Conforto alle creature.

Pochi minuti prima della mezzanotte di un pigro sabato di fine Luglio, quando tutta la città si trovava sotto i condizionatori d'aria, oppure col culo sugli scogli di Acitrezza in cerca del fresco del mare, un'inarrestabile quanto sorprendente folata di vento scoperchiò il tetto di uno dei chioschietti di gelati di Piazza Stesicoro.
Il pezzo di lamiera venne trascinato fino all'incrocio tra Corso Sicilia e Via Etnea, le due strade che costeggiano la piazza e formano, per gli anziani della città, il cuore pulsante della loro languida vecchiaia catanese.
Poi, il vento cessò all'improvviso.
Il gelataio corse in strada, cercando di evitare ulteriori danni. Un altro soffio di vento, violento come il primo, avrebbe potuto essere fatale per qualche passante poco fortunato, e soprattutto lo avrebbe potuto lasciare per sempre senza il tetto del suo posto di lavoro.
Mentre quell'uomo vestito di bianco trascinava, facendo leva su gambe e braccia, la copertura del suo chiosco fino a portarla sulla piazza, io, elegantemente vestito con uno spezzato dal pantalone bianco e la giacca blu, mi ero appena seduto su una panchina, nella stessa piazza, qualche metro più lontano.
Me ne stavo ad annoiarmi svogliato davanti allo spettacolo di quel povero cristo quando il fumo della mia sigaretta attirò qualcuno alle mie spalle.
Quel qualcuno era una lei, e quel pigro sabato di fine Luglio era ieri.

«Mi scusi», sentì dire da dietro le mie spalle.
«Dica pure», risposi, immobile, a quella voce.
«Potrei chiederle una sigaretta? L'automatico qui vicino è guasto e non ce la faccio più, ho bisogno di fumare»

Quando mi voltai verso di lei non potei fare a meno di osservare il suo viso. Gli occhi, due mandorle acerbe di un castano profondo quanto il buio di quella notte, furono la prima cosa a colpirmi. Le labbra, sottili e dai contorni irregolari, si stagliavano sotto un naso pronunciato, leggermente a punta, con una piccola gobbetta al centro.
Ad incorniciare il viso c'erano poi gli zigomi, alti, svettanti, e le orecchie, messe in mostra dall'acconciatura spartana, con una lunga coda di capelli tirati all'indietro e tenuti insieme da un elastico annodato alla nuca. Il loro colore, che già di natura non sarà certo stato scuro, doveva esser stato ingiallito dal sole e dall'acqua salata.
Pochissimo trucco, quasi impercettibile, giusto un'ombra di rossetto sulle labbra. Ho sempre amato le donne talmente presuntuose da non nascondersi dietro mascheroni di colore. Il carattere, è quello ciò che mi piace in una donna.
Sembrava molto giovane. O, almeno, paragonata a me lo era di certo.
Non era bellissima, alcuni non l'avrebbero trovata nemmeno carina. Eppure, c'era qualcosa, una strana armonia tra le varie componenti del suo volto, che mi attirava e trascinava i miei occhi dentro le fossette del sorriso cordiale con cui mi stava chiedendo una carezza di tabacco.
Spostai poi lo sguardo sul resto: una canotta nera ne faceva risaltare il busto sottile e altre due fossette, queste all'altezza delle scapole, che sembravano create appositamente per essere baciate in impeti di adorazione. I fianchi si nascondevano tra le pieghe di un'ampia gonna, leggera, nera anch'essa ma a fantasia floreale, che le scivolava lungo le cosce fino alle ginocchia. Sembrava che ogni grugnito del vento potesse mettere le sue gambe a disposizione della mia voracità. Ai piedi dei sandali bassi, senza tacco, "alla schiava", che lasciavano la scena alla sfrontatezza dello smalto scuro sulle dita dei piedi.

«Certo, tenga», le dissi, quando terminai di scrutare ogni parte del suo corpo, porgendole il mio pacchetto di Marlboro.
Con le sue dita sottili e le unghie senza smalto tirò fuori una sigaretta.
«Accendino?»
Le porsi anche quello.

