Povera gente

 

Ricominciai da capo.

 

C’era una bella differenza tra il mio ultimo lavoro e quello precedente.

Sì, insomma, oltre al fatto che prima lavoravo di giorno mentre di notte dormivo ed è finita che invece non dormivo proprio più. Ma insomma, come si fa a tenere gli occhi chiusi con la luce del sole, con tutto quel daffare, con tutta quella gente che corre di qua e di là? Clacson che urlano, scolaresche, ambulanze e tutto il resto.

La finestra con affaccio strada del mio desolante seminterrato non era forse una ghiotta attrazione per i ladri, ma quanto a rumori era una vera calamita. Poco ci vuole a dire di piazzarci i doppi vetri: il mio unico vetro me lo ero pure ritrovato rotto da qualche vandalo in ritardo per il carnevale del cattivo gusto.

Nel mio vecchio appartamento, al primo piano del condominio in cui ho lavorato in qualità di portiere per 16 anni, non sarebbe mai successo.

 

A parte questo, a parte che non dormivo da settimane intendo, non mi dispiaceva affatto fare il custode notturno del museo. Un posto tranquillo. Noioso, senza dubbio. Ma era proprio quello che mi ci voleva per ricominciare. Sappiamo tutti che a cinquant’anni la voglia di rimettersi in gioco non è più la stessa, ma bisogna sempre essere preparati al peggio e organizzarsi l'exit-strategy. Non si sa mai. Chiunque ci sia passato, come ci sono passato io, mi può capire.

Lato positivo: tutto sommato avevo un’ampia postazione di lavoro con quattro schermi i quali, non solo erano collegati ad altrettante telecamere in modo da coprire i due ingressi opposti dell’edificio, ma erano anche sufficientemente piatti da poterci stendere il giornale del sudoku e scriverci sopra senza bucare il foglio.

Insomma, nulla a che vedere con quel continuo susseguirsi di persone, di richieste, di complicazioni e di segreti del vecchio lavoro di portinaio.

Si tende a sottovalutare lo stress a cui viene sottoposto il portiere di un condominio: 28 interni la scala A, 32 la scala B. Quasi 200 inquilini, di cui una ventina affittuari in costante rotazione. Studentesse, per lo più. Tutte talmente uguali che non si distinguevano. Figuriamoci impararne i nomi. Insomma, voglio dire, ok che si facevano spedire i pacchi da papà Amazon o le passate di pomodoro dalle mamme lontane, ma cosa gli costava far scrivere il numero dell’interno? Come potevo imparare a memoria tutti i loro nomi se non facevano nemmeno a tempo a scriverli sul citofono, appiccicati con quello schifo di scotch trasparente, che già se ne andavano via senza lasciare mobilia né mance? Di notte i festini, di cui poi si lamentavano tutti. La mattina seguente, fuori di corsa, senza nemmeno salutarmi. E accusavano me di far sparire la loro roba? Ridicole.

 

Un museo: tutta un’altra cosa. Il mio in particolare, visto che durante l’orario d’apertura arrivavano poche più anime che di notte. Praticamente nessuno mai. Non c’era da stupirsene, a nessuno interessava. Scheletri e ossa ovunque lungo i corridoi e nemmeno una targhetta a indicarne i nomi. Non dico il nome delle persone che le avevano abitate in vita, ma almeno quello delle singole ossa sarebbe stato interessante. Invece nemmeno per halloween si organizzava qualcosa e infatti quella sera ero solo come tutte le altre.

Forse per una volta non mi sarebbe dispiaciuto che quel posto si fosse animato un pochino. Sarebbe stato meglio. Col senno di poi, decisamente. Ma avevo avuto già abbastanza fortuna a essere stato assunto. Senza contratto, a metà compenso, ma insomma, come si dice: pochi, sporchi e subito. E per me, neodisoccupato e con una casa nuova da affittare, era la cosa migliore.

