Due genitori scomodi

"Mi dirai che vivo di ricordi ma dove vivo adesso il tempo si è fermato. Qui tutto tace e il giorno è scandito da un lento e rituale trascorrere di ore. Mi alzo immerso nel verde intenso della campagna al suono prolungato dello scampanellio delle pecore e dopo colazione percorro chilometri in bicicletta.
Si, cara Clio, ho comprato una bicicletta di seconda mano e ho imparato, con non poca difficoltà, a pedalare. Raggiungo ogni giorno la piccola tea room al centro del paesino vicino, quattro cottage rustici, un'antica abazia, un centinaio di anime, dove trascorro l'intera mattinata immerso nei miei pensieri tra una tazza di thè e un delizioso scone ripieno di marmellata di arancia amara.
Scrivere. No, non scrivo più seduto all'aperto nei tavolini dei bar o al chiuso delle deliziose tea room nel modo che ero solito fare una volta. Come ti ho detto mi sono messo temporaneamente e aggiungo volontariamente in pensione dalla vita. E la mia vita, sai bene, era intrisa di scrittura. Non so bene se sia una pausa breve o lunga ma in questo momento dove tutto si ramifica, si dilata all'infinito, l'unica sicurezza sono i ricordi".
Arthur era cambiato e non era certo un fatto di età o vanità da quando era apparsa quella ruga profonda proprio in mezza alla sua fronte. In quel preciso momento si era materializzato in lui, uomo belloccio di mezza età e soprattutto famoso scrittore pluri premiato, la consapevolezza che era fermo da ben sette anni nella stesura dello stesso libro.
Quella ruga era lì presente per ricordarglielo ogni giorno. Non era un fatto di ispirazione, immaginazione, fantasia, invenzione era come se il suo potere decisionale nella scelta dei personaggi, dell'ambientazione, persino della parola gli sfuggisse dalle mani e la scrittura si tracciasse sul foglio bianco da sè. Gli era già successo,a volte, nella sua lunga e intensa carriera di scrittore, per una pagina o due, ed era stata una sensazione piacevole ma adesso no, persone, oggetti, paesaggi, persino idee, concetti e parole interferivano, fuggivano al suo controllo, ed era fastidioso e soprattutto incontrollabile.
Doveva scrutarsi dentro, capire cos'era successo, ritrovarsi, e solo la solitudine, i ricordi, quel luogo dove si era rifugiato gli avrebbe permesso, forse, di riappropriarsi del rapporto con la scrittura. Clio doveva accettare questa sua decisione, invece, con la giovane irruenza di un manager in carriera, non solo lo aveva scovato, ma voleva a tutti i costi farlo ragionare. Ragionare su cosa? A lui della sua casa a Londra non importava, degli incontri settimanali nel club degli scrittori non ne sentiva la mancanza, dei lunghi ed estenuanti tour letterari poteva per il momento farne a meno. Chi gli mancava era lei, Clio, sua figlia, unica testimonianza di una grande amore, anche quello ormai solo una bella immagine.
Il grande amore in oggetto, Eveline, era la mamma di Clio, una nota pittrice, che a seguito di una brutta depressione, si era rifugiata in Scozia da una sua vecchia zia. Clio, trent'anni, a capo di un'azienda di alta moda, viveva a venti minuti dalla city di Londra, dove lavorava e trascorreva la maggior parte del suo tempo. Le due donne si telefonavano un paio di volte alla settimana e s'incontravano un paio di volte all'anno.
Arthur alle prese con il suo ultimo romanzo, un bestseller annunciato, non aveva retto alla fuga della moglie e di punto e bianco, se ne era andato via anche lui.
Per tranquillizzare mamma e soprattutto il suo editore, Clio lo aveva cercato malgrado il poco tempo a sua disposizione. Grazie ai social aveva scoperto che si era rifugiato in Irlanda in un paesino sperduto, dove aveva preso in affitto un piccolo cottage.
Con due genitori così Clio aveva avuto un'infanzia divertente ma per niente concreta e pratica. Spesso Arthur e Eveline si dimenticavano di cucinare, di prenderla a scuola, di pagare le iscrizioni dei corsi che frequentava. Per non parlare delle tate che sceglievano alla svelta dopo un breve colloquio e impiegavan subito. Tutte stravaganti Mary Poppins.
A diciott’anni Clio stanca aveva lasciato i suoi alle loro vite d'artista ed era andata a studiare in America, dove sarebbe rimasta se l'azienda per cui lavorva, in quel momento, non le avesse offerto un contratto milionario.
Poteva andare bene con i suoi: andava da loro a cena una volta a settimana e per Natale e qualche volta s'incontravano in un pub o in un ristorante della City. All'improvviso però, prima mamma e dopo papà erano fuggiti. Crisi d'identità - dicevano loro-, crisi di mezza età -pensava Clio. Lei sapeva solo che avevano messo di nuovo la sua vita sotto sopra.
