La recita di fine anno

La recita di fine anno.

 

Io volevo essere il coniglietto, mi piaceva tanto quel vestito: una maglia grigia, morbida morbida; un paio di lunghe orecchie tenute insieme da un cerchietto nero - non si sarebbe visto tra i miei folti capelli -; i pantaloni anch'essi grigi, con dietro appiccicata una graziosa coda fatta con un gomitolo di lana.

Lo so, per un bambino di 11 anni interpretare un coniglio potrebbe risultare poco edificante, per me no: per me era il massimo.

Perché i coniglietti sono dolci, ispirano tenerezza, ed era quello che volevo: ispirare tenerezza.

Tutti amano accarezzarli, i coniglietti, sono piccole creature innocenti, come i bambini.

Invece nell'ultima recita, quando le porte delle elementari si sarebbero chiuse per sempre dietro di me, cosa ho dovuto fare?

Un albero.

Mi hanno messo dentro un costume duro e ingombrante, le braccia che mi spuntavano ai lati senza che riuscissi a muoverle di un centimetro - mi prudeva tanto il naso e non riuscivo a grattarmelo - con la sala gremita di genitori, calda, asfissiante.

"Grazie agli alberi noi respiriamo sai?" mi ha detto la maestra: certo, ho pensato, gli alberi veri, non il costume in cui mi sentivo morire; che lo facesse fare a quella frignona di Carlotta non a me.

Lei invece ha fatto il coniglio.

Mia madre era in prima fila.

Non era mai venuta alle recite, mai.

Quando è arrivato il mio turno - dovevo dire un semplice "Salve bel coniglietto"- il cervello mi è andato in pappa. Guardavo mia madre, i suoi occhi impiastricciati di mascara, la sua bocca spalancata in un sorriso da clown e... e mi sono pisciato addosso.

Lei ha riso.

Ha riso e mi ha anche scattato una foto. Rideva così di gusto che le lacrimavano gli occhi: un clown orribile, osceno.

Tutti hanno riso credo, ma vedevo solo lei.

Poi la maestra mi ha trascinato via; è stata l'unica che abbia cercato di consolarmi, ma era troppo tardi.

Se fossi stato un coniglietto non sarebbe successo. Mia madre forse avrebbe capito che ero un piccolo, indifeso bambino. Forse, chissà.

Ha riso per giorni, ricordando quella scena pietosa: pietosa per me, per lei una fonte in più per mortificarmi.

 

L'ho uccisa quando ho compiuto tredici anni.

 

Adesso me ne sto qui, in manicomio, non so nemmeno da quanto tempo.

Guardo sempre fuori dalla finestra: c'è un grosso albero, non so cosa sia, se un olmo o una quercia. Non mi interessa.

Lo fisso per intere giornate.

I medici dicono che sono praticamente guarito.

Hanno ragione.

Adesso sono come quell'albero, fuori dalla finestra: fermo, immobile. Io però non ho radici, non ho foglie né rami.

So come si sente, l'ho provato sulla mia pelle.

So cosa vuol dire avere un'anima imprigionata in qualcosa di duro, di soffocante.

Non vedo l'ora di uscire.

Ho ancora certi conti in sospeso, con un coniglietto frignone, sì, partirò proprio da lì.

Lascio che credano che io sia come quell'albero, sono bravo, molto anche.

Adesso sì che sono pronto per la recita, prontissimo.

coniglio 33.jpg

Genere

noir

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