Da lì alla pensione, era il mio piano definitivo. Zero pensieri, zero preoccupazioni, se non quella di risolvere i sudoku livello difficile. Notte dopo notte. Sudoku dopo sudoku. Avevo fatto più progressi in quel mesetto che in tanti anni di portierato. Ero diventato un vero mostro. E vorrei pure vedere: nessuno mi interrompeva per chiedermi di tenere le chiavi da consegnare alla dog-sitter, o per pretendere che portassi pesanti buste della spesa al terzo piano, lasciando incustodito l'ingresso. Compra meno roba, ragazzina, insomma!

No, il museo sarebbe stata tutta la mia vita. Avevo chiuso col passato. Questo era il progetto.

 

Tutte le file di 9, di 4 e di 3 le avevo inserite. Mi mancavano i 7. Chissà com’è che i 7 li piazzo sempre per ultimi. Fatto sta che la palpebra sinistra mi si stava per chiudere. Non faccio fatica ad ammetterlo: non dormivo da settimane, ma addormentarmi sul lavoro no, quello mai. E bussarono.

potevo essermi sbagliato, perché era strano sentir bussare in quel posto. C’era il citofono, nel caso. Anche quello collegato a una microcamera di controllo. Di solito, comunque, non passava nessuno, fatta eccezione per quello scontroso e impiccione di guardia giurata di quartiere, quando aveva voglia di prendersi un caffè in mia compagnia.

Da circa dieci notti aveva smesso di passare pure lui. L’ultima volta gli avevo fatto notare quanto la mia divisa da guardiano del museo fosse simile alla sua e se la prese. E in effetti era vero, c’era poco da fare: io avevo un badge e lui un distintivo; io in dotazione uno spray al peperoncino e lui un’arma reale. Per il resto non c’erano differenze. Supposi che i nostri rispettivi datori di lavoro si fossero rivolti alla stessa azienda d'abbigliamento e che quello fosse il modello più economico.

Più economico, avevo detto, non meno autoritario, non lo so, non ci trovavo niente di male, ma credo che in qualche modo si fosse sentito svilito. O una cosa del genere, insomma, per cui nelle ultime settimane mi bevevo i caffè in completa solitudine.

 

Non mi ero sbagliato, stavano proprio bussando. In un primo momento non mi era neppure chiaro da dove provenisse il suono. Per un secondo ancora immaginai di essermi proprio sbagliato e invece eccolo di nuovo: toc, toc.

È rimasto chiuso qualcuno in bagno, esclamai nella mia testa, rizzandomi in piedi di scatto.

Impossibile: tenevo sempre chiuso a doppia mandata ed ero l’unico a custodirne le chiavi. Il doppione del mio collega diurno era sparito da un pezzo e a nessuno interessava recuperarlo. Sembrava che nessuno si domandasse davvero dove finissero gli oggetti smarriti. Eppure di certo, da soli non se ne erano andati.

Toc, toc. Mi si gelò il sangue, ma si doveva trattare di pura suggestione, niente più. Se un qualche tipo di fantasma si fosse riuscito ad introdurre lì dentro aveva fatto male i suoi conti, non immaginando che io tenevo chiuso dall’esterno. Ma come aveva fatto ad entrare? La finestrella era troppo piccola per chiunque. Un bambino, forse avrebbe potuto passarci. Ma cosa avrebbe desiderato rubare un bambino in quel misero museo, visto che conteneva meno oggetti di valore del il mio già inutile seminterrato con la finestra rotta?