«Mi scusi per il disturbo - disse con un sorriso bardato d'imbarazzo - è stato davvero gentile»
«Si figuri. Comunque complimenti, indossa delle gran belle scarpe»
«Come?»
«Amo i sandali bassi, con l'allacciatura alla schiava. Avessi una fidanzata la costringerei ad indossarli tutti i giorni»
«Grazie tante», riprese a sorridermi. Poi stava per dire qualcos'altro ma una nuova folata di vento le strappò di mano la sigaretta appena accesa, oltre a portare la sua gonna ad altezze troppo vertiginose per lasciare impassibile la mia fantasia.
«Cazzo!», le uscì fuori d'istinto.
«Non si preoccupi, ne prenda un'altra»
«No, non importa, sono già stata molto invadente»
«Ma si figuri. Mi offenderebbe a morte se non ne prendesse un'altra. Del resto, non vorrà mica farmi fumare da solo?»
Quell'invito riuscì a convincerla.
«Piacere, Cirino» 
«Valli, Aida Valli»
«Aida Valli? Come l'attrice?»
«In verità lei si chiamava Alida. Mia madre era invece un'appassionata di lirica, e di Verdi»
«Le ha dato un nome importante»
«Mi ha dato solo un nome, come tanti altri. Non siamo mica il nome portiamo, non crede?»
«Mi chiamo Cirino. Lei chiamerebbe mai suo figlio Cirino?»

Rise.
Lo presi come un "no".

«Cosa fa a quest'ora, di notte, da sola, una bella ragazza come lei in questa città ostile? Dovrebbe andare a godersi la gioventù»
«Tornavo a casa, abito qui vicino. E lei? Perché un bell'uomo - calcò la voce, come volesse farmi capire che mi stava prendendo per il culo - se ne sta seduto su una panchina?»
«Cercavo un po' di aria fresca»
«E la cerca qui, in pieno centro? Doveva andare ad Acitrezza, vicino al mare, per il fresco. Stasera, con questo vento caldo, la città è insopportabile»
«Le cose migliori si trovano sempre nei posti più impensabili. Lei è stata lì, alla Trezza?
«Magari! Una mia amica si sposa e allora adesso l'è presa la smania di dover organizzare tristi serate tra nevrotiche. Stasera cena tra amiche, confidenze da liceali e filmone strappalacrime. Ci si diverte di più su questa panchina, mi creda»
«Tutti hanno bisogno degli amici quando hanno paura»
«Paura? - mi chiese con un tono di almeno un'ottava più alto di quello che aveva usato fino a quel momento, quasi come fosse scattato l'allarme di non oltrepassare il limite - Di cosa dovrebbe avere paura? Non l'hanno mica costretta, lei ha deciso di sposarsi. Io non lo farei mai»
«Quando qualcuno decide di sposarsi c'è sempre qualcun altro che lo sta costringendo»
«Lei ne sa qualcosa?»
«Io? Io no. Ero assente al mio matrimonio»

Mi chiese cosa intendessi, stringendo gli occhi e scuotendo il capo. Il vento offuscò la mia vista spingendo i suoi capelli sul mio viso. Avrei voluto che quell'attimo non si concludesse mai.

«È una storia lunga»
«Ed è la mezzanotte di sabato, noi fumiamo su una panchina, non passa nessuno e abbiamo a disposizione tutto il tempo e la quiete che ci serve. Mi fa accomodare?»

Si sedette accanto a me e, nel farlo, offrì di nuovo alla mia vista lo spettacolo delle sue gambe che sbucavano da sotto il bordo della gonna. Il vento seguitò a stuzzicarne le ginocchia, le dita dei piedi, le caviglie. La mia immaginazione soffiava insieme a lui.

«Allora, mi racconti tutto, sono curiosa. E poi, non so perché, trovo che lei abbia una faccia simpatica»

Presi del tempo per ragionare su cosa dirle

«Non so davvero se possa essere il caso»
«La prego. Se vuole le offro pure un gelato»
«Gurdando come sta messo quel baldacchino, la sua sembra quasi una minaccia»
«Allora niente gelato, ma non si faccia pregare»
«Sono certo che la annoierei. Che le importa degli sproloqui di uno sconosciuto?»
«Ti prego, Cirino, su. È un'annoiatissima Aida che te lo chiede. Si dice che la notte è fatta per ascoltare storie. Sbaglio?»
«Va bene, va bene, ci provo» le dissi vestendo di finta riluttanza quella voglia di parlare con lei che mi azzannava la gola. «Non sarà semplice raccontarle la mia storia, ma farò lo sforzo»
«Ti interrompo un'ultima volta, poi non parlerò più. Diamoci del tu»

Le accordai la confidenza.

