo pochi minuti, il ragazzo uscì di casa, non era vestito per andare a correre, ma per fare una gita in montagna di più giorni, dato lo zaino voluminoso che portava sulla schiena.

Cazzaniga lo guardò dirigersi verso sud, al limite del bosco e lo seguì, stando attento a non farsi scoprire e maledicendo d’aver tenuto ai piedi le sue amate Clarcks scamosciate.

Quando arrivò al vallo paramassi, Luigi camminò rimanendo verso monte e non verso il paese, da dove qualcuno avrebbe potuto scorgerlo. Si muoveva con decisione, senza fare troppo rumore e dava l’idea di sapere perfettamente dove volesse andare.

Cazzaniga bestemmiava tra i denti cercando di stargli dietro, alla giusta distanza per non perderlo e non farsi scoprire, ma dovette arrendersi all’evidenza, era troppo vecchio per certi lavori. In poco tempo venne seminato.

Dove il vallo terminava, l’ispettore tirò dritto lungo la traccia della pista da sci di fondo e sobbalzò quando un capriolo abbaiò spaventato alla sua sinistra, nel fitto del bosco. Preso da una fretta improvvisa, ritornò sui suoi passi e imboccò il sentiero per l’alpe Bedriola, cercando di affrettarsi senza fare rumore. Quando sentì due voci discutere concitatamente, impugnò la pistola, mise il colpo in canna e si avvicinò cercando di rimanere il più coperto possibile dalle piante.

Dietro a un larice enorme, si fermò, prese fiato cercando di calmare i battiti del cuore e uscì con l’arma spianata.

“Butta il martello e alza le mani!” urlò con tutto il fiato che aveva in gola.

Mihai sussultò appena e si voltò, fissando l’ispettore con occhi da predatore.

Luigi era in ginocchio, doveva esserci stata una colluttazione e stava per ricevere il colpo di grazia.

“Non farmelo ripetere!”

Cazzaniga levò la sicura e strinse la Beretta, cercando di regolare il respiro e rilassare i muscoli delle spalle e del collo.

Mihai caricò impercettibilmente il braccio sinistro, l’ispettore intuì la tensione e tirò il grilletto. La pistola prese vita nelle sue mani, sussultò come una molla, espellendo il bossolo e incamerando un altro colpo con rumore metallico.

Mihai crollò a terra stringendo ancora il martello e Luigi si vomitò addosso, tremando come un malato di malaria.

Cazzaniga abbassò l’arma, certo che non sarebbe servito un secondo colpo e nemmeno l’ambulanza. Automaticamente, reinserì la sicura e tirò un lungo respiro.

In tanti anni di servizio, era la prima volta che sparava a un uomo.

 

Dopo un’ora, attorno al corpo senza vita di Mihai c’erano diversi agenti, i tecnici della scientifica e il medico legale. Cazzaniga aveva ricevuto i complimenti dal commissario Pigat e i genitori di Luigi lo avevano ringraziato calorosamente per aver salvato loro figlio.

Solo Matheoud gli aveva chiesto come si sentisse.

“Uno schifo Andrea.”

“Mi vuoi spiegare cos’è successo?”

Cazzaniga gli raccontò dell’incontro davanti alla questura, la sera precedente. Il ragazzo di colore aveva rivelato che, anche a lui, una persona aveva chiesto se volesse passare il confine e inserirsi in Svizzera, ma non aveva accettato. Lo aveva insospettito che il servizio fosse gratis.

“Come gratis?” domandò il vice ispettore, sistemandosi gli occhiali.

“Questo Mihai era a caccia di merce umana da vendere, Andrea.”

“Porco dito!”

Il suo conoscente dell’Interpol gli aveva spiegato che erano al corrente di questo traffico, ma senza sapere da chi fosse gestito e quali canali seguisse. Le donne finivano a fare le prostitute, gli uomini bassa manovalanza nella criminalità organizzata, mentre i più giovani non avevano scampo.

“Cioè?”

“Commercio di organi.”

“Stai scherzando?”

“Ti pare che ne abbia voglia?”

Matheoud scosse la testa incredulo, senza sapere cosa dire.

“Come mai hai seguito Luigi?”

“Ho visto una Mercedes nera che girava per la valle, con la targa della Romania, poi l’ho chiamato e mi ha detto che era qui da solo. Ho avuto una sensazione strana e così l’ho curato.”

Cazzaniga si rollò una sigaretta e l’accese, guardando verso i coniugi Contini che se ne andavano con Luigi.

“Sai cosa mi piacerebbe sapere? Se era al corrente della fine che facevano le persone che trasportavano per conto di Mihai.”

“A questo punto non lo sapremo mai.”

Cazzaniga annuì, buttò la cicca per terra e la spense con la suola della scarpa.

“Dove vai?”

“A casa Andrea, sono stanco.”

Cazzaniga camminò lentamente, pensando a quanto fosse stufo di fare il poliziotto, alla sua età era ora d’andare in pensione, godersi la vecchiaia e lasciarsi giornate come quella alle spalle.

 

 

  

 

      

DSCN0750.JPG

Genere

giallo

Commenti

Scrivi un commento

Registrati