Lucidità, sangue freddo e spray al peperoncino. Se avessero provato ad assalirmi, non mi sarei lasciato sorprendere. Così, rigirai la chiave nella toppa e abbassai lentamente la maniglia. Fece click. Mentre tiravo verso di me, riuscivo a percepire una spinta dall’interno. Qualcuno stava spingendo. Quindi c’era realmente qualcuno! Spalancai di scatto, ma niente. Insomma, non si tratta di qualcuno, ma di qualcosa: una banalissima corrente d’aria proveniente dalla finestrella d’areazione che tenevo sempre aperta a causa dell’aria maleodorante che emanava quel cesso. Non è difficile da immaginare: nemmeno l’addetto delle pulizie, nel suo giro settimanale, aveva le chiavi per entrare lì dentro e quindi rimaneva tutto così com'era.

Ridicolo. C'ero cascato come un paranoico qualsiasi. Era un falso allarme, ma solo fino a un certo punto. Insomma, rimaneva ancora da risolvere il mistero di chi fosse stato a bussare. Forse per questo non smetteva di battermi il cuore? Mi guardai attorno: la targhetta di metallo con il foglio bianco dei turni delle pulizie era appesa al suo gancetto sulla porta. Un filo di corrente d’aria le aveva dato una spinta sufficiente a farla basculare e quindi a bussare.

Mistero risolto. Una roba da ridere. Per pura formalità, verificai anche all’interno dei singoli cessi. Spinsi il primo e il secondo separé. Tutto era come l'avevo lasciato l’ultima volta. Arrivato al terzo e ultimo, però, il rimbombo deciso di un nuovo colpo di nocche mi fece trasalire. Stavano bussando con veemenza, ma dall'ingresso sul retro. Non c’erano dubbi. Corsi fuori dal WC.

Non lo so cosa mi prese. Insomma, fu un maledetto attacco di panico. La notte, il buio, chissà che altro.

Non so cosa dire, in quel museo non succedeva mai nulla e poi, tutto a un tratto, tutto questo. Poteva capitare a chiunque di perdere il controllo della situazione. Non a me.

 

«Signor Gervasi», sussurrai inghiottendo il groppo d’angoscia e facendo strada all’inquilino dell’interno 11, scala B del mio vecchio condominio. 90 metri quadri di completa solitudine.

Non domandai perché non avesse suonato il campanello o perché fosse entrato dal retro, non ci pensai proprio sul momento. Insomma, dovevo ancora finire di digerire lo spavento e la sorpresa. Gli chiesi invece se gradiva qualcosa: un caffè, un the caldo? Niente. Gervasi aveva bisogno solo di una sedia. Ce n’era una di legno, a schienale alto, che cigolava sotto il suo peso. Io ripiegai il giornale e mi accomodai sulla mia poltrona, accanto a lui.

L’aspetto del signor Gervasi non era proprio sconvolto, ma capivo che qualcosa lo preoccupava, questo sì. Insomma, senza troppi preamboli sputò il rospo: Daria Manenti era scomparsa.

 

Lì, sul momento, la cosa non mi turbò più di tanto. Non avevo nemmeno idea di chi fosse questa Daria Manenti. A me batteva ancora forte il cuore, ma solo perché gli ci voleva sempre un po’ in quei giorni a mettersi in pace, e non ci badai più di tanto.

Mi bastarono poche altre informazioni per comprendere di chi stavamo parlando: Interno 13, scala B. Terzo piano. Lo stesso del signor Gervasi. Anche se quel nome a me non diceva ancora niente. In un certo modo lui doveva esserne coinvolto e io avrei dovuto aiutarlo, questo era il punto, immaginai in principio.

Cinque minuti prima il mio problema più grande era dove infilare i 7 nello schema centrale del sudoku livello difficile. Adesso mi ritrovavo coinvolto in una maledetta caccia al ladro. Sì, insomma, una caccia al rapitore, se non peggio. Ero curioso di sapere che storia mi avrebbe raccontato.

 

Gervasi mi permise di chiamarlo Paolo. Curiosamente, era una cortesia che non mi aveva mai concesso in tanti anni al suo servizio. Forse tradii questo pensiero con un’espressione degli occhi, perché ci tenne a ricordarmi che fu lui uno dei pochi a votare in mio favore, quando decisero di buttarmi fuori di casa a larga maggioranza, e che quindi, in qualche maniera, avrei dovuto essergli riconoscente.