«Un bel po' di anni fa, era il 2000, la fine di Maggio, conobbi una donna, Robine. Era splendida, e sin dal primo momento che la vidi mi abbandonai a lei senza resistenze. La sua voce, i suoi occhi, le sue labbra, il suo sorriso, le sue mani, non c'era niente che non mi piacesse. Lo spazietto tra le sopracciglia e gli occhi, le sottilissime falangi. Il neo che le faceva capolino dalla scollatura, sopra il seno sinistro. Non avrei cambiato nulla. Era tedesca ma cresciuta in Italia, a Milano. S'era trasferita a Catania da qualche settimana, per lavoro. L'avevano presa nell'orchestra del Teatro Bellini come violinista. La conobbi per caso, una sera solitaria come questa. Me ne stavo per i cazzi miei quando la vidi arrivare in lontananza. Mi travolse al primo sguardo. Fu un'onda anomala in mezzo alla noia di un mare già agitato, ma dopo il tumulto di quell'occhiata venni preso da un inspiegabile senso di pace. Come il primo respiro dopo aver rischiato di annegare. Stavo bene, anche solo osservandola. All'epoca non avevo ancora ventun'anni, ero uno studente squattrinato di Lettere che pensava solo a drogarsi, bere e scopare. Non si può dire che fossi un grande esempio di virtù»
«Eri solo un ragazzo, sarebbe stato strano il contrario»
«Perché, tu a vent'anni com'eri? Dissennata e dissoluta come me?»
«Lo sono ancora oggi, forse, che di anni ne ho venticinque. Ma non parliamo di me, continua a raccontare, inizio ad appassionarmi»
Annuì. Poi, ripresi a parlare.
«La conobbi in un periodo turbolento della mia vita, ma appena arrivò lei domò tutte le onde anomale. Da quel momento c'era soltanto lei»
«Ma poi la bella Robine se ne andò...»
«No – la interruppi – lei non se ne sarebbe mai andata»

Sembrò disturbata, dal tono con cui le avevo risposto.

