NUOVAMENTE DA RIEMPIRE

Parcheggiato a questo mondo ricopro il ruolo di chi osserva. Già perché a questo mondo, come se ce ne fossero altri possibili di mondi, c’è gente che ricopre dei precisi ruoli. Alcuni vivono e quindi agiscono. Cazzo. Capite? Questi tipi qui si muovono. Si pettinano, si lavano il viso, fan colazione e fuggono fuori di casa conoscendo benissimo ogni singolo movimento che compiranno durante tutto l’arco della giornata. Ogni tanto clik, accendono il cervello, ci fanno un giretto, controllano che tutto sia in ordine e poi via. Se ne escono nuovamente e sono tutto una corsa, un balzo, un fascio di nervi polipo, medusa, che avvolge, travolge e va. Poi ci sono quelli che ricoprono il ruolo di chi parla di coloro che vivono. Guardoni dell’esistenza altrui, sono sempre un istante avanti rispetto agli altri per coglierli lì, nell’atto di vivere, di essere. E li guardano con occhi di scanner ed O.C.R., fotocopiano ciò che osservano per poi riportarlo in ogni dove con le dovute infiorettature. Chi chiacchiera della vita altrui nasconde la propria inutilità e la chiara coscienza di non essere personaggi principali nel teatro della vita. Così, per nascondere la propria sciatteria e normalità minano la realtà altrui, paparazzandone ogni movimento, amplificandone sbagli e incertezze. E poi ci siamo noi. Coloro che osservano. E non agiscono. Noi vediamo chi vive creare piccoli mondi famigliari – con altrettanti piccoli drammi e piccole ipocrisie – e li osserviamo sgretolare poi tutto in un battibaleno e vediamo chi chiacchiera grufolare e rotolarsi nelle loro sconfitte, li guardiamo sfoderare code di pavone davanti alle sfortune altrui e non ci muoviamo.

La notte si appropria dei giorni alle 16 e 30 del pomeriggio in questo inizio di Novembre. Passati i bagordi di feste paesane e gli ultimi strascichi di mesi estivi oberati di turisti il negozio rimane lasciato a se stesso in una sorta di ovattata e frigida tranquillità. Chiunque arrivi qui, spesso per sbaglio, confonde questa apatia con la propria visione di pace. Non è pace, questa, amico. Questa è la malinconica esistenza del guerriero che, passata improvvisa e tumultuosa la battaglia, si ritrova nel pieno delle forze – giovane, ruggente, coraggioso – immobile, lì in piedi con ancora in mano scudo e spada nello spazio di tempo che separa il suo impeto dalla prossima battaglia.

Il tempo sa di serie televisive, di documentari e polvere.

Ecco, questa è la cornice del quadro che vi voglio vendere e che ha l’aspetto di una piccola stanza illuminata da luci calde e dal riflesso colorato di libri illustrati, caramelle di gelatina e giocattoli di latta. Immaginate ora, la porta - un’alta lastra di vetro circondata da uno scheletro di ferro azzurro – aprirsi trascinando all’interno, assieme a due tre mulinelli d’aria impertinenti e foglie secche di una rosa arrivata ormai fino al balcone e pezzetti di carta sbriciolatisi da un centinaio di libri antichi trattenuti a stento fra le sponde di un carrettino dipinto e parcheggiato all’esterno, un uomo di mezza età fatto di baffi brizzolati, di denti di fumo, di montatura d’occhiali e macchie di lupus sul viso. Annusate. Con lui entra un sottile profumo di dopobarba ma soprattutto uno scialle pesante di tabacco fattosi fumo. I suoi occhi in un istante segnano gli angoli del perimetro che lo circonda, retaggio di una giovinezza passata in strada, abituati a riconoscere il pericolo in un istante. Allo stesso modo la postura a gambe divaricate e la mano che scivola nel tascone dei pantaloni alla ricerca del ferro richiuso nel manico di legno fa da ulteriore segnale di difesa. Poi si rilassa, appoggia il gomito sulla pila di libri distesi su un vecchio comò quel tanto che basta affinchè la mia occhiata lo obblighi  a sorridere e a togliere il braccio con gesto deciso di chi dimentica che non è il caso di appoggiarsi al filo spinato.