In fondo mi stava simpatico. Un innocuo e timido pantofolaio. perché no, mi misi a sua completa disposizione. Stavo per pronunciare la fatidica frase che salta sempre fuori in questi casi: perché non chiama la polizia?

Ma poi pensai che un uomo non bussa alla porta sul retro di un museo dove lavora il vecchio portiere del suo condominio, per parlargli di un reato grave, quando potrebbe semplicemente alzare la cornetta e digitare tre numeri sulla tastiera del telefono. Non aveva nemmeno suonato il campanello per evitare la videocamera, immaginai. Probabilmente, nonostante la discreta mole dei 100 chili per un metroesettanta, anche se non avessi avuto gli schermi coperti con il giornale, non lo avrei visto arrivare. Sarà sgattaiolato con cura tra gli angoli ciechi, cappuccio in testa.

Gli evitai quindi l’imbarazzo, e lasciai il tempo che gli serviva per raccontarmi tutto dall’inizio. Daria aveva ventitré anni, universitaria. Carina, molto carina. A me non piaceva, ma non è questo il punto. A lui evidentemente sì. Era venuta ad abitare nel condominio lo scorso inverno. Me lo ricordo perché pioveva e mi chiese una mano col trasloco. Io misi un paio di scatoloni nell’ascensore, ma di più non potevo fare. Insomma, non potevo mica allontanarmi dal posto di lavoro senza un valido motivo, spiegai.

E non lo avevo mai fatto per nessuno, in effetti, prima del suo arrivo. Rispettavo il mio lavoro e lo facevo con passione. A dirla tutta, non fu per niente giusto farmi fuori in quel modo, dopo tutti quegli anni di onesto lavoro. Non fu per niente giusto. Ma insomma, così è la vita e bisogna accettarla così com’è.

 

Daria Manenti è così e cosà, è una donna giovane e sola e bla bla bla… Tante parole che non arrivavano mai al punto, fuori sede, aveva abbandonato gli studi, introversa. Probabilmente depressa. Lei e Paolo si erano conosciuti sul pianerottolo del terzo piano: parlare del tempo, del cibo che scade in frigorifero e, insomma, finirono col presentarsi le rispettive solitudini. Daria era molto più matura dell’età che aveva. Paolo, d'altro canto, si sentiva meno anni sulle sue tonde spalle. Una storia noiosa come milioni. Ma quando poi il punto arrivò, rimasi veramente sconvolto.

 

Mi chiese: “è viva?”

A me lo chiese. A me, l’ex portiere del suo condominio. Cosa farebbe una persona normale di fronte a un’accusa simile? Mi innervosii.

“Signor Gervasi, con tutto il rispetto, lei mi sembra una brava persona, ma io non dormo da settimane, ho cinquant’anni… Non so in che genere di guai sia coinvolto, ma insomma, le consiglio di tornarsene a casa e di dormirci sopra.” Proprio così, dissi "signor Gervasi", per rimarcare che non avevo più intenzione di prestarmi al suo gioco.

Non fu sorpreso della mia risposta. In effetti era la risposta più prevedibile in quella circostanza e ne ero consapevole. Com’era altrettanto prevedibile, non si alzò e non se ne tornò a casa a dormirci su. Tutt’altro.

Potevo io sapere se fosse viva o morta? Nessuno la stava cercando, nessuno aveva più sue notizie da un mese. O così mi aveva detto lui e, insomma, non avevo motivo di non credergli.

Non avevo però nemmeno alcun motivo per permettere a questo tizio qui di raggiungermi sul mio posto di lavoro e di accusarmi di complicità in un delitto, senza reagire. Eppure rimasi lì, zitto, ad ascoltare. Curiosità, immagino, o forse ero davvero troppo stanco.