«Allora fosti tu ad andartene», sussurrò.
«In un certo senso, fui costretto. Il destino decide che qualcuno nasce con la camicia stirata e profumata e qualcun altro nasce ricoperto di stracci, e a me ha sempre dato gli stracci»
«Cosa ti successe?»
«Era da poco passato un anno dal nostro primo incontro. Ci conoscevamo da tredici mesi quando, in casa sua, venne aggredita da qualcuno»
«Aggredita? A casa sua?»
«Si, da un uomo. Da qualche tempo c'era uno stronzo che aveva preso l'abitudine di mandarle delle strane videocassette»
«Che tipo di videocassette?»
«Riprese della sua vita. Robine al supermercato, Robine che rientra a casa, Robine in palestra, Robine che va alle prove. Senza nemmeno una parola, o una lettera. Solo videocassette»
«Inquietante»
«Per questo mi trasferì da lei. Aveva paura, avevamo paura. Andammo alla Polizia per denunciare l'aggressione e, dopo un sopralluogo condotto dal Commissario Leone Profeta, che all'epoca era già un pezzo grosso alla Questura, ci dissero che non c'erano segni di effrazione o qualsiasi altro tipo di irregolarità, e con molta delicatezza ci mandarono a fare in culo come fossimo stati dei mitomani»
«Quando si dice l'efficienza della Polizia»
«Furono molto efficienti dopo, però»
«Immaginavo che la storia non finisse qui. Cos'altro accadde?»
«Dal giorno successivo iniziarono ad arrivare nuove videocassette. Diverse, questa volta. Riprendevano me. Fu un periodo di grande tensione e io, che mi ero ormai abituato ad una vita tranquilla, feci la cazzata di ricadere nella cocaina. La tiravo nel bagno. Robine riusciva a scovare le bugie dentro ai miei occhi e anche quella volta mi scoprì subito. Litigammo, poi lei mi spinse, io provai a bloccarla e...»
«E? Non avrai mica fatto cazzate?»
«Dopo che mi diede uno schiaffo, presi un po' della mia roba e me ne andai. Feci la peggior cazzata che un uomo alla deriva può fare: lasciarmi annegare»
«Perché? Robine non volle rivederti mai più dopo quella fuga?»
«Non avrebbe più potuto. Quando tornai, all'alba, c'era già la scientifica. Era stata trovata con tredici coltellate al petto, riversa ai piedi del divano nel salotto di casa. Ad avvertire la Polizia era stato Manfredi Profeta, suo dirimpettaio, vigile urbano e fratellino del Commissario. Provai a capire cosa potesse essere successo, ma lui aveva sentito il nostro litigio di qualche ora prima e venni subito arrestato e accusato di omicidio. Vatti a fidare della divisa. Mi mandarono al patibolo senza nemmeno concedermi il diritto alla difesa. Nel mio sangue trovarono tracce di cocaina e anche il mio alibi se ne andò a puttane. Figurati se potevano mai credere all'alibi di uno che ai loro occhi non era nient'altro che un tossico»
«Però c'erano le videocassette in cui ti seguivano, non avresti mai potuto fartele da solo»
«C'erano prima dell'omicidio. Dopo, non si trovarono più. Scomparse, nel nulla»
«Quindi tu sei stato in...»
«Sedici anni. Sedici anni della mia vita, si sono presi. Ieri è stato l'ultimo giorno che ho passato in carcere, e la pena peggiore che devo ancora scontare è sopravvivere sapendo che Robine non c'è e che il suo assassino ha potuto vivere la sua vita come se non avesse fatto nulla. Ha pure fatto carriera, il pezzo di merda. Ha messo al mondo una bambina, poi ha divorziato da sua moglie che, pensa te, fa l'insegnante di violino»
«Come fai a sapere tutte queste cose? Sai chi è stato?»

 


Non le risposi, preferì guardare fisso davanti a me. Lanciai lo sguardo sull'asfalto, rimbalzò e si perse dentro la vetrina di un negozio di dischi, tra dei vinili di Nick Cave e un poster gigante dei Placebo.
Con la coda dell'occhio intravidi il volto di Aida. Vi si leggeva tutto lo stupore di una confessione del genere.
S'era seduta accanto a me per merito della mia faccia simpatica e s'era ritrovata accanto ad un uomo che aveva appena terminato di scontare la sua pena per omicidio.
Poi, mi accarezzò il volto. Fu un gesto strano, inaspettato. Sembrava le importasse più di me che del passato che le avevo appena svelato.


«Adesso cosa farai?», mi chiese.
«Quello che ho sempre fatto, scriverò le mie storie. In carcere ho iniziato a scrivere dei romanzi, non sono granché ma, seppur con pochi mezzi e tanti sforzi non ripagati, vengono pubblicati ormai da anni. Ne scriverò di altri»
«Sei uno scrittore, quindi»
«Così pare. Per quelle poche centinaia di lettori che hanno comprato le copie dei miei pessimi romanzetti si, lo sono. Per il resto del mondo non esisto nemmeno»
«Vorrei tanto leggerli»
«Se ti va, posso raccontarteli. Ti andrebbe un bicchiere di vino? Mi hanno consigliato un posto, qui vicino, una sorta di enoteca. Non posso garantire sulla qualità, ma almeno non è molto lontano da qui»

Mi guardò dritto negli occhi. Uno sguardo morbido, come a volermi proteggere dal caldo e dall'umidità, dal fetore e dalla violenza. Sembrava volesse stringermi forte fino ad inghiottirmi dentro al buio delle sue pupille.
Accettò il mio invito, ma pose una condizione: «andiamo, però massimo alle due dovrò già essere a letto, va bene?»
«Erano esattamente questi i miei piani, portarti a letto prima delle due!», cercai di cavarmela con l'ennesima battutaccia.
A giudicare dalla sua risata, funzionò.