Quando si era presentata senza alcun avviso a casa dove momentaneamente viveva suo padre, lui l'aveva accolta farfugliando scuse, giustificazioni, rimproveri.
"Come hai fatto a rintracciarmi? Cosa ci fai qui? Non sono nè malato nè matto. Ho abbandonato almeno per ora di scrivere il libro. Sai bene che gli ho dedicato sette anni, sette anni della mia vita. Adesso voglio fermarmi per un po' qui in questo luogo magico, fuori dal tempo e dallo spazio, lontano dalla vita frenetica, da una civiltà che non sopporto più. Qui tra la brughiera selvaggia, la costa incredibilmente frastagliata, le stradine battute e i ponticelli di legno. Qui dove si coglie appieno il senso della solitudine e dell' isolamento. Qui dove i colori cambiano con il repentino mutare della luce e delle nuvole portate dal vento impetuoso che soffia dall’oceano. Qui dove io, il cielo grigio, l’aria incontaminata, la leggera pioggerellina siamo solo tediati dai lunghi belati delle pecore".
Per Clio sia sua madre sia suo padre erano diventati matti, matti davvero, forse di fatto lo erano sempre stati, ma adesso erano proprio andati del tutto fuori di testa. Che ci facevano una in Scozia, l'altro in Irlanda, in paesini sperduti nella brughiera, in luoghi difficilmente raggiungibili dove non vi era nulla? Non riusciva a capire cercavano se stessi, l'ispirazione per dipingere, per scrivere? Ma lei aveva mai contato qualcosa per quei due?
Suo padre continuava ininterrottamente a parlare, parlare. Lei stentava ormai a seguirlo, a capirlo, ad accettarlo.
"Non mi sono assolutamente allontanato da te ma dalla vita. Da quando tua madre ci ha lasciati, senza una spiegazione, senza un'apparente ragione, non passa un giorno che io non mi chieda dove ho sbagliato, cosa ho fatto, perché lei è andata via. So bene che gli ultimi anni sono stati pesanti per tutti e tre: io sempre in giro per il mondo a presentare i miei libri; tu alle prese con la tua carriera di manager e alla ricerca della tua indipendenza; lei, tua madre, troppo spesso sola a casa, o persa con me, il giorno prima, in una libreria di New York, il giorno dopo, in un convegno a Sidney".
All'improvviso poi con lo sguardo che vagava nel nulla Arthur aveva cominciato a parlare di giorni lontani che alla stessa Clio sembravano appartenere ad altri.
Aveva iniziato a parlare di quella volta che ad Alton Towers decisero di fare insieme le montagne russe, tranne dopo, una volta scesi, sentirsi tutti male. La giornata allora si era conclusa sul carosello dei cavalli, una giostra da bambini così affascinante. Aveva proseguito poi parlando di quando andavavano al mare e trascorrevano tutta l'estate nell'incantevole isola di Wight. Lì stare insieme non era solo un modo piacevole di prendere il sole ma, anche e soprattutto, di fare delle lunghe passeggiate in spiaggia, inseguendo le orme del fantasma più famoso al mondo, l'omicida Michael Morey.
Clio non aveva reagito bene a quel lungo, insensato, monologo e lo aveva incalzato duramente, recriminando di averlo cercato solo spinta dalla madre e dal suo editore. Gli aveva urlato in faccia tutta la sua rabbia controllata da troppi anni "sei il solito egoista, il solito egocentrico, tu che per tutta la vita hai seguito solo il successo, i soldi, la fama. Tu, vanità della vanità".
Gli aveva persino rinfacciato che le rare occasioni di spensieratezza trascorse tutti e tre insieme finivano sempre per diventare motivo di tensione tra di loro e materiale per i suoi romanzi. Questo l'aveva imbarazzata non poco da piccola quando insegnanti e compagne di classe le ponevano domande spiacevoli, accompagnate da risolini sarcastici. In quei momenti lei invidiava profondamente i vicini di casa, tutte famiglie normali, borghesi, che vivevano una routine scandita da lavoro, scuola, cena e televisione insieme e che organizzavano gioiose feste di compleanno o tradizionali cenoni di Natale e gite fuori porta.
" Noi vivevamo invece in maniera diversa e anche quando vi erano quei rari momenti di normalità, tutto spesso finiva in discussioni accese e reciproci dispetti. Non riuscivate a stare troppo lontano da ciò che amavate di più, e ahimè non ero io, o almeno così pensavo allora. Tu sempre immerso nella scrittura di quello che sarebbe diventato un bestseller e la mamma raggomitolata su sè stessa con i pennelli in mano a completare un capolavoro. Adesso tu da una parte, mamma dall'altra, entrambi in profonda crisi esitenziale, fuggiti da non so cosa, isolati dal resto del mondo, mi apparite ancora più strani, diversi e io ce la sto mettendo tutta per comprendervi, ma sono stanca, troppo stanza di avere voi due, come miei genitori". 

 

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