 

Si trattava di belle coincidenze, lo ammetto. Era chiaro che questi due erano molti più amici di quanto immaginassi. Non è che avessero mai scopato, dice lui, però parlavano. Confidenze.

Pettegolezzi più che altro, direi io. E di chi potevano spettegolare se non del caro vecchio portinaio brontolone? Lei che scompare proprio una settimana dopo il mio licenziamento. Lei che era quella che confondeva i miei cortesi apprezzamenti con tentativi di approccio. Lei, l'unica alla quale portavo la spesa fin oltre l'uscio.

Eppure a me non piaceva. Dico davvero. Una prova? Non conoscevo neppure il suo vero nome, a quanto apre.

Mi si era presentata come Diana Moretti, così diceva. Paolo ovviamente sapeva anche questo. Che all'anagrafe risultasse Daria Manenti era un segreto che condividevano solo loro due, e i suoi defunti genitori. Scelse Diana Moretti perché era una grande fumatrice e amava la birra.

Ironico. Fu proprio per comunicarle che doveva smetterla di buttare i mozziconi giù dalla finestra, che entrai in casa sua la prima volta. Una casa spoglia. Triste e malinconica. Come il mio seminterrato, insomma. Avevamo più cose in comune di quanto potessimo immaginare.

Usava un falso nome dunque! Da chi scappava? Da chi si stava nascondendo? Certo non da me. Più probabilmente dalla polizia. O da qualche altra specie di criminale. Eppure ero stato messo io sotto la lente d’ingrandimento. E gli eventi precipitarono.

 

Sapeva tutto, insisteva a dire il Gervasi. Voleva convincermi che fossi stato io a rapirla. Indizi: avevo restituito tutti i doppioni delle chiavi tranne uno: interno 13, scala B. Sapevo come muovermi, conoscevo gli orari e ero ben consapevole di non essere stato ancora rimpiazzato, quindi non c’era nessun portiere che potesse testimoniare la mia eventuale presenza lì. Non era stata proprio lei a lamentarsi per prima dei piccoli furtarelli che poi portarono al mio licenziamento? Movente.

L’insonnia mi stava facendo impazzire. Il cuore ballava come se fossi stato davvero io il responsabile.

Dettagli, dettagli, dettagli. Più ne aggiungeva e più sentivo stringermi la gola. Quasi mi sentivo colpevole. E poi capii tutto, finalmente: voleva qualcosa da me. Voleva ricattarmi.

 

Voleva soldi? Cosa voleva?

“Mi basta sapere se è ancora viva. Nessuno la cerca, solo io.” Che tenero, se ne era innamorato. “È ancora viva?” incalzava. Per scherzo risposi di sì. Volevo capire quanto fosse alta la posta in gioco per lui.

C'era di mezzo una donna sola che viaggiava sotto falso nome e un vicino di casa goffo e introverso. Qualcosa doveva essere andata storta e lui non era nella posizione di rivolgersi alle autorità. Dovevo solo prendere tempo, così mi alzai.

 

Si alzò anche lui. “Adesso lo prendi un caffè?” Sì.

Aveva tutta la mia attenzione, ma anche io la sua. Quindi arrivai con la domanda che non avevo fatto all’inizio della conversazione: “Perché venire qui? Perché non chiamare la polizia?” Abbiamo tutti degli scheletri negli armadi. Anche lui. Anche io, certo. Insomma, non voglio dare l’idea di essere uno stinco di santo, ma mi divertiva pensare che questo signore pregasse in cuor suo che nel mio armadio non ci fosse uno scheletro come quelli che ci circondavano in quel museo, ma una donna viva e vegeta.

Era fuori strada, ma mi incuriosiva scoprire cosa lo avesse spinto ad arrivare lì, da solo, di fronte a un presunto mostro assassino. Ammesso che non fosse stato lui il colpevole, poteva nutrire soltanto dei sospetti, basati su prove indiziarie, quindi o era più stupido o più coraggioso di quanto lasciasse apparire. Oppure più maniaco.