Camminando lungo via Etnea le raccontai per filo e per segno le trame dei miei quattro romanzi che vedono protagonista il Tenente Lampedusa. Venne fuori che anche lei era un'appassionata lettrice, e anche lei era particolarmente ferrata in materia di gialli, di thriller e di noir, ma che del Tenente Lampedusa non ne aveva mai sentito parlare.
«Leggevo sul Corriere, stamattina, che secondo una recente statistica in Italia saremmo 60 milioni di persone. Sei in compagnia di almeno altri 59 milioni e 990 mila italiani che non ne hanno mai sentito parlare, allora»
«Ma dai, sono sicura che sei un ottimo scrittore. Si vede che sei un uomo sensibile. Solo chi si porta sulle spalle il peso della sensibilità può essere un bravo scrittore»
«No, non lo sono. Sono uno che si diverte a scrivere, niente di più. Lo faccio perché mi piace farlo. Ho già sprecato tanto di quel tempo, nella mia vita e per colpe non mie, che non posso sprecarne altro facendo cose che non ho voglia di fare»

Abbassò lo sguardo, ma il fascino che emanava non diminuiva.
Ad un cameriere con la divisa perfettamente in ordine chiedemmo di servirci due bicchieri di prosecco. Poi, la curiosità di Aida ebbe la meglio e tornammo a parlare dell'omicidio di Robine.

«Ma se non sei stato tu, allora chi è stato? Ti sarai fatto un'idea, in tutti questi anni»
«Non mi sono fatto alcuna idea, io so chi è stato, solo che non c'è mai stato un modo di poterlo dimostrare»
«E allora come fai a saperlo con certezza?»
«Perché Manfredi Profeta è stato il primo a denunciare l'omicidio, e ha deposto contro di me dicendo di avermi visto uccidere Robine. Inoltre, sin dal primo giorno in cui s'era trasferita a Catania aveva provato a portarsela a letto, non riuscendoci mai. La guardava in un modo così malsano, quel pezzo di merda. Per diciassette anni, prima di dormire, mi è passato davanti agli occhi il modo in cui la guardò in un'occasione. Eravamo in balcone a fumare, io e lei, in una di quelle sere di primavera che pare che il mondo possa non finire mai. Lui, dal suo balcone, le guardava i piedi. Aveva un paio di espadrillas, quelle scarpe di tela morbide, che una volta si usavano per andare al mare. Le indossava scalcagnate, con il tessuto del tallone schiacciato sotto al piede. Li osservava in una maniera che non riesco nemmeno a spiegarti. Con voglia, ingordigia, come se non riuscisse a mantenere il controllo sui movimenti fatti dai suoi occhi. Avrei dovuto capirlo da lì che quell'uomo era pericoloso»
«Perché non hai fatto nulla, allora?»
«Lei si fidava, di lui. "È un vigile urbano, non puoi non fidarti di lui", mi diceva. Quella divisa l'aveva fregata, e ce ne siamo accorti troppo tardi»
«E le videocassette come te le spieghi?»
«Chi meglio di un vicino di casa avrebbe potuto tenere d'occhio i movimenti di Robine? E come mai le videocassette su di me iniziarono ad arrivare solo dopo che m'ero trasferito da lei?»
«In effetti, sembra quadrare tutto... e allora perché non lo hanno arrestato?»
«Suo fratello era già Commissario di Polizia, lui invece era appena entrato nel corpo dei vigili urbani, che oggi dirige, mentre suo padre era uno degli uomini più influenti di tutta la Sicilia, uno di quei politici ammanicati con chiunque e con agganci da tutte le parti»
«Ma se è stato lui...»
«Non è stato lui. Sono stato io. Questo ha deciso la legge, e chi siamo noi per smentire la legge?»
«Tutti sbagliano. Anche la legge»
«La legge è la legge, e non possiamo cambiarla. La verità non c'entra niente con la giustizia»

In quel preciso istante ci servirono il vino che avevamo ordinato.
Proposi un brindisi alla salute di Manfredi Profeta. Aida ribatté con un brindisi alla salute di Cirino Cianciulli.
Seguitammo a parlare del più e del meno, della vita e dei dolori, dell'amore e della morte, delle risate e delle lacrime.
Mi sparò a bruciapelo una domanda, di quelle che si fanno con le labbra strette e gli occhi ridotti ad una feritoia.

«Ma non sarà mica che avevi pippato troppo prima di litigare con Robine?»

Non riuscì a trattenermi dal ridere. La mia reazione la indispettì.