L’accento sudamericano lo identifica immediatamente. Tende l’orecchio. Sorride di nuovo. Black Sabbath, un classico. La sua voce si mescola alle ruote della sedia. Mi alzo per rispetto. I clienti non ci badano a queste cazzate. Ma io si. Serve un certo rispetto per l’essere umano che varca la soglia del tuo mondo se poi intendi pretendere da lui le medesime cose. Scambiamo due parole. Convenevoli. È giù di corda. Un periodo di merda. Dice. Ha vissuto intensamente quest’uomo. Ha preso a schiaffi la fortuna, sputato su un sacco di convenzioni, su famiglia, amici, donne e adesso la vita chiede il conto. Mi toccherà vivere come uno zingaro. Sussurra uscendo con una borsina di detersivi che mi pagherà più avanti. Dopo la corsa all’oro e le vicende del vecchio West le grandi compagnie presero possesso di sterminati appezzamenti di terreno nel Sudamerica. La pampa. E a difesa di quei terreni misero pistoleros come Billy the Kid. Ecco quest’uomo nei miei occhi è uno di quei pistoleros sfuggito da un libro a fumetti di Corto Maltese. Un messaggio in chat. La rete ha braccato per un sacco di tempo noi popoli di montagna, ci ha annusato, ci è scivolata vicino cercando con ogni mezzo di affascinarci e corromperci. Alla fine ci è riuscita e il popolo di montagna armato di chiavette, antenne e router è rimasto imbrigliato come il resto dell’umanità. Sono connesso anch’io, quindi, e dalla rete vedo apparire il messaggio di un amico lontano, un musicista prestato agli operatori umanitari che non ha ancora ben capito cosa fare dei suoi capelli ricci. Se pettinarli da titolare di un’industria, se spettinarli e lasciarli impigliare alle corde di un contrabbasso, se sporcarli di fango da campo profughi o accorciarli in attesa di tempi migliori. Parcheggiato all’altro capo della terra adesso si da alla scrittura. È forsennato. Questo il suo problema, si getta nelle cose a capofitto, come un rugbysta si lancia fra le file nemiche e solo il placcaggio inesorabile della vita lo riporta alla realtà e alla natura mortale della sua esistenza. Scrive racconti riversando in essi esperienze delle quali non riesce a parlare, che non riesce forse a riportare chiaramente, così come accade quando non si vuol ricordare un incubo e lui ritorna lì a tirarci i piedi facendoci sentire inermi e fragili come bimbi. Questo suo essersi scoperto vulnerabile, dopo anni da rockstar e una certa notorietà che porta sicurezza e la finale conquista della donna da sempre desiderata e ambita, questa sua caduta ha sbriciolato molto di ciò che credeva di sapere di se stesso e lo ha riportato ai tempi in cui era lo sfigato di turno. Lo sento più tranquillo e mi fa piacere. Leggo volentieri ciò che mi manda. Faccio il brusco. Cerco di scuoterlo e di dirgli che è normale aver paura, che è normale non riuscire, non farcela, che io è da anni che mi son scoperto vulnerabile e normale come il buco in un calzino. Forse soffre tutta l’attenzione che la sua scelta di vita gli ha attirato addosso, il fatto che tutti osannino ciò che fa a differenza di noi comuni mortali occidentali che da secoli diamo il cambio ai nostri padri e ripercorriamo le medesime strade sempre più ovattate e comode. Forse questo clamore l’ha spinto a voler fare di più a impersonare veramente il supereroe che ognuno di noi vede in lui e l’ha portato a frantumarsi e andare in pezzi. Non so se gli farò leggere queste righe. Scrive bene, molto meglio di me. Sa dove andare, ha le idee chiare e ogni volta si rialza con una passione e una tranquillità – almeno apparente – quasi contagiosa. È l’unica persona che riesce a farmi scrivere ancora, l’unico che mi incuriosisce e mi fa venir voglia di leggere e di dire la mia, di tornare alla vita attiva di un tempo. Si sta bene parcheggiati a osservare gli altri. E gli altri non ti vedono. Ti passano davanti e tu in un istante sei diventato parte delle case del paese, ci sei e ci sei sempre e quindi non fai più notizia e diventi routine e certezza. Chi varca la porta del negozio si racconta. Sempre. Chiunque. E io osservo e ascolto ciò che hanno da dire. Credo sia il mio compito accudire i racconti di chi entra da quella porta per aiutarli ad uscire più leggeri quasi sollevati della zavorra dimenticata qui. Il negozio sembra nutrirsi di questi ricordi dei pezzetti di vita che chi entra lascia cadere dalle tasche. E la gente ritorna. E mi trova qui. Chi vive passa di corsa. Chi chiacchiera racconta i retroscena.

Chi osserva aspira vita , ripulisce l’aria dai ricordi ed espira silenzio.

Nuovamente da riempire.

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Autore

Ipazio Anelli

Genere

racconto

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