Deglutii il caffè in un sorso bollente. Era il quarto della nottata. Certo quella sera non temevo più di addormentarmi sul posto di lavoro per ovvi motivi, ma, tachicardia per tachicardia, tanto valeva darsi una scarica di zuccheri.

Ricapitolai la situazione camminando lungo i corridoi. E lui dietro a me. Immaginavo che stesse iniziando ad aver paura. Io ne avevo a stare con lui e controllai con la mano destra che lo spray al peperoncino fosse ancora al suo posto. “Sai Paolo, se fossi stato io, mettiti pure l’animo in pace, perché l’avrei uccisa di certo. Ma è curioso che tu abbia impiegato un mese prima di venirmi a cercare. Insomma, quanto lascerai passare prima di avvisare la polizia?” Lo stavo provocando è vero, ma fu lui a sorprendermi quando tirò fuori di tasca il cellulare e chiamò davvero. Bluffava?

Tre tasti e se lo rimise in tasca. Ci ripensò, oppure lo convinsi io a lasciar perdere con la semplice domanda: “Dove l’avrei potuta nascondere?”

Per colpa dei suoi condòmini, vivevo in quel misero monolocale dove ci stava stretto già da solo, figuriamoci con una seconda persona. Rapita o sgozzata che fosse. Mi rivelò che in casa mia c’era già stato la notte precedente. Si era infilato in quell’antro scuro e rumoroso in cui mi avevano costretto a rifugiarmi e aveva pure rotto la finestra! Buono a sapersi. Che chiamasse pure la polizia, avrebbero avuto piacere a sentire questa spontanea confessione. Bleffava, eccome se bluffava.

Quale miglior nascondiglio di un museo di ossa vecchie dimenticato da dio?

Paolo aprì la porta del bagno degli uomini. Guardò dietro tutte le porte basculanti. Uno, due, tre. Si stava coprendo sempre più di ridicolo, ma lo lasciai fare così che finisse questa pagliacciata. Stava conducendo una indagine privata su un cittadino al di sotto di ogni preconcetto. Voleva essere incastrato? Quanto era implicato in tutta questa vicenda?

Uscì di lì e mosse verso il bagno femminile. Tacendo, Quel uomo mi lasciò il tempo di pensare. E ripensai a tutto dall'inizio: perché il cappuccio? Perché evitare le telecamere? Perché dal retro? Perché tutto quanto? Lasciar passare un mese, entrare in casa mia di soppiatto… E come sapeva dove abitavo? Non ci avevo nemmeno pensato. E come sapeva dove lavoravo, per giunta? Non avevo certo lasciato un biglietto d'auguri e arrivederci a presto quando traslocai. Mi aveva pedinato. Non c'è alcun dubbio. E da quante tempo stava preparando a quell'improvvisata al museo?

Troppi perché senza risposta. L’unica possibile mi faceva troppa paura per poterla ammettere: mi stava incastrando. Stava trovando un capro espiatorio. Uno che fosse ancora più colpevole agli occhi superficiali di un'indagine per povera gente di cui non importa niente a nessuno.

Ma perché aveva votato contro il mio licenziamento? Era chiaro: aveva pianificato tutto. Si era creato pure gli alibi. Voleva uscirne pulito in tutto. Cercando di tenersi fuori dai guai il giorno in cui un investigatore fosse venuto a fargli visita. Bella mossa, non c'è che dire. Al posto suo, forse, avrei fatto lo stesso, ma adesso non mi sentivo in condizione di fargli un complimento. Avevo definitivamente paura. Tanta, ma dovevo mantenere la calma. La sonnolenza era scomparsa del tutto. Non ero mai stato più lucido di così. Accorciai il passo. Mi fermai. Lui non se ne accorse e così senza girarmi, indietreggiai.