«Che ridi? Sono seria, che ci trovi di divertente? Potresti anche essere stato tu ma non ricordarlo a causa delle droghe, studio psicologia, so quello che dico. Non ti sto giudicando, sto solo provando a capire»

Più lei parlava, più non riuscivo a trattenermi dal ridere.
Non c'erano specchi in sala ma sono certo che, se ce ne fosse stato qualcuno, avrei visto il mio viso cianotico da quanto mi stavo dimenando divertito.
Riuscì a calmarmi solo dopo qualche secondo.Avevo riso fino alle lacrime, che erano scese al punto di bagnarmi le gote.

«Ok, non posso più continuare – le dissi che ancora singhiozzavo – ti ho detto cosa faccio nella vita, no?»
«Si, lo scrittore, perché?»
«In cosa consiste il lavoro di uno scrittore?»
«Scrive storie, ma non capisco dove vuoi andare a parare, perché queste domande?»
«Perché stasera non l'ho scritta, una storia. Però l'ho inventata»
«Cosa? Stai dicendo che...»
«Che non è mai esistita nessuna Robine, nessun omicidio. E soprattutto non sono mai stato in carcere»
«Ma che pezzo di merda, e scommetto che non ti chiami nemmeno Cirino»
«No, no, quello è davvero il mio nome, puoi credermi. E sono io il comandante dei Vigili Urbani! Scusami – ridevo ancora – ma non ho resistito. E poi, non pensavo saremmo finiti a bere un bicchiere di vino insieme. Credevo che dopo avermi scroccato una sigaretta te ne saresti andata»
«Sei un paraculo. Davvero, un paraculo. E adesso mi offri un altro bicchiere di vino per farti perdonare»
«Come desidera», le dissi.

La sua reazione, ancora una volta, mi colse di sorpresa. Pensavo si sarebbe offesa, incazzata, probabilmente che mi avrebbe tirato in faccia quel bicchiere di vino che stringeva tra le mani.
Invece, rise.
Rideva, con quelle fossette che si muovevano solo per me, incontrollabili e irresistibili sopra al suo mento, mentre le altre sussultavano sotto le sue scapole. Non avevo la forza, né la voglia, di staccarle gli occhi di dosso.
Alzai una mano, e con un cenno chiamai il cameriere.
«Porti due bicchieri del vostro miglior vino, ho da farmi perdonare qualcosa»

Il cameriere iniziò a sciorinare un elenco di vini di cui compresi poco e niente. Gli chiesi di sceglierne uno per noi, e decise per un qualcosa dal nome tedesco che non ricordo.

«Credo sia l'ideale – gli dissi - Anzi, porti tutta la bottiglia, non due calici»
«Come desiderano i signori. La porto subito»

Dovette farsi bastare uno svagato sorriso di circostanza come ringraziamento.


«Non sarà con una bottiglia costosa che riuscirai a farti perdonare. Non sono una donna che si impressiona per queste cose. Sei stato uno stronzo, mi ero appassionata a quella storia, era tormentata, romantica, sofferta, avvincente. Tutto quello che fa innamorare una ragazza di qualcuno»
«Forse avevi ragione tu, non sono poi uno scrittore così scarso»
«Magari sei pure un buon attore. Devo dire che sei stato davvero convincente», scoppiò per l'ennesima volta in una risata incontrollabile, di quelle che l'intesa tra due esseri umani butta fuori dallo stomaco a calci e pugni.

Continuammo a parlottare e ridacchiare tra di noi, aiutati, nella nostra opera di demolizione delle barriere emotive, dal vino che ci addolciva il palato e gli sguardi.
Poi, d'un tratto, era già passata più di un'ora, notai che i camerieri erano tutti indaffarati a ripulire la sala interna. Noi due, seduti in uno dei tavoli esterni, eravamo rimasti gli ultimi clienti del locale: la presi per mano e la guardai cercando di scavare dentro ai suoi occhi.

«Corri», le sussurrai.
«Cosa?»
«Corri»

 

 

La tirai per un braccio e iniziammo a correre, lungo via Etnea. Svoltammo subito a destra, imboccando via Umberto, e poi di nuovo a destra, su Via Santa Filomena.
Lo slalom tra clienti dei pub e turisti ci aveva aiutati a far perdere le nostre tracce.
Ci ritrovammo spalle al muro, col fiatone, di fronte ad una piazzetta sconosciuta che faceva da angolo all'incrocio tra due vie. Ovviamente, anche quelle erano a me sconosciute.
Quando finalmente ritrovammo le forze per respirare normalmente, la baciai.

La fatica di quella corsa le aveva regalato un odore selvaggio e ammaliante. Non potevo resisterle, non avrei potuto farlo. Dopo sarebbe stato troppo tardi, e prima sarebbe stato falso. Era quello e soltanto quello, il momento giusto.


«È tardi, dovrei tornare a casa», mi disse abbassando il muso.
«Non è ancora troppo tardi. Per me, non lo è stato mai. Non vedo buio intorno a me»
«Se vuoi davvero vedere il buio, devi aspettare il momento prima dell'alba. Lì vive l'oscurità più profonda. Sempre se riesci a restare sveglio per vederla»
«L'alba sorgerà tra qualche ora, ma per adesso vedo soltanto te, intorno. Sui tetti delle case basse, sotto la luce scarna dei lampioni, tra le cartacce e nei miei desideri. Io non ho alcuna voglia di andarmene a dormire»
«Stai riuscendo a toglierla anche a me»
«Ti va di andare da me?»
«No, andiamo da me, abito qui vicino»

 
A passi svelti, ci infilammo in un interminabile labirinto formato da una sequenza di vicoli e viuzze, fino a ritrovarci di nuovo sul luogo del nostro primo incontro, piazza Stesicoro.
«Ecco, siamo quasi arrivati», mi disse, lanciandomi un'occhiata a metà strada tra il desiderio e l'impazienza.
Scavalcammo via Etnea, costeggiammo i ruderi di Catania che lì, in quella piazza, fanno bella mostra di sé agli occhi di turisti e scolaresche e imboccammo via Gabriele D'Annunzio.
Infilò la chiave nella serratura del portone, che si aprì al primo scatto. Quando il portone si richiuse, io ero già con le mani sotto la sua gonna. Salimmo due rampe di scale spogliandoci. Saranno state le due di notte, forse un po' più tardi.
Arrivati al suo appartamento, decidemmo di non perdere tempo e ci abbandonammo alla passione sul primo divano che ci capitò a tiro. Stavamo per fare l'amore lì, distruggendo le ultime barricate che formavano una residua resistenza, ma lei mi fermò.


«Aspetta, vado a mettermi qualcosa di più comodo», mi sussurrò all'orecchio.
La sua canottiera era già volata sul tappeto, lasciando la scena ai dolci pendii dei suoi seni.
«Cosa vorresti metterti addosso più comodo di questo? Del borotalco?»
Rise, tirandosi giù la gonna.
Si offrì ai miei occhi nuda. Non riuscì a resistere alla tentazione di sentire la dolcezza dei suoi capezzoli tra le mie labbra. Era il sorso d'acqua nel deserto che avevo attraversato, necessitavo di abbeverarmi per porre fine alla mia sete.
Incrociò le sue dita con le mie, poi poggiò la bocca sul mio collo.
Mi trascinò nella sua camera da letto.
Non riuscivo a staccarmi dalla sua pelle, ne ero diventato dipendente.
Poi, una volta soddisfatti i desideri delle nostre carni e dopo aver fumato la sigaretta più agognata della mia vita, la passione ci vinse di nuovo.


Stavo fumando di nuovo quando lei, poggiata sul mio petto, alzò gli occhi e mi chiese perché le avessi raccontato quella falsa storia di omicidio.

«Perché la vita è soltanto un trucco – le dissi - e chi ha degli occhi sinceri come i tuoi, mia bella signorina, ci casca sempre. Mi diverte inventare storie. Senza la fantasia, il mondo sarebbe di una noia letale. In fondo ti sei divertita, stasera. Ci siamo divertiti tutti e due»
«Hai ragione tu», rispose sorridendomi prima di addormentarsi tra le mie braccia.