Mentre Gervasi spinse la porta, lasciata aperta all’inizio della storia, del gabinetto dei disabili, io aprii il cassetto della mia scrivania e ne estrassi l’arma.

 

Un sussulto. Aveva già trovato il corpo, chiuso dietro la seconda anta. Non fece a tempo a guardare verso l’uscita che ero già lì davanti a lui, in tutta l’imponenza che la divisa e il fascino tetro dell’assassino si portano dietro. Diana, come la chiamavo io, era lì: incellofanata e comodamente seduta sull’ampia tazza degli andicappati. E puzzava, ovviamente.

Il signor Gervasi non era uno stupido. Vedendolo piangere, mi venne il dubbio che forse l’amava davvero.

Forse era davvero l’unica che lo avesse fatto sentire meno solo. Ma quando il rigolo di piscio corse giù lungo i pantaloni e toccò il pavimento, mi fu chiaro che in quel momento la sua più grande paura fosse quella di andare a occupare il cesso di fianco.

Fissava l’occhio della mia pistola. Questa non l’aveva prevista. Dovevo essere un semplice e disarmato guardiano notturno di museo, in fondo. Glielo leggevo negli occhi: non capiva. Ma nel dubbio, indietreggiava. Con il ferro puntato, gli feci segno di aprire l’anta basculante dietro di lui. Eseguì. Insomma, non aveva molte alternative. Indietreggiò ancora a piccoli passi finché non inciampò nella scarpa nera di un uomo. Un uomo con indosso la mia divisa del custode del museo. 

Un altro uomo solo, col solo difetto di ficcare il naso ovunque, oltre ad avere un pessimo carattere, che nessuno avrebbe cercato per parecchio tempo. C'è troppa povera gente solitaria in questo maledetto mondo.

Incapace di ritrovare l'equilibrio, Paolo Gervasi si trovava in un tale stato confusionale che avrebbe potuto fare delle scemenze, così tagliai corto. Sarebbe stato il momento della sua confessione, nel quale avrebbe ammesso di averci fatto sesso o qualche altra porcheria che non avrebbe voluto che la polizia potesse scoprire. Avrebbe svelato il grande mistero di Diana Moretti. Questioni di droga, forse. O alcool. Non m’importava.

Gli mostai il distintivo e, per farla breve, sparai.

 

Mentre avvolgevo quel corpo grassoccio nei rotoli di cellofan avanzati, mi resi conto che il telefono di Gervasi, che non era affatto uno stupido, non aveva veramente terminato la chiamata alla polizia. Mi aveva fregato. Feci appena in tempo a chiuderlo nell’unico vano rimasto libero da cadaveri e a lavarmi le mani al lavandino per disabili, che le sirene si fecero sotto.

 

Spalancai la porta con lo sguardo più sconvolto che potessi proporre. E in effetti ero davvero sconvolto. Insomma, non solo perché non ero riuscito a inserire i 7 nello schema del sodoku; non solo perché dovevo andare a dormire; non solo perché avrei dovuto ricominciare tutto da capo ancora una volta, la seconda in poco più di un mese, ma anche perché avevo appena scoperto tre cadaveri in un bagno nauseabondo: un uomo non identificato, una povera ragazza e il custode del museo stesso, a giudicare dalla divisa. Povera gente, commentai, ma avevo bisogno di aria.

Agli occhi degli agenti accorsi sul posto, il mio distintivo di guardia giurata mi diede la credibilità sufficiente per allontanarmi qualche metro.

 

Le agenzie di sicurezza privata non dovrebbero risparmiare sulle divise dei propri agenti.

Raggiunsi la fredda, ma isolata soffitta di un locale occupato che avevo adocchiato durante uno dei miei giorni insonni. Ricominciai da capo con un unico rammarico: non essere riuscito a scoprire a chi fossero appartenuti gli altri cadaveri in mostra nel museo.

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Autore

N.MdP

Genere

thriller

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