Io non dormì.
Alle cinque del mattino sgattaiolai fuori dalle lenzuola facendo ben attenzione a non turbare il suo sonno.
Mi rivestì e uscì, portandomi dietro le chiavi dell'appartamento.
Quando tornai, alle sette e mezza, il sole penetrava prepotente dagli spiragli delle serrande socchiuse e le batteva sui fianchi nudi.
Poggiai il giornale, fresco di stampa, sul suo comodino. Poi, accanto, lasciai la mia carta d'identità. Fumai una sigaretta sulla poltrona di fronte al letto.
Quando dorme, e lo dice uno che ne ha viste un bel po', una donna è sempre lo spettacolo più incredibile che la natura ci ha regalato. Quell'amore era nato da un riflesso, e nel riflesso del sole sulla sua pelle stava per trovare la sua fine.
Mi si spezzava il fiato, per quanto le sue imperfezioni la rendevano bella.
Alle otto meno un quarto ero fuori da casa sua.
In cinque minuti sono arrivato qui, Commissario, pronto per confessare.
Sono stato io, il Comandante dei Vigili Urbani Manfredi Profeta, a uccidere Cirino Cianciulli.
Sappiamo tutti e due che ero stato io ad ammazzare Robine, ho provato a non pensarci per tutti questi anni, a nascondere questo segreto sotterrandolo dentro di me ma non ce l'ho fatta, e adesso che lui è fuori non avrei potuto vivere un minuto di più con questo pensiero in testa. O uccidevo me, o uccidevo lui. E in fondo, forse, ho ucciso entrambi. Del resto ogni omicidio è una forma di suicidio, no? Insieme all'uomo che uccidiamo muore pure l'uomo che siamo diventati. E io sono morto per la seconda volta, dopo Robine.
Magari adesso posso ancora confortarmi nella speranza che ci sia un posto dove quei due possano ricongiungersi, o magari l'ho ucciso solo perché sono un assassino di merda, un sociopatico, un elemento guasto, un frutto marcio da estirpare dall'albero della società civile.
A questo punto, posso soltanto sperare che Aida abbia già letto il giornale e, dopo aver visto la mia carta d'identità, abbia capito cos'è successo.
È stata la mia ultima fuga dai demoni che mi inseguono, l'ultima vacanza, l'ultimo regalo che mi sono concesso. L'ultimo conforto.
Adesso mi tocca la fine che meritavo di fare diciassette anni fa, quando ho ucciso Robine Schaub, la donna che Cianciulli amava e che amavo anch'io, di nascosto, nel segreto del pianerottolo che condividevamo. Finalmente avrò quello che mi spetta: il vuoto della mia anima che si apre sul vuoto della fine della mia vita.
Perché prima del dolore c'è stata l'intimità. Prima dell'intimità, l'amore. Dopo l'amore, la violenza e il conforto. In mezzo, un invicibile inverno lungo diciassette sconfinati anni.
Ogni notte, prima di dormire, per tutto questo tempo, i piedi scalzi di Robine, guardati di nascosto schiacciare i calcagni sul balcone, sono venuti a farmi visita, a calpestare l'oblio in cui ho cercato di richiuderla.
Le pistole da cowboy quando eravamo dei bambini, le mani calde di nostra madre, la piscina gonfiabile dei nostri vicini, l'odore buono del pane appena sfornato portato a casa ogni sera da papà. Nessuno di questi ricordi mi ha confortato. Solo tu.
Come quando uccisi con un bastone quel cagnolino, ti ricordi? Avevo sette anni, e tu due in più. Già da bambino eri nato per sorvegliare e proteggere, per portare la divisa e trascinarti il peso della fiducia.
Già all'epoca eri tu il conforto.

Io ti ho costretto a tradire quella fiducia che ti è stata affidata dal mondo. E allora, adesso, confortami dai miei peccati, uccidimi, fa' in modo che non vedrò mai più la luce del sole.
L'unico conforto alle creature che posso meritarmi é lasciare che sia tu a scegliere la mia fine.
Prima del dolore, dell'intimità, dell'amore e della violenza, prima di ogni cosa, c'è sempre stato il bisogno del conforto. Adesso è il momento di decidere, adesso sto cercando il mio conforto.
Prendi la pistola che tieni nel secondo cassetto e spararmi alle tempie: ogni cosa ha la sua fine, e la mia follia finisce qui. Conforta questa creatura, fratello, perché non sopporto più di continuare a vivere.

 

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Genere